di Maddalena Napolitani
ABSTRACT: The exhibition Giapponismo. Suggestioni d'oriente tra macchiaioli e anni Trenta del Novecento takes place in the suggestive environment of the Modern Art Gallery in Palazzo Pitti. The aim of the exhibition is showing the influence of Japanese art in Italy, not only in paintings or drawings but even in decorative arts and in theatre, in a quite wide interval of time: nearly from 1860 to 1930.
Palazzo Pitti ospita tre mostre dedicate all'arte Giapponese, riunite sotto il titolo Giappone terra d'incanti. La prima, Di linea e di colore, è allestita nelle sale del Museo degli Argenti; L'eleganza della memoria. Le arti decorative nel moderno Giappone è ordinata nella Galleria Palatina; infine Giapponismo. Suggestioni d'Oriente tra Macchiaioli e anni Trenta del Novecento, si sviluppa nella Galleria d'Arte Moderna, curata da Vincenzo Farinella e Francesco Morena. Proprio di quest'ultima ci occuperemo in questo breve commento.
L'allestimento e il percorso
La mostra si propone di illustrare l'enorme fortuna, le influenze e le suggestioni che l'arte giapponese, i cui modelli iniziano a circolare in Europa dal 1854 circa, ebbe sull'arte italiana, non solo in pittura, ma anche nel teatro e negli oggetti d'arte decorativa (come testimonia la presenza di ventagli, delle maioliche di Galileo Chini e del bel paravento di Carlo Bugatti e Giovanni Segantini). L'arco cronologico abbracciato è piuttosto vasto: dagli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento. Il progetto ambizioso di coniugare ben novantaquattro opere di natura diversa è portato avanti con chiarezza dai curatori, essendo il percorso della visita articolato per nuclei tematici.
Il momento d’inizio si ha nella Sala del Fiorino e si sviluppa nelle due stanze attigue e nei corridoi che le collegano alla Galleria d'Arte Moderna. Non c'è alcun pericolo di sbagliare, poiché tutto il percorso è unificato visivamente (e fisicamente) dai pannelli espositivi color rosa antico. Una scelta apparentemente audace da parte dei curatori, che si rivela tuttavia filologica ad uno sguardo più attento: fra ventagli, paraventi, vasi, disegni e quadri sembra di trovarsi nella dimora di un collezionista ottocentesco. Si potrebbe forse obiettare che gli spazi deputati all'esposizione non abbiano un respiro abbastanza ampio e non siano sufficienti per ospitare le opere esposte, ma l'atmosfera si rivela, al contrario, piuttosto intima, diremmo quasi evocativa di un'abitazione del XIX secolo. Le stampe giapponesi e gli altri manufatti provenienti da questo paese conobbero infatti una grande fortuna in tutta Europa, sollecitando il gusto di facoltosi collezionisti privati, le cui abitazioni si andavano via via riempiendo di questi manufatti “esotici” che suscitavano curiosità e ammirazione, e che venivano visti da prima come delle rarità, e in seguito come oggetti “alla moda”, testimoniando in ogni caso la capacità di aggiornamento del gusto del loro proprietario.
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Italiani “giapponisti” a Parigi e Il Kimono
Questa prima sezione, ospitata nella splendida Sala del Fiorino, ci mostra le prime opere realizzate da artisti italiani attivi a Parigi tra gli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento, opere che riprendono temi e scelte compositive dalle stampe giapponesi, e che svolsero un ruolo decisivo nella diffusione di questo nuovo gusto in Italia. Unica eccezione, nonché ospite d'onore della mostra, è Effetto di vento di Monet (dalla serie dei “Pioppi”), proveniente dal Musée d'Orsay, che non solo richiama il giapponismo più tipico dell'arte francese (in modo particolare dell'Impressionismo, che ne fu profondamente influenzato), ma che serve fra l’altro anche a precisare il rapporto tra Monet e alcuni pittori italiani, primo fra tutti Giuseppe De Nittis, uno dei principali fautori della diffusione degli stilemi nipponici in Italia, il cui acquerello Pioppi nell'acqua è accostato all'opera di Monet sul medesimo tema. Il confronto con le stampe di Hokusai, Hiroshige e Utagawa Toyokumi è serrato e reso esplicito dall'accostamento tra le opere dei maestri giapponesi e pittori italiani, che rivela di volta in volta somiglianze e differenze.
