di Cristiano Giometti
Melchiorre Cafà scultore maltese nella Roma barocca. Modelli e bozzetti della cattedrale di Malta, a cura di S. Guido, G. Mantella, E. Vella; Roma, Accademia Nazionale di San Luca, 21 marzo-22 aprile 2012
ABSTRACT: On March 21st, in a room of the Accademia di San Luca in Rome, were exhibited for the first time in Italy five wax reliefs moulded by the sculptor Melchiorre Cafà (Vittoriosa, Malta 1636 - Rome 1667). These precious works - a valuable evidence of the early stages of the sculptor’s creative process - were identified in 2008 by Sante Guido and Giuseppe Mantella in the living room of the sacristy of the metropolitan cathedral of Midna. Covered with silver leaf, the reliefs have been restored and revealed the fresh and delicate touch of Cafà, one of the most important sculptors of the Roman Baroque.
Il 21 marzo scorso, in una sala della rinata Galleria dell’Accademia di San Luca a Roma, si è inaugurata una piccola, esemplare esposizione in cui sono stati raccolti cinque rilievi in cera modellati dallo scultore maltese Melchiorre Cafà (Vittoriosa, Malta 1636 – Roma 1667). Si tratta di preziose testimonianze delle prime fasi del processo creativo dell’artista, individuate nel 2008 da Giuseppe Mantella e Sante Guido presso il salotto della sagrestia della cattedrale metropolitana di Midna. Ricoperte da varie ridipinture e da uno strato superficiale di argento applicato a foglia, sono state restaurate rivelando le più fresche e delicate idee compositive di Cafà. Esposte una prima volta a Midna nel dicembre 2010, sono finalmente giunte a Roma in primavera, trovando adeguata collocazione a palazzo Carpegna in un allestimento semplice ed elegante che valorizza al massimo la qualità delle opere e ne favorisce la piena fruibilità, anche grazie ad un apparato didascalico che ne illustra la funzione e il contesto storico-artistico.
Lo scultore
Nato a Vittoriosa nel 1636, Cafà arrivò a Roma verso il 1658 ed entrò nello studio di Ercole Ferrata, uno dei principali allievi di Alessandro Algardi e anche collaboratore di Gian Lorenzo Bernini. Come ricorda Lione Pascoli, “poco ebbe a faticare con lui il maestro; perché era tale, e tanta l’abilità sua, e l’apertura sua di mente, che appena aveva veduta fare una cosa, che così ben l’apprendeva, che avrebbe potuto insegnarla agli altri”. La sua fama si consolidò rapidamente se già nel dicembre 1660 firmò il contratto per la pala d’altare con il Martirio di Sant’Eustachio per la chiesa pamphiliana di Sant’Agnese in Agone, un’opera capitale per la concezione del rilievo scultoreo barocco di cui si conserva il modello preparatorio in terracotta al Museo di Palazzo Venezia. Tuttavia, a causa del ritardo nella consegna del marmo da Carrara e di nuove commissioni sopraggiunte, Cafà lasciò l’opera incompiuta al momento della prematura scomparsa, e fu Ferrata a portare a conclusione i lavori. Sempre per una cappella della famiglia Pamphilj in Sant’Agostino, eseguì il gruppo con la Carità di San Tommaso di Villanova, anche questo documentato nel suo farsi da un bel modello oggi al Museo Nazionale della Valletta, e anche questo terminato dal suo maestro dopo la morte del giovane maltese. Tra il 1662 e il 1665 realizzò la Gloria di Santa Caterina da Siena per la tribuna dell’altare maggiore della chiesa domenicana di Santa Caterina a Magnanapoli, un’opera originalissima per l’efficace contrasto tra le candide superfici del rilievo con la santa e le sfumature cromatiche dei marmi policromi sullo sfondo. Un modello in cera della composizione, di collezione privata, è esposto alla mostra romana e differisce dall’opera finale per alcuni particolari. I Domenicani si rivolsero ancora a lui, verso il 1663, per l’esecuzione della statua giacente di Santa Rosa di