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Home indice e rubriche Storia dell’arte e film studies. Chassé-croisé Fra attivismo e poetica: 'The Forgotten Space' di Allan Sekula e Noël Burch

Fra attivismo e poetica: 'The Forgotten Space' di Allan Sekula e Noël Burch

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di Gaia Tedone

 

ABSTRACT: The Forgotten Space (2010) is a film essay by Allan Sekula and Noël Burch which captures the suspended condition of the maritime world, a space described as 'out of sight, out of mind.' The film excavates the disorientation, violence, and alienation that contemporary capitalism produces as it binds the world together through trade. Sekula and Burch follow the containers and their hidden cargo as they are transported from the open sea to centers of commerce through the movement of the ships, river barges, trains, and trucks that physically connect the abstract networks of the global economy. Bringing together the visions of two distinguished contemporary theorists and practitioners, The Forgotten Space actualizes a rare encounter between the fields of visual art and film studies and is a truly ambitious project on the hidden narratives of globalisation.

 

The Forgotten Space (2010) è un documentario che esplora il mare, uno dei luoghi fisici e simbolici più trascurati dall’epoca contemporanea. Chiamato in causa solo in occasione di disastri naturali per poi scivolare nuovamente nell’oblio, l’universo marino è oggi lo spazio prediletto della maggior parte delle transazioni economiche internazionali.

 Diretto da Noël Burch e Allan Sekula, il film é un ambizioso progetto di collaborazione frutto dell’unione di due percorsi autonomi e complementari a cavallo tra teoria e pratica, critica al genere documentario e impulso concettuale.  Quello di Burch nel cinema, di Sekula nel realismo fotografico.

Sin dagli inizi degli anni settanta, il lavoro di Sekula ha unito serie fotografiche, testi, diapositive e audio, operando come un ‘disassembled movie’, un film scomposto che analizza e svela strutture semiotiche e sociali. Burch é autore di testi fondamentali di critica e teoria del cinema, tra cui Theory of Film Practice (1974) e ha diretto nel corso della sua carriera una ventina di film.Il convergere dei loro tragitti rende questo film fondamentale non solo per il contenuto articolato – un’analisi pungente delle devastanti conseguenze del capitalismo neoliberale alla luce della corrente crisi finanziaria – ma anche per gli spunti offerti nell’ambito della riflessione sulla complicità fra cinema e arti visive.

Le storie professionali e personali di Sekula e Burch si intrecciano alla fine degli anni ’70, periodo in cui entrambi insegnavano alla Ohio State University. Dai loro interessi e linguaggi complementari, emerge nel 1981 Reagan Tape, un primo progetto di collaborazione.

Alla vigilia del mandato presidenziale di Reagan, il film inframmezza il discorso inaugurale sulla politica economica del Presidente a scene tratte dalla sua precedente carriera come stella del cinema hollywoodiano. Un accostamento provocatorio e ironico che anticipa lo sguardo critico dei due sui rapporti di forza fra sfera privata e pubblica, interessi economici e interessi politici.

Alla fine degli anni novanta, Burch si dedica alla traduzione francese di Dismal Science, il testo critico che Sekula pubblica nel suo ambizioso progetto fotografico e editoriale Fish Story (1988–1994). Dismal Science traccia l’evoluzione del simbolismo dell’oceano da luogo romantico e depositario di uno spirito avventuroso pre-capitalista a motore invisibile dell’economia post-industriale.

