di Antonella Fenech Kroke
Micheal W. Cole, Ambitious Forms : Giambologna, Ammannati, and Danti in Florence, Princeton, Princeton University Press, 2011. 372 pp., $ 49.50 ; ISBN 9780691147444
Il primo merito di questo importante lavoro di ricerca è quello di interessarsi ad una fase della storia della scultura italiana – sviluppatasi fra due apici di quest’arte, il ‘divino’ Michelangelo da una parte, e la scultura berniniana dall’altra – che ha spesso trovato un’eco ridotta nella letteratura critica. La scrittura di Michael Cole si snoda dunque lungo un percorso storico preciso e prende in esame, in un’acuta foto di gruppo, le relazioni e le «regole del gioco» scultoreo – infine fuori dall’ombra di Michelangelo – nella Firenze di fine Cinquecento, dominata dalle figure di Bartolomeo Ammannati, Vincenzo Danti, ma soprattutto di Giambologna, vero protagonista dello studio.
Al contempo complesso e scorrevole tanto nella sua architettura che nei contenuti, il libro sviluppa in senso cronologico l’analisi delle opere dei tre artisti, in un avvicendarsi di temi e analisi particolarmente stimolanti.
La questione dei modelli tridimensionali – in terra, cera o altra materia – apre la riflessione sul processo creativo nell’arte della scultura. Partendo da alcuni dei numerosi bozzetti di Giambologna, Cole considera come il modello è alla scultura quello che il disegno è alla pittura, cioè una testimonianza tutta intellettuale dell’invenzione ma ugualmente dell’osservazione e dell’imitazione di opere antiche e contemporanee, come lo rivela tra l’altro la Leda e il cigno d’Ammannati.
Dibattere dell’arte della scultura nella Firenze del Cinquecento significa per Cole interessarsi al particolare clima di competizione che vi regnava intorno agli anni 1560. Se altri la critica ha già acutamente affrontato l’argomento, ciò che risulta originale è che l’autore va al di là di questo presupposto, integrando alla riflessione sulla situazione socio-professionale nella Firenze tardocinquecentesca anche un’attenzione particolare alle questioni d’ordine tecnico e materico. Dopo il fallimento di Danti nella fusione dell’Ercole e Anteo, riuscita però a Giambologna, l’artista perugino pare abbandonare volontariamente il bronzo per il marmo, mentre invece Ammannati e il fiammingo perfezionano questa tecnica attraverso una lunga serie de opere. In questo contesto, la questione dei procedimenti di realizzazione funge da cardine alla riflessione e innesca un’analisi che, partendo dai modelli intesi proprio come « disegni tridimensionali », arriva fino alla messa in opera del metallo con la collaborazione sempre più frequente di ‘specialisti’ fonditori. È proprio il rapporto complesso e stratificato fra modello e opera bronzea compiuta che interessa Cole. Dopo l’esecuzione del Nettuno bolognese, Giambologna inaugura – concentrandovisi per circa tre decenni – la produzione dei celebri bronzetti che, contrariamente all’approccio storiografico tradizionale, l’autore considera non tanto come repliche in scala ridotta di sculture monumentali, ma come artefatti specifici e indipendenti che «nobilitano», replicandoli nel bronzo, i modelli in terra o in cera. Scala ridotta, serialità e trasportabilità implicano poi anche l’indeterminazione potenziale del soggetto rappresentato, come nel caso del Ratto del fiammingo, su cui Cole torna a riflettere.
In questo intreccio di riflessioni sull’inestricabile relazione fra invenzione e tecnica, al ruolo fondamentale del supporto materico nei processi creativi specifici ai tre scultori è dedicato il capitolo centrale del libro, che sviluppa in modo particolarmente originale l’idea di «naturalismo». Riprendendo i risultati di precedenti studi sul soggetto, Cole riconsidera l’interazione significante tra l’unicità del blocco di marmo grezzo e le scelte formali operate dagli artisti. Questi reinterpretano allora i dettami michelangioleschi (sulla forma contenuta nel blocco): se il Nettuno dell’Ammannati è al centro degli attacchi che conosciamo, a causa - tra l’altro – dell’eccessivo contenimento delle forme (R. Borghini), nell’Onore che vince l’Inganno Danti opta invece per una «compressione della composizione» che sfrutta proprio la natura e la forma del blocco fornitogli dall’Almeni. Un’altra accezione del «naturalismo» è sviluppata nell’analisi del rapporto della scultura con l’elemento acqua. Il rinnovamento del vocabolario formale relativo all’elemento liquido da parte di Giambologna è ovviamente considerato a partire dall’Appennino di Pratolino: citato originariamente proprio come immagine di una divinità fluviale, esso è interpretato come una risposta al bronzo di analogo soggetto che Ammannati realizza per la villa di Castello. L’artista fiammingo materializzerebbe allora nelle forme minerali l’elemento liquido che invece è soltanto suggerito nell’opera dell’Ammannati. Quest’analogia particolare è invece portata alle estreme conseguenze, formali e concettuali, nel Mercurio bronzeo per la fontana di Villa Medici, dove Giambologna rilegge la teoria aristotelica dell’exhalatio terrestre, combinandola proprio alla tecnica adoperata, e evoca la materia metallica allo stato liquido di cui la scultura sarebbe un’espressione.