Lima, beatificata nel 1668 durante il pontificato di Clemente IX Rospigliosi. Terminato nel 1666, il marmo rimase a Roma ancora per qualche tempo e giunse al porto di Callao in Perù solo il 15 giugno del 1670. Pochi mesi prima di morire, Cafà stava lavorando alla Gloria d’altare per l’immagine miracolosa della Vergine conservata in Santa Maria in Campitelli, ma l’incidente causato dalla caduta di un blocco di marmo nella Fonderia di San Pietro lo stroncò in pochi giorni. Era il 4 settembre del 1667 e lo scultore era intento a plasmare i modelli in piccolo e in grande per un gruppo con il Battesimo di Cristo da fondere in bronzo, destinato alla chiesa conventuale di San Giovanni Battista alla Valletta. Come ben si evince dalle fonti, Cafà curava con particolare attenzione le fasi iniziali del lavoro, elaborando le composizioni attraverso disegni e modelli in terracotta e in cera. Ancora Pascoli sottolinea come “nell’inventare non cedette ad alcuno […]. Stava dunque continuamente al lavoro applicato e, qualora adoperar non poteva lo scalpello, prendeva il matitatoio e disegnava”. Questa sua capacità di ideatore era riconosciuta dal suo maestro Ferrata che, in più di un’occasione, ricorse ai modelli del maltese per le sue stesse opere: basti pensare alle due statue di Sant’Andrea Apostolo e Sant’Andrea Avellino per la facciata della chiesa di Sant’Andrea della Valle, eseguiti da Ferrata su modelli in terracotta di Cafà oggi all’Hermitage di San Pietroburgo.
I restauri e la mostra
I quattro preziosi rilievi ritrovati nel 2008 raffigurano l’Adorazione dei pastori, la Natività, l’Annunciazione e la Gloria di Santa Rosa di Lima, e sono stati esposti a Roma insieme alla Gloria di Santa Caterina da Siena, sempre in cera e conservato in collezione privata. Come raccontano i due restauratori nel catalogo, solo grazie all’osservazione del retro dei quadri, che appariva dalla intensa colorazione rosso brunastra, si è potuto chiarire che si trattava di opere in cera assemblate su telai in legno, mentre il modellato sul fronte risultava appesantito e sommario a causa delle varie mani di stucco e gesso dovute ai ritocchi effettuati nel tempo. Una volta riconosciute come opere di sicura qualità, si è proceduto ad un delicato restauro che ha rimosso i diversi strati superficiali, risultati di precedenti interventi. Contestualmente, monsignor Luigi Deguara, responsabile del Capitolo Metropolitano di Malta, ha avviato una ricerca d’archivio grazie alla quale si è rintracciata la prima citazione delle quattro cere al 1767, fino ad arrivare al più recente inventario del 1933, in cui i rilievi sono ricordati come “quadri in gesso”. I restauratori, diretti da Guido e Mantella, hanno dunque rimosso la lamina metallica d’argento e lo strato di gesso sottostante, applicato su tutte le superfici come preparazione all’argentatura. Al di sotto è stato trovato uno strato di stucco di colore ambrato che fu impiegato, non solo per motivi estetici, ma anche per reintegrare alcuni particolari a tuttotondo, quali teste e braccia, staccati e perduti nel tempo. A quel punto, riemersa la superficie originaria, di un intenso colore marrone rossastro, si è potuto constatare come i manufatti avessero subìto interventi di restauro risalenti già al XVII e XVIII secolo, eseguiti con cere di colori e composizioni differenti. La cagionevole natura del materiale, sensibilissimo agli sbalzi termici e alle sollecitazioni fisiche, ne causò ab antiquo la parziale frammentazione che necessitò quindi di reintegrazioni e rifacimenti nonché, in alcuni casi, della completa rilavorazione di intere figure. Si veda, ad esempio, il pastore inginocchiato all’estrema sinistra della Natività, rimodellato integralmente nell’Ottocento nella parte superiore del corpo.
