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Tra Napoli e Firenze. Percorsi storico-artistici lungo l’Appennino centrale abruzzese (secc. XIII-XV)

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di Federica De Federicis e Marco D’Attanasio

 

Tra Napoli e Firenze. Percorsi storico-artistici lungo l’Appennino centrale abruzzese (secc. XIII-XV)

L’Aquila-Castelvecchio Subequo 11-12 Maggio 2012

 

 

ABSTRACT: The conference “Tra Napoli e Firenze. Percorsi storico-artistici lungo l’Appennino centrale abruzzese (secc. XIII-XV)” was an important meeting to deepen different topics about medieval art in the Abruzzi. This review summarizes and fixes the point of each paper, looking forward to the publication of the conference proceedings.

 

Il Convegno “Tra Napoli e Firenze. Percorsi storico-artistici lungo l’Appennino centrale abruzzese (secc. XIII-XV)”, svoltosi nei giorni 11 e 12 Maggio all’Aquila e Castelvecchio Subequo, rientra nelle giornate di studi “La Via degli Abruzzi e le arti nel Medioevo”, a cura di Cristiana Pasqualetti, docente in Storia dell’arte medievale presso l’Università degli Studi dell’Aquila. L’evento costituisce un tassello fondamentale nell’ambito della fioritura di studi sull’arte abruzzese tra Medioevo e Rinascimento, che negli ultimi anni gli atenei dell’Aquila e Chieti stanno portando avanti tramite una serie di convegni e pubblicazioni.

Da questo punto di vista anche il sisma del 2009 è stato uno stimolo all’approfondimento scientifico, grazie alla sinergia messa in atto dagli atenei regionali e dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici dell’Abruzzo, come dimostrano lodevoli iniziative quali il ciclo di conferenze “Vive l’arte all’Aquila”, ormai giunto alla III edizione, o la mostra di sculture lignee “La sapienza risplende. Madonne d’Abruzzo tra Medioevo e Rinascimento”, che ha varcato i confini regionali.

Il convegno si colloca proprio su questa scia, connotandosi come uno stimolante momento di riflessione, reso ancor più interessante dalla varietà di argomenti trattati e dalla pluralità di opinioni espresse.

La prima giornata di studi si è svolta presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi dell’Aquila.

Nella prima sessione, presieduta da Francesco Aceto (Università degli Studi di Napoli “Federico II”), ha aperto i lavori Vinni Lucherini (Università degli studi di Napoli “Federico II”) con un intervento che ha preso in esame la produzione letteraria a cavallo tra Ottocento e Novecento realizzata da studiosi stranieri ed eruditi locali, relativa alle testimonianze artistiche di epoca medievale su territorio abruzzese.

Dalla ricostruzione è emerso un atteggiamento di diffidenza, da parte degli eruditi, nei confronti delle manifestazioni artistiche più elevate in territorio abruzzese, considerate per lo più di importazione, un atteggiamento che resterà predominante anche nella critica novecentesca.

Di grande stimolo è stata la decisione di aver posto questo intervento all’avvio dei lavori del Convegno, proprio perché ha messo in evidenza la contrapposizione tra una radicata tradizione critica, che svaluta l’identità artistica abruzzese, e la nuova impostazione di studi, di cui questo convegno è chiaro esempio, che punta alla riabilitazione dell’arte medievale abruzzese.

Gaetano Curzi (Università degli Studi di Chieti-Pescara “G. d’Annunzio”), con un intervento che ha preso in esame la scultura lignea, ha ben messo in evidenza l’importanza della Via degli Abruzzi, itinerario privilegiato in epoca angioina, che collegava la nuova capitale del regno, Napoli, con l’Italia settentrionale. Ha posto l’accento sul carattere di frontiera permeabile del confine settentrionale dell’Abruzzo portando ad esempio una serie fittissima di opere di simile fattura dislocate in una zona ben più estesa degli attuali confini regionali, e che comprende parti della Toscana, del Lazio settentrionale e dell’Umbria. L’interessante ricostruzione ha così messo in luce come la statuaria lignea fosse a tutti gli effetti uno dei principali mezzi di collegamento e circolazione di nuovi linguaggi artistici e stilemi tradizionali lungo la Via degli Abruzzi.