‘Il mare è denaro’[1], scrive Sekula, ed è lo spazio in cui l’economia reale e l’economia finanziaria si incontrano:

 

         Il mio argomento è contrario alla comune visione per cui i computer e i mezzi di telecomunicazione sono gli unici motori della terza rivoluzione industriale. In realtà, il mio argomento è a favore del continuo rilievo dello spazio marino per contrastare l’esagerata importanza allocata a quel costrutto largamente metafisico che é il ‘cyberspace’ e al corollario mito di collegamento istantaneo tra diversi spazi.[2]

 

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The Forgotten Space (2010), diretto da Noël Burch e Allan Sekula, prodotto da DocEye Film, Amsterdam in co-produzione con WildArt Film, Vienna. 
Courtesy DocEye Film

 

La contrapposizione fra fisicità della forza lavoro e fluidità dello scambio monetario è simboleggiata da due distinti luoghi – la borsa valori – in cui il carattere astratto del denaro comanda – ed il porto – sito in cui i beni materiali transitano, colti nel vortice del flusso di scambio. A partire da Dismal Science, che per contenuto e struttura stilistica accomuna le pratiche di Sekula e Burch,  nasce l’idea di sviluppare un film, o più precisamente un ‘essay-film’. Tale termine, coniato dallo stesso Burch per smantellare la presunta oggettività e i parametri del genere documentario, fa riferimento ad un costrutto ibrido, considerato oggi obsoleto.[3] Emerso negli anni settanta dall’esigenza di dare formavisiva a concetti e idee complesse, l’ ‘essay-film’ riunisce approcci stilistici dissonanti a cavallo tra finzione e cinema-vérité.

 

Da questa feconda intersezione nasce The Forgotten Space, l’impresa cinematografica sucui Sekula e Burch si imbarcano agli inizi del 2000 e che li conduce dopo dieci anni alla menzione speciale da parte della giuria del Premio Orizzonti della Biennale del Cinema di Venezia. Girato in quattro super-porti del mondo – Bilbao, Rotterdam, Los Angeles e Hong Kong – il film rivela il ruolo chiave dell’oceano all’interno della complessa rete di relazioni e transazioni economiche che collegano l’economia globale[4]:

 

         La nostra premessa è che il mare sia tuttora uno spazio critico della globalizzazione.

         In nessun altro luogo il disorientamento, la violenza, e l’alienazione del capitalismo   contemporaneo appaiano più manifesti.

 

Il film è strutturato in diversi capitoli che intessono una trama complessa, che riunisce in un moto circolare un insieme di elementi stilistici contrastanti – footage d’archivio, interviste, voce narrante e testo. La sovrapposizione di questi elementi crea uno spazio visivo che allude alle contraddizioni intrinseche del sistema globalee mira ad attivare una riflessione critica da parte dello spettatore.

Tale riflessione è ulteriormente stimolata dalla voce narrante che riporta osservazioni e testimonianze tratte dagli incontri con le numerose persone intervistate durante il percorso: marinai, operai, politici, economisti, urbanisti,  sindacalisti, e così via.

Il protagonista invisibile del film è il capitalismo neoliberale, la cui volatilità, liquidità e immaterialità é contrapposta alla solidità e fisicità delle navi e dei cargo che giorno dopo giorno ne garantiscono l’efficace funzionamento. Il protagonista visibile, e suggestivamente raffigurato, è il container, il cui pionieristico utilizzo da parte degli Stati Uniti nella metà degli anni cinquanta avviò una delle tappe più importanti del processo di globalizzazione. Questa banale scatola di ferro colorata ha radicalmente cambiato la scala e natura delle attività commerciali, trasformando le navi in ‘magazzini galleggianti’ che collegano paesi produttori e paesi consumatori.

 