Al soggetto della natura segue, nel percorso, quello della figura femminile con kimono, abito tradizionale giapponese, che entrò con grande successo a far parte della cultura occidentale dell'epoca, quasi si trattasse di un capo alla moda. Le scelte messe in atto da Farinella e Morena in questa sezione si rivelano particolarmente interessanti, perché permettono di confrontare rappresentazioni diversissime dello stesso tema: si fronteggiano infatti le linee sinuose e quasi decorative, che suggeriscono una lettura bidimensionale, della Giapponese di Anselmo Bucci (1919) e l' Autoritratto con scialle rosso di Elisabeth Chaplin (1912), dai volumi solidi e dalle cromie brillanti. Una versione quasi espressionista del tema è data inoltre da Mario Cavaglieri, con il suo Piccolo interno (1920), in cui i grumi di colore pastoso che decorano l'abito della donna emergono dalla tela e occupano uno spazio dalla prospettiva ardimentosa. Non potevano mancare, infine, le fonti dirette di ispirazione, rappresentate in questo caso dalle stampe di Utamaro e Keisai Eisen, né un kimono.
Il Giapponismo in Toscana e Stibbert
La sezione seguente, ancora allestita nella Sala del Fiorino, mette l'accento sulla diffusione del Giapponismo in Toscana, in particolar modo nell'area livornese, anche e soprattutto grazie alla mediazione di Giovanni Fattori, che fu nel 1875 a Parigi, dove poté ammirare le stampe giapponesi e la loro influenza sulla pittura francese contemporanea. Del caposcuola dei macchiaioli sono esposti disegni realizzati tra gli anni Ottanta e Novanta e il piccolo olio su tela Rappezzatori di reti (1875) che, accanto alla coeva opera di Telemaco Signorini Sobborgo di Porta Adriana a Ravenna, mostra le influenze di Hokusai nella costruzione prospettica. In una vetrina tra i due quadri, infatti, è esposto un volume, il Manga di Hokusai, in cui compaiono gli studi prospettici del maestro, in particolare una strada costruita con due punti di fuga laterali, con un procedimento analogo a quello utilizzato da Signorini e da Fattori nelle opere presenti in mostra. Non mancano altre influenze, come le linee elegantissime e quasi liberty del lampione di Signorini, che si staglia contro il grigio-azzurro del cielo, e le campiture piatte e accese scelte da Fattori per i suoi pescatori. Non viene trascurato nemmeno il collezionismo, importante indice della diffusione del fenomeno del Giapponismo, rappresentato in questo periodo in Toscana soprattutto da Frederick Stibbert, che dal 1869 iniziò a raccogliere opere d'arte giapponese per la sua villa di Montughi, cercando senza sosta in Italia, Francia e Inghilterra, e raccogliendo all'incirca tremila pezzi. A testimonianza della fortuna collezionistica non solo delle stampe giapponesi, che certo ebbero una vastissima circolazione, è stato scelto di esporre un'armatura tradizionale nipponica, un parato di seta e una katana provenienti dalle collezioni del museo Stibbert.