L’organizzatrice delle giornate di studi, Cristiana Pasqualetti (Università degli Studi dell’Aquila), ha proposto una nuova e brillante lettura dell’opera del Maestro di Campo di Giove. L’artista, che trae il suo nome dalla località in cui si trovavano gli sportelli di una custodia d’altare – purtroppo rubata – datata agli anni ’80 del Trecento, è anche autore degli affreschi della cappella dei Conti di Celano a Castelvecchio Subequo, datati 1394. La studiosa ha rintracciato la mano del Maestro nella policromia della statua lignea di Madonna con il Bambino proveniente dalla chiesa di San Paolo a Campo di Giove, ora custodita nel Museo Diocesano di Sulmona. Inoltre, sulla base di un’iscrizione settecentesca recitante «Nicola Olivieri della Pietranziera pinxit», riportata sul retro del gruppo forse da un restauratore che ne ricopiò l’originale, la Pasqualetti ha recuperato il nome dell’anonimo artista.

 

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La prima sessione si è conclusa con l’intervento di Francesco Gandolfo (Università degli studi di Roma “Tor Vergata”), che ha presentato un’affascinante questione iconografica: la presenza del serpente in alcuni portali aquilani della metà del XV secolo.

Lo studioso ha infatti rinvenuto la presenza di questo soggetto iconografico in una serie di quattro portali collocati cronologicamente nel medesimo giro di anni, di cui il capostipite è identificato nel portale laterale sinistro della facciata di Collemaggio, la cosiddetta Porta Santa. Per Gandolfo si tratta di una caratteristica tipicamente locale, alla quale non vuole necessariamente attribuire un significato simbolico di qualche natura morale, ma piuttosto intende porre l’attenzione sulla facilità di trasmissione di alcuni modelli iconografici forti, che nascono come portatori di significato, ma vengono riproposti di volta in volta in maniera sempre meno semantizzata, arrivando a costituirsi semplicemente come elementi decorativi.

La seconda sessione, presieduta da Alessandra Perriccioli Saggese (Seconda Università degli Studi di Napoli), ha contenuto al suo interno un animato dibattito che ha dimostrato quanto siano ancora aperte le questioni affrontate e quanto sia necessario il prosieguo degli studi sul patrimonio artistico regionale.

Il primo intervento, a cura di Anna Colangelo (Soprintendenza BSAE dell’Abruzzo), si è soffermato sull’analisi di alcune testimonianze artistiche nella Sulmona medievale, tramite una serie di esempi appartenenti all’età sveva e angioina.

All’età federiciana ha ricondotto una casula proveniente dalla Cattedrale di San Panfilo ed oggi conservata nel Museo Diocesano della città, i cui motivi decorativi richiamano i tessuti che si realizzavano a Palermo. Quest’opera attesta l’importanza della città peligna all’interno del Regno di Sicilia.

I murali provenienti dal convento di Santa Chiara, raffiguranti Storie di Cristo e di san Francesco, si configurano invece come testimonianze dell’attività artistica durante l’epoca angioina; la studiosa  ha rimarcato il legame con la cultura figurativa romana, in particolare con gli affreschi del Sacro Speco e del Sancta Sanctorum.

Irene Sabatini (Università degli Studi di Firenze) ha preso in esame una serie di quattro croci processionali abruzzesi provenienti da Rosciolo, Borbona, Sant’Elpidio e Forcella. La Sabatini, dopo aver descritto gli elementi iconografici di cui sono costituite le croci, ha tentato di rinvenire i riferimenti culturali che le opere manifestano.

Dalla sua analisi è venuta fuori una serie di rimandi all’arte orafa senese che ha appunto dimostrato quanto l’Abruzzo fosse aperto agli influssi provenienti dall’esterno, ma allo stesso tempo pronto a reinterpretarli in chiave squisitamente locale.

Francesca Manzari (Sapienza-Università di Roma) ha esaminato una parte del corredo librario tardo trecentesco della chiesa aquilana di Santa Maria Paganica.

La studiosa ha ricondotto un Messale della Biblioteca Apostolica Vaticana alla pertinenza aquilana del Quarto di Santa Maria Paganica, dimostrando l’identità di mano tra l’esecutore di detto Messale e il miniatore del primo foglio del già noto Graduale, tuttora conservato all’Aquila, che rappresenta uno dei pezzi più importanti del corredo liturgico della chiesa sopra citata. Si tratta di un miniatore dalle elevate capacità, che lasciò impronta di sé non solo sulla produzione miniatoria locale successiva, ma anche sulle opere prodotte per la curia romana di Bonifacio IX a inizio Quattrocento.

La giornata si è conclusa con l’intervento di Gabriele Fattorini (Università degli Studi di Siena), che si è soffermato su un’opera di Sano di Pietro.

Lo studioso ha riconosciuto nella tavola raffigurante San Bernardino, conservata al Museo Nazionale dell’Aquila ma proveniente dal convento francescano di Capestrano, quella commissionatagli dalla Compagnia della Vergine di Siena nel 1448 e successivamente donata dalla stessa compagnia a Giovanni da Capestrano, uno dei massimi fautori della causa di canonizzazione del santo. La donazione  contribuisce a confermare la continuità dei rapporti che intercorsero in questo periodo tra la Signoria di Siena e Giovanni da Capestrano.