In una delle riprese più poetiche del film, la telecamera cattura un gruppo di containers colorati che galleggiano in modo simmetrico sulla superficie dell’oceano. L’immagine ritorna durante il film per scandire il ritmo dei diversi capitoli e accompagnare la voce narrante nella descrizione della figura simbolica del container; da ‘scatola di Pandora’ a ‘cavallo di Troia’, il container è per forma geometrica associato alle costruzioni Lego, per misterioso contenuto alle valigie piene di dollari di immaginari gangsters. Nel corso del film la telecamera si sofferma sul suo profilo metallico,  ruota per coglierne il volume durante le operazioni di carico e scarico, rimane fissa per catturarne il silenzioso movimento sulle navi. Accanto ai bracci meccanici che spostano e sollevano i carichi, la figura umana scompare e il suo ruolo, divenuto puramente accessorio alla macchina, è relegato ai lavori manuali come la pulizia dei ponti delle navi. Sekula e Burch seguono meticolosamente i carichi di merci nel percorso che li conduce dal mare aperto alla terra ferma, attraverso navi, chiatte, treni e camion – i mezzi che connettono fisicamente i network astratti dell’economica globale. Nel rumore di sottofondo dei motori delle navi e dei treni merce i container si confondono nel paesaggio, muovendosi da un punto all’altro del globo come imponenti zattere o serpentine insidiose.

 

Astrazione e materialità sono i concetti chiave che permeano la struttura formale del film, la quale oscilla tra l’impulso di rappresentare la ‘mano invisibile’ che governa il sistema e la necessità di dare voce a coloro che dallo stesso sistema sono marginalizzati. Lo spettatore si confronta con le storie degli agricoltori Olandesi costretti a rinunciare ai propri appezzamenti per la costruzione della linea ferroviaria Betuwe Line[5]; con i senzatetto delle tendopoli dell’Ontario; con le lavoratrici domestiche che migrano dalle Filippine a Hong Kong per migliori opportunita’; con la coppia di commercianti del villaggio di Doel, obbligati dallo sviluppo del porto di Anversa a chiudere la propria attività.

Vicino al porto di Los Angeles, Sekula and Burch intervistano l’autista di un camion che trasporta un carico.  La telecamera mette a fuoco lo specchietto retrovisore puntato sulla strada, per poi spostarsi verso il finestrino aperto sul porto e soffermarsi infine sul volto dell’uomo. Con una mano comodamente appoggiata sul volante, il protagonista racconta dei suoi orari di lavoro e dello stress causato dallo stare in coda per ore[6]; in condizioni di bassi salari, perdere tempo significa realmente perdere denaro. Le prolungate ore di servizio e la volontà da parte dei datori di lavoro di bypassare i sindacati, espongono i camionisti, perlopiù di origine latina, a situazioni lavorative ad alto rischio. Questi ritratti e testimonianze conferiscono dignità a condizioni di vita precarie, colte in bilico tra disperazione e lotta per la sopravvivenza.

 

Nello spostarsi al seguito dei containers, la telecamera si muove attraverso diverse geografie e temporalità, contraddicendo la nozione di superamento istantaneo fra luoghi. Opponendosi ad un mondo in cui tutto sembra facilmente automatizzabile, il film rivela come l’accelerazione che il capitalismo produce non sempre é in linea con la realtà dei fatti. La voce narrante contesta apertamente l’ideologia neoliberale secondo cui il lavoro materiale non è più la forza trainante dell’economia del ventunesimo secolo. La stessa voce argomenta come la crescente dematerializzazione dell’economia generi una pericolosa dispercezione del senso di tempo e spazio a spese dei lavoratori e dell’ambiente, creando un divario sempre piu profondo tra economica reale e finanziaria. La continua crescita economica basata sull’utilizzo di manodopera a basso costo non emerge, in ultima analisi, come un’opzione sostenibile. In una scena del film, un’economista di Hong Kong si interroga sul futuro della Cina – cosa succederà quando i lavoratori si organizzeranno in sindacati ed esigeranno salari e condizioni di vita migliori? In che direzione si muoverà il capitalismo, costantemente alla ricerca di una nuova area da sfruttare, manodopera da sottopagare, bolla speculativa da creare?

 

Con The Forgotten Space Sekula and Burch si soffermano sul tema della forza lavoro, uno dei soggetti notoriamente esclusi dalla storia del modernismo. Forte di un doppio mandato, il film reintroduce all’interno della narrativa del capitalismo internazionale l’aspetto materiale delle transazioni globali, e rende necessaria la riconsiderazione del concetto di lavoro all’interno di una riflessione sul modernismo artistico e avanguardia cinematografica[7].