Il momento di maggior vitalità e di maggior originalità nell'interpretazione delle influenze nipponiche è tuttavia da identificarsi con l'inizio del nuovo secolo, aperto dall'opera di Plinio Nomellini Tra i falaschi, datata 1902, in cui alla decoratività delle linee si aggiunge quella del nome del pittore, posto come un'elegante epigrafe nella composizione, a richiamare gli ideogrammi spesso presenti nelle stampe giapponesi. Mancando in questo caso l'opera di Hiroshige che dovette ispirare Nomellini, si è scelto di riprodurla (come del resto anche in altri casi) sul pannello descrittivo che accompagna l'opera, rendendo il confronto immediatamente accessibile. Inoltrandoci nel XX secolo incontriamo le inquietanti, brune, Figure fluttuanti di Renato Natali (1910), in strettissimo dialogo con una statuina giapponese in avorio, Pescatrice e piovra, a testimonianza di come le diverse forme d'arte intrecciano tra loro aperti e reciproci scambi. Allo stesso scopo sono esposte alcune maioliche elegantemente decorate di Galileo Chini e della manifattura Richard-Ginori. Concludono il percorso tracciato in questa sala tre dipinti realizzati a cavallo tra anni Venti e Trenta; due hanno come protagonisti proprio vasi: Il vaso cinese e la sua ombra di Llewelyn Lloyd e La stampa giapponese di Oscar Ghiglia. Il terzo dipinto è un Autoritratto, ancora di Ghiglia, in cui, con un sottile gioco di rimandi messo in atto nell'allestimento dai curatori, compaiono alle spalle del pittore un busto egizio e una stampa giapponese. Quest'ultima è, assai probabilmente, la protagonista dell'omonima, già citata opera, a giudicare dai colori e dalla posizione dei due personaggi che la animano. La sua presenza inoltre testimonia l'interesse collezionistico degli stessi artisti nei confronti di simili opere.
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Il ventaglio e il paravento
Lasciata la Sala del Fiorino, la più affollata, ci inoltriamo lungo un corridoio, sulle pareti del quale si fronteggiano due sezioni dedicate alla diffusione di oggetti sia nell'uso che nella pittura occidentali: il ventaglio e il paravento. Si tratta di due oggetti che non solo iniziano a comparire nei quadri, ma offrono diretti spunti decorativi ai pittori: ne sono prova ad esempio lo Studio di ventaglio di De Nittis del 1883, o la suggestiva sala che si apre sulla destra, in cui vengono confrontati i due grandi paraventi di Maroyama Ōkyo (1768-1775) con quello realizzato da Giovanni Segantini e Carlo Bugatti nel 1902-1905. È chiaro come il motivo sia stato rielaborato dai due italiani nelle forme e nella struttura con estrema originalità, e come tuttavia esso dialoghi armoniosamente con gli eterei paraventi di Ōkyo, decorati da un motivo naturalistico di scimmie in un paesaggio innevato, e da una leggerissima doratura. Infine è opportuno menzionare l'opera di Filadelfo Simi, Bice. Iridescenza della madreperla (1895): il motivo decorativo dell'abito e dalla carta da parati avvolge i volumi “schiacciandoli” in primo piano. Merita inoltre una particolare attenzione il ventaglio tenuto fra le mani da Bice, che oltre a costituire un contrappunto cromatico per il resto del quadro, è il motivo iconografico che viene proposto sui pannelli e le didascalie della mostra.
A volo d'uccello sul Giapponismo italiano
Il Giapponismo non fu un fenomeno che interessò la sola Toscana, tutt'altro: si diffuse rapidamente e capillarmente in quasi tutte le regioni della penisola, soprattutto grazie all'attività del torinese Antonio Fontanesi e del palermitano Vincenzo Ragusa, insegnanti, dal 1876, presso la Scuola Tecnica di Belle Arti di Tokyo. Nella sala che si apre in fondo al corridoio Fontanesi, specializzato in pitture di paesaggio, è presente con il non finito Ingresso di un tempio in Giappone (1878-79), e Ragusa con la terracotta Il portatore di rishaw (1883). Rappresentanti delle altre regioni italiane sono tra gli altri Tranquillo Cremona, Vittore Grubicy de Dragon, Alberto Martini, Francesco Paolo Michetti, che con il suo “dittico” costituito da Zucche e da Fonte mostra un interesse decorativo notevole anche nella scelta delle cornici, realizzate dall'artista applicando elementi vegetali sulla superficie e coprendoli di una sottile doratura. Chiudono la “panoramica” un sorprendente olio e tempera su seta di Giacomo Balla, la Veduta di Villa Borghese del 1918, in tutto simile ai parati giapponesi, e i Pesci nel paesaggio di Pomposa, capolavoro del Ferrarese Filippo de Pisis del 1928, in cui i pesci rosso-bruni si stagliano in primo piano catturando l'attenzione, come l'aquilone a forma di carpa di Hiroshige.