La terza sessione del convegno, svoltasi a Castelvecchio Subequo, è stata presieduta da Luciana Arbace (Soprintendenza BSAE dell’Abruzzo). I temi presentati  hanno spaziato dalle modalità operative del cantiere medievale, alla ricostruzione di vicende collezionistiche, di analisi stilistiche del contesto territoriale e di problematiche iconografiche.

Il contributo di Walter Angelelli (Università degli studi di Roma “Tor Vergata”) ha indagato sugli aspetti materiali ed operativi delle Storie di san Francesco nella Cappella dei Conti di Celano, focalizzando l’attenzione sulle dinamiche di cantiere.

Lo studioso ha sottolineato l’importanza di questo ciclo in quanto permette di comprendere bene il valore e l’utilizzo dei disegni di modello, i quali, dissimulati tramite piccole variazioni che creano di volta in volta immagini differenti, fanno la loro comparsa sin dalle prime battute del cantiere subequano.

L’impiego del medesimo cartone da parte di artisti caratterizzati da maniere differenti, talvolta operanti fianco a fianco nel medesimo episodio, permette di ipotizzare che il lavoro fu condotto senza soluzione di continuità.

Luca Nicoletti (Università degli Studi di Milano) ha ripercorso in maniera attenta e precisa le vicende collezionistiche delle tavolette dipinte costituenti la custodia della scultura lignea di Sant’Eustachio, proveniente dall’omonima chiesa di Campo di Giove. Le due ante, rappresentanti episodi del condottiero romano Placido, furono trafugate nel 1902 e successivamente smembrate in sedici pezzi; lo studioso ha illustrato le peregrinazioni tra collezioni private e musei delle quattordici tavole di cui sono note le sorti.

L’intervento di Alessandro Delpriori (Università degli Studi di Firenze) si è soffermato sui rapporti che la pittura e la scultura aquilana intessono con lo Spoletino, ovvero con quell’area che insieme all’Abruzzo presenta un’identità stilistica omogenea, chiamata da Previtali “l’Umbria a sinistra del Tevere”.

In questi territori si diffonde come tipologia di pala d’altare il tabernacolo costituito da una figura lignea centrale affiancata da sportelli dipinti. Si tratta di opere in cui scultura e pittura sono così intimamente connesse da poter ipotizzare che a realizzarle fosse un unico responsabile.

Lo studioso si è soffermato sulla ricostruzione dei corpora di alcuni artisti attivi in quest’area, ed in particolare sul Maestro del Crocifisso d’Argento e sul Maestro di Campo di Giove, delineando per ciascuna opera presentata il modello stilistico di riferimento e la sua collocazione cronologica.

Infine Vittoria Camelliti (Università degli Studi di Udine) ha precisato sulla diffusione in Abruzzo di due tipologie iconografiche. La prima è quella in cui il santo patrono ha come attributo la città; si tratta di una raffigurazione dalla forte valenza politica, che, in questa regione, come nel resto del Sud, si afferma a partire dal Quattrocento ma che proseguirà a lungo; una delle attestazioni più note è la Santa Reparata dipinta da Andrea Delitio nella seconda metà del XV secolo nella Cattedrale di Atri. La seconda tipologia è la scena di dedica della città in cui il santo si pone come mediatore tra gli abitanti e Dio; questo era il tema del perduto gonfalone dell’Aquila del 1462, che le descrizioni attestano rappresentasse la Vergine sospesa sopra la città, offertale dai quattro santi protettori: Pietro Celestino, Massimo, Bernardino ed Equizio.

Le conclusioni delle due giornate di studi sono state esposte da Valentino Pace (Università degli Studi di Udine) il quale ha rimarcato l’importanza della mobilità di artisti ed opere quale fattore di comunicazione tra differenti aree stilistiche. In particolare si è soffermato sul ruolo assunto dalla Via degli Abruzzi, un’arteria comunicativa che ha permesso alla regione un proficuo scambio con le aree dove venivano elaborate le norme artistiche di successo e che l’ha portata ad essere un centro sicuramente non di secondo grado nel panorama artistico medievale.

 

IMMAGINI

1. Maestro di Campo di Giove, Sogno d'Innocenzo III, Castelvecchio Subequo, San Francesco, Cappella dei Conti di Celano

2. Croce processionale (recto), Celano, Museo di arte Sacra della Marsica, da Rosciolo, Santa Maria

3. Antioco e Acacio conducono Sant'Eustachio dall'imperatore Traiano, Milano, Collezione Saibene, da Campo di Giove, Sant'Eustachio

 

 
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