Tutte queste informazioni si possono facilmente desumere, e verificare sulle opere, durante la visita alla mostra, ospitata in una luminosa ed ampia sala della Galleria dell’Accademia di San Luca, di cui Cafà divenne membro nel 1662, a soli ventisei anni. L’allestimento, sobrio nella scansione delle pareti, è giustamente dominato dalle opere cui si alternano i pannelli informativi – anche fin troppo esaustivi – con notizie sull’artista e la sua tecnica esecutiva. Soprattutto risultano molto utili, ai fini della comprensione dei restauri storici, i disegni delle varie composizioni, le cui parti sono evidenziate con colori diversi ad indicare la cronologia degli interventi. L’efficacia della mostra risiede soprattutto nella irripetibile interazione con il barocco romano e con le altre opere di Cafà disseminate nelle varie chiese cittadine. Il visitatore è invitato a proseguire il percorso espositivo in Sant’Agnese in Agone, in Santa Caterina a Magnanapoli e in Sant’Agostino, passando per il Museo di Palazzo Venezia e il Museo di Roma, per confrontare come il tocco vivace del modellato di Cafà si adattasse diversamente alla cera, alla terracotta e quindi al marmo, materiale amato in minor grado dall’artista per la maggiore applicazione che la sua lavorazione richiedeva. “Non perché lavorar nol sapesse – precisa Pascoli -: ma perché troppo portato dal vivo foco che aveva, voluto avrebbe tutto finire in pochi colpi”.
Anche il catalogo, edito da Rubettino in occasione della prima tappa dell’esposizione tenutasi nel Museo della cattedrale di Midna nel 2010, si distingue, oltre che per il gusto delle scelte grafiche, per la presenza di schede tecnico- critiche molto approfondite e per un saggio introduttivo di ampio respiro che ricostruisce la carriera dello scultore, ben evidenziando l’importanza dei modelli per il fare artistico del maltese. Si tratta dunque di un prezioso tassello per la conoscenza della figura di Cafà e del suo meteorico ma fecondo passaggio sul palcoscenico della scultura barocca di Roma che si aggiunge – in attesa di un auspicato studio monografico completo – all’importante volume collettaneo curato da Keith Sciberras nel 2006 (Mechiorre Cafà, Maltese Genius of the Roman Baroque).
Vale inoltre la pena sottolineare l’attualità di questa esposizione che ben si inserisce nel filone della recente riscoperta critica della ceroplastica. Solo nell’ultimo anno si è assistito alla ripubblicazione del fondamentale saggio del 1911 di Julius von Schlosser (Storia del ritratto in cera. Un saggio) e a una bella mostra a Palazzo Fortuny di Venezia appena conclusa (Avere una bella cera, a cura di A. Daninos, 10 marzo-26 giugno 2012), chiosata da Alvar Gonzales Palacios sulle pagine del Sole 24 Ore (1 aprile 2012) in cui rievoca la fortuita scoperta, nel 1978, del busto in cera di Maria Carolina d’Asburgo Lorena (1793) al Palazzo Reale di Napoli.
Didascalie
1 - Melchiorre Cafà, Adorazione dei pastori, Midna, cattedrale di San Paolo, prima del restauro
2 - Melchiorre Cafà, Adorazione dei pastori, Midna, cattedrale di San Paolo, dopo il restauro
3 - Melchiorre Cafà, Adorazione dei pastori, Midna, cattedrale di San Paolo, particolare degli angioletti in alto a sinistra durante il restauro
4 - Melchiorre Cafà, Natività, Midna, cattedrale di San Paolo, prima del restauro
5 - Melchiorre Cafà, Natività, Midna, cattedrale di San Paolo, dopo il restauro
6 - Melchiorre Cafà, Annunciazione, Midna, cattedrale di San Paolo, dopo il restauro
7 - Melchiorre Cafà, Gloria di Santa Rosa da Lima, Midna, cattedrale di San Paolo, dopo il restauro
8 - Melchiorre Cafà, Gloria di Santa Caterina da Siena, Malta, collezione privata, dopo il restauro
9 - Melchiorre Cafà, Gloria di Santa Caterina da Siena, Roma, chiesa di Santa Caterina a Magnanapoli