Il Giappone a teatro
Il corridoio che dopo questa sala conduce verso la fine dell'esposizione è dedicato alla diffusione nel teatro italiano di motivi giapponesi, a partire dalla scelta dei temi drammatici messi in scena, come nell'opera Iris di Pietro Mascagni, o nella celeberrima Butterfly di Giacomo Puccini, rappresentata per la prima volta a Milano, nel 1904. In questo fenomeno tanta parte fu giocata dall'attività in Italia dell'attrice giapponese Sada Yacco, che in mostra figura rappresentata in un manifesto da Alfredo Müller. Il ricco corredo di libretti di sala, spartiti e manifesti testimonia la ricerca quasi filologica svolta da artisti e drammaturghi sul tema. Fra gli altri, spicca il grande e colorato manifesto realizzato da Leopoldo Metlicovitz per la Butterfly, elegantissimo nell'uso della linea.
La conclusione del percorso
Alla fine del percorso espositivo lascia forse un po' perplessi la presenza della Grande Onda di Hokusai (1830-33) sistemata in una teca dall'efficacissima illuminazione, ma che dà l'impressione, così isolata, di essere astratta dal contesto generale. La vera conclusione è tuttavia costituita da un dipinto di Mario Cavaglieri, Paravent doré et potiches, che con la tarda data del 1955 conferma quanto profondamente le influenze nipponiche si fossero radicate in Italia.
La mostra si propone di illustrare la circolazione dei modelli giapponesi in Italia, non limitandosi a registrare la diffusione di motivi iconografici, né restringendo l'analisi alla sola pittura, ma ampliandola accuratamente al resto della produzione artistica italiana tra il 1870 e il 1930 circa. La scelta principale compiuta dai curatori è stata quella di offrire un quadro ricco e dettagliato, ma chiaro, della ricettività degli artisti della penisola, pronti ad assimilare e a reinterpretare, sempre originalmente, i modelli giunti dal paese del Sol Levante, in una sottile poetica di rimandi e riflessi, cui Farinella e Morena hanno dato forma visibile.
DIDASCALIE
1. Claude Monet, Effetto di vento, 1891, Parigi, Musée d'Orsay.
2. Giuseppe De Nittis, Pioppi nell'acqua, 1878 ca., Firenze, Palazzo Pitti, Galleria d'Arte Moderna.
3. Elisabeth Chaplin, Autoritratto con scialle rosso, 1912, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria d'Arte Moderna.
4. Mario Cavaglieri, Piccolo interno, 1920, Piacenza, Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi.
5. Giovanni Fattori, Rappezzatori di reti, 1870 ca., collezione privata.
6. Galileo Chini, Vaso con giunchiglie, 1900 ca., Faenza, Museo Internazionale delle Ceramiche.
7. Oscar Ghiglia, La stampa giapponese, 1926-1927, collezione privata.
8. Filadelfo Simi, Bice. Iridescenza della madreperla, 1895 ca., Firenze, Palazzo Pitti, Galleria d'Arte Moderna.
9. Giacomo Balla, Veduta di Villa Borghese, 1918.
10. Leopoldo Metlicovitz, Madama Butterfly, 1904, Milano, Museo Teatrale della Scala.
11. Katsushika Hokusai, La grande onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie delle Trentasei Vedute del Monte Fuji, 1830-1832 ca., Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte, Museo d'Arte Orientale.
12. Mario Cavaglieri. Paravent doré et potiches, 1955, collezione privata.