La quarta sezione del libro pone invece il problema fondamentale per la scultura del movimento e della stasi. In molto modo convincente, Cole riconsidera l’idea della fissazione nella materia di un movimento fugace (Heikamp), per mettere in evidenza come, al contrario, questo sia piuttosto il risultato di uno studio attento, sviluppato e approfondito nella realizzazione dei bozzetti (grafici o modellati), delle «pose» delle figure rappresentate – in particolare gli uccelli bronzei di Ammannati e Giambologna per la Grotta di Castello. Testimone di questo «gusto per l’immobilità» è proprio Gaurico (De sculptura, 4.6) che sottolinea come la scultura debba cogliere quell’instante fugace che precede l’azione oppure quello che segna il suo compimento. Michael Cole considera allora come – per Danti, che in questo segue Aristotele, come per Giambologna nella serie di bronzetti di Ercole – definire e fissare il movimento nella statua è, al contempo, un problema e un paradosso filosofico e ontologico: se la scultura deve far riflettere sulle cause e sulle conseguenze dell’azione rappresentata, essa è soprattutto l’espressione di un processo produttivo, quindi un problema di posa, di forza, di equilibrio – in senso precisamente leonardesco – più che di movimento.
Le ultime sezioni, molto significative, sviluppano in un triplice movimento l’idea, dalle conseguenze particolarmente importanti, che l’opera scultorea dei tre ‘fiorentini’ fu concepita in termini prettamente architettonici. Le loro prime espressioni artistiche, in effetti, sono architetture o alludono all’architettura: il celebre bronzetto allegorico del Giambologna, il disegno d’Ammannati per la testata degli Uffizi (Riccardiana) o i suoi progetti per Palazzo Grifoni e Palazzo Pitti. Aldilà di queste costatazioni alquanto ovvie, Cole osserva come questo approccio architettonico della scultura si espliciti soprattutto nelle figure femminili (la Fata Morgana per Giambologna, il restauro della Venere medicea per l’Ammannati). La rivalità fra due artisti si cristallina allora intorno al concetto di «conformazione» - una «sensibilità pratica che spinge gli architetti a piazzare il buon capitello sulla buona colonna» - applicata però alle forme scolpite, e che condurrà Danti – nel suo trattato sulle proporzioni – a parlare di «ordini» proprio a proposito della scultura, un’idea secondo cui dal principio d’imitazione della natura si passa a quello più vasto di composizione.
I progetti relativi alla realizzazione di cappelle diventano allora un luogo di convergenza fra l’arte della scultura e dell’architettura: la brillante analisi sulla cappella Salviati in San Marco pone la questione di come si affrontino a Firenze, un secolo dopo la morte di Savonarola, interessi e tendenze contrastanti – religiose e politiche – fra ‘piagnoni’ e ‘bigi’, e di come sia ancora vivo alla fine del secolo l’interesse per un testo come il Beneficio di Cristo. Dando spicco ad approcci analitici particolarmente arguti ed eruditi, Cole mette in luce in modo incisivo il modo in cui il complesso della cappella Salviati mostri come Giambologna e i suoi collaboratori siano coscienti, formalizzandola efficacemente, della posta in gioco nella realizzazione di tale progetto.
Durante il principato di Ferdinando de’ Medici riprende per Firenze quel processo di rimodellamento urbanistico e architettonico che aveva preso avvio durante il regno cosimiano. Già iscritto nella fibra della città – basti pensare alla piazza della Signoria, il dialogo fra scultura e architettura assume forme antagonistiche nel caso della piazza Santissima Annunziata. Nella facciata di Palazzo Grifoni l’Ammannati imprime già un accento romanizzante allo spazio antistante, accento che Giambologna rielabora nella realizzazione e nella sistemazione della statua equestre di Ferdinando I, la cui immagine orienta lo sguardo dello spettatore mettendolo in relazione con dettami architettonici di quell’edificio. La rilettura degli interventi urbanistici operati dall’Ammannati a piazza Santa Trinita oppure dal Giambologna con il monumento equestre di Cosimo I in Piazza Signoria, conduce Cole a riconsiderare questi progetti al di là della loro funzione commemorativa; soffermandosi acutamente su questi due casi, l’autore mostra come il loro ruolo deve essere letto all’interno del processo di riconfigurazione dello spazio urbano, secondo dettami che risentono certo delle esperienze cinquecentesche romane, ma che si innestano in contesti urbanistici, sociali e politici specifici, modificandone efficacemente gli equilibri.
L’autore chiude il saggio sottolineando le similitudini tra l’arte della scultura del tardo Cinquecento e quella odierna in quanto, proprio in quella fase storica gli artisti prendono coscienza del carattere autonomo delle proprie creazioni, distinte da un contesto ambientale e tematico specifico, ed in un certo modo si svincolano dagli incombenti dettati della committenza. La cultura de tardo Cinquecento si vuole infatti europea, tanto per la provenienza e circolazione degli artisti (lo stesso Giambologna è originario di Douai) e degli artefatti, quanto per la nazionalità di quelli che sono i destinatari della vasta produzione di opere di facile trasporto, quali appunto i celebri bronzetti del Giambologna.
In modo non soltanto originale ma anche particolarmente efficace, le analisi di Michael Cole prendono le mosse proprio alla convergenza di due orizzonti intellettuali e esaminano, al contempo, il ruolo determinante del contesto sociale, religioso e politico nell’atto creativo, nonché l’impatto della componente tecnica e materica nella dinamica dell’elaborazione formale. In un’interpretazione originale di indubbia pertinenza metodologica e spesso di giusta audacia Cole arriva a riconsiderare il contributo fondamentale di Pope-Hennessy, peccando unicamente per eccesso nell’approccio centripeto dei temi studiati, ma certamente dando l’avvio a nuove e stimolanti prospettive nello studio della scultura del tardo Cinquecento. Un saggio dunque che dà nuova linfa alla ricerca e che non mancherà di animare il dibattito.