In occasione del recente simposio tenutosi alla Tate Modern di Londra in concomitanza alla proiezione del film, tale discorso è stato il sottotesto di una conversazione fra Allan Sekula, Noël Burch e il critico d’arte Benjamnin Buchloch. Attraverso il personale resoconto degli ostacoli e compromessi che hanno accompagnato la realizzazione del film – ‘due case produttrici, una olandese, l’altra austriaca, con due distinte visioni del genere documentario, nessuna delle quali coincideva con la nostra’ – Sekula e Burch aprono la conversazione ad una più ampia riflessione sulle modalità di produzione e distribuzione proprie al mondo dell’arte e del cinema e su come esse condizionino lo spazio, il  tempo e la forma del processo creativo. Solitario, agile, individualista nell’arte; collaborativo, economicamente ambizioso e di lungo periodo nel cinema. La capacità dei due autori di trovare un equilibrio fra queste diverse pulsioni e il comune obiettivo di creare un film ‘leggibile’, capace di comunicare con un pubblico ampio, sono gli ingredienti che hanno consentito il successo di The Forgotten Space. Successo peraltro relativo, se si considera che il film è stato rifiutato dalla maggior parte dei festival americani e francesi, i quali lo hanno definito ‘il progetto fuorviante di una coppia di vecchi Marxisti’. Per non menzionare il fatto che il nome di Sekula é stato sistematicamente escluso dalla lista di artisti a cui i principali  musei americani hanno dedicato grandi retrospettive.

 

Nell’ambizione di Burch, il film non esaurisce il proprio mandato unicamente attraverso un’operazione di denuncia, ma può e deve essere completato da altri mezzi. Si tratta di una sorta di ‘agitprop’ il cui messaggio reclama una distribuzione capillare e un appello all’azione, già accolto, ad esempio, dagli attivisti di Occupy ad Oakland[8].  Nella visione di Buchloh, The Forgotten Space rappresenta la più straordinaria opera d’arte sulla globalizzazione finora realizzata e il lavoro più completo di Sekula. Liberatosi finalmente delle costrizioni del mezzo fotografico, nella transizione da immagine fissa ad immagine in movimento Sekula ha compiuto un passaggio necessario alla formalizzazione del suo ambizioso progetto politico e sociale.

Complesso tanto quanto la realtà che cattura, The Forgotten Space sfugge a categorie formali e mette in crisi definizioni, incarnando un raro incontro fra immagine fissa e immagine in movimento, mondo dell’arte e cinema, attivismo e poetica.

 



[1]Allan Sekula, Fish Story (Düsseldorf: Richter Verlag, 2002), 108.

[2]Sekula, 50.

[3]Burch in tempi recenti ha rifiutato la nozione di ‘essay-film’, definendolo un concetto artificiale. A questo proposito si veda la registrazione della conferenza alla Tate Modern, 24 Aprile 2012 (http://www.tate.org.uk/whats-on/tate-modern/talks-and-lectures/allan-sekula-and-noel-burch-forgotten-space-panel-discussion).

[4]  http://www.theforgottenspace.net/static/notes.html

[5]Si tratta di una linea ferroviaria per treni merce di 160 km pensata per collegare il porto di Rotterdam al confine tra Germania e Olanda, la cui costruzione e mal funzionamento ha causato notevoli controversie sul piano ecologico e di budget.

[6]Gaia Tedone, ‘Abstract Patterns, Material Conditions’, in Foreclosed. Between Crisis and Possibility (New York: Yale University Press, 2011)

[7]Jennifer Burris, Material Resistance: Allan Sekula’s Forgotten Space, Afterall online, June 2011 http://www.afterall.org/online/material-resistance-allan-sekula-s-forgotten-space.

[8]http://www.guardian.co.uk/film/2012/apr/20/allan-sekula-resistance-at-sea

 
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