di Fabio Marcelli*
ABSTRACT: The polyptych realized in 1508 for the Church of Saint Domenico in Recanati (today in the Civic Museum), is one of Lorenzo Lotto's masterpieces and it is the “hub” between the painter's Venetian training and his arrival in the Apostolic Palaces in Rome. The essay investigates the historical events concerning the patron of the painting, emphasizing his role within the network of relationships among Venice, the Marches and Rome, with a special interest in the policy of Dominican propaganda, carried on by Cardinal Oliviero Carafa, protector of the Order of Preachers.
“[Gulda] era un artista che guardava oltre,
un genio della curiosità e della ricerca,
l'ho ammirato per questa sua insaziabile
voglia di sperimentare, di scoprire il senso
nascosto della musica.” (Martha Argerich).
Per Marta
Antefatto.
Celestino V meditava di lasciare la cattedra di Pietro[1], quando nella notte del 10 dicembre 1294 gli angeli portarono in volo la Santa Casa da Tersatto a Loreto[2].
Il viaggio storico, non quello agiografico, della casa di Nazaret era iniziato intorno al 1291: i crociati ne stivarono le pietre su una nave per sottrarle ai musulmani che avevano conquistato il regno di Gerusalemme[3].
La nave approdò in Dalmazia e il sacello fu ricostruito a Tersatto, dove rimase nei tre anni precedenti al suo trasferimento a Loreto[4]. La Santa Casa era una reliquia fondamentale per sostenere la missione crociata di Niccolò IV e la sua ricollocazione fu decisa, forse dalla Curia papale, per metterla a riparo dai musulmani[5].
Mentore e regista della traslazione della Santa Casa dovette essere Salvo de’Salvi, Vescovo di Recanati dal 1289 al 1300[6].
La diocesi di Recanati era stata soppressa nel 1269 ma il pontefice marchigiano l’aveva ripristinata vent’anni dopo, consegnandola al suo fidato collaboratore romano. Due anni più tardi Niccolò IV nominò Salvo al delicato officio di Vicario Urbis e il Vescovo, nell'anno in cui la Santa Casa fu ricollocata a Loreto, esercitava appieno questa prerogativa perché Celestino V non mise mai piede a Roma.
Probabilmente fu semplice per il Vicario papale di Roma governare l’approdo della reliquia mariana nella selva di Loreto, con l’obiettivo d’illustrare di splendore la mensa di Recanati.
Salvo de' Salvi con Girolamo Masci aveva condiviso sia gli studi eruditi, sia la fratellanza nella famiglia mendicante: francescano il Papa e domenicano il Vescovo.
Appena insediato a Recanati frate Salvo ebbe un occhio di riguardo per i confratelli e nel 1290 trasferì il titolo parrocchiale dalla pieve di San Gregorio alla nuova chiesa di San Domenico[7], edificata nella piazza comunale con una scelta urbanistica rara per le fondazioni mendicanti[8]. Con questo provvedimento il domenicano completava la strategia d’insediamento dei frati nel cuore politico della città, consacrando la centralità dei Predicatori nella vita civile e religiosa di Recanati.
Lorenzo Lotto fu “un primatista tra gli artisti del suo tempo, per la gran quantità di rapidi spostamenti e viaggi effettuati”[9]. Lungo gli itinerari percorsi alla ricerca di commesse, il pittore attraversò “la frontiera tra due mondi dell’arte, Venezia e Roma, in entrambi ledirezioni e più di una volta”[10].
Il varco di questa frontiera lo incontrò a Recanati, città che vantava nel suo territorio il santuario di Loreto: un piccolo universo popolato di pellegrini, magnati, prelati o uomini d’ogni schiatta in cerca di fortuna, spesso atterriti dalle incursioni dei pirati.
Frequentando il porto brulicante di navi e merci di Recanati o il borgo di Loreto, il giovane pittore rilesse l’editio minor di quelle trame sociali proprie di Venezia e vi navigò fino ad approdare nei palazzi vaticani; sostenuto dal talento, dall’ambizione e dalla fama conquistata con la pala d’altar maggiore firmata nel 1508 per la chiesa di San Domenico a Recanati (fig. 1).
Il polittico di Recanati vanta una letteratura abbondante[11] ma vi sono margini per riflettere su una scena che è un unicum nel florilegio dell’iconografia domenicana: san Domenico dipinto in ginocchio, assistito da un angelo che l’aiuta a indossare sopra la tonaca grezza lo scapolare donatogli da Maria (fig. 2).
La striscia di stoffa testimonia la vocazione mariana di monaci e frati[12], da quando il carmelitano san Simone Stock la ricevette dalla Vergine[13].
L’iconografia della Madonna del Carmine, che racconta ed evoca questo episodio, sembra essere il modello al quale Lotto s’ispirò per il polittico, eppure studiando con attenzione le fonti emerge una memoria agiografica di notevole interesse su san Domenico.
Giordano di Sassonia, biografo e primo successore di san Domenico, racconta che il santo era impegnato ad assistere Ruggero d’Orleans, febbricitante, quando la Vergine apparve al malato mostrandogli l’abito domenicano per invitarlo a entrare nell’ordine[14].
Leggendo questa memoria agiografica, appare evidente come l’iconografo della pala di Recanati scelse di traslare all’immagine del santo l’episodio di cui fu protagonista Ruggero d’Orleans, con il fine evidente di raccontare la filiazione spirituale di Domenico e dei frati Predicatori dalla Madonna[15].
Domenico di Guzmán al momento di fondare i cani del Signore, consacrò i suoi confratelli a Maria, “ispiratrice, conservatrice, maestra e abbadessa dell’Ordine”[16].
Lo scapolare che i committenti chiesero a Lorenzo Lotto di dipingere, quindi, aveva un valore spirituale e memoriale identico alla corona fiorita del Rosario, che la Vergine donò a Domenico perché l’inalberasse durante la sua missione antiereticale[17].
Nel 1508 la devozione per il santuario di Loreto era un fiume in piena e a questa data il luogo di culto si stava affermando come il più importante altare mariano italiano e continentale[18]. Il polittico di Recanati illustrava la chiesa domenicana più vicina alla Santa Casa e l’opera fu un manifesto prammatico che nobilitava i Predicatori agli occhi del primo pellegrino lauretano, Giulio II, e con esso i curiali e i magnati illustri che visitavano Loreto[19].
L’omaggio dei frati al culto lauretano era ben visibile nella pala d’altare, poiché Lotto nella predella alla base della tavola maggiore dipinse il Transito della Santa Casa[20]; fra i primi testi che raffigurano il sacello sorretto in volo dagli angeli noti a queste date (figg. 3, 4, 6)[21].
Purtroppo la tavoletta è perduta ma una eco iconografica del transito lauretano, dipinto da Lorenzo Lotto, si può individuare in una xilografia che illustra la Lauretanae Virginis Historia (figg. 5), pubblicata intorno al 1525-1530 (probabilmente a Venezia) e dedicata a papa Clemente VII[22].
L’autore della storia nella quale fu reso noto l’anno della traslazione della Santa Casa, è il cancelliere perpetuo del comune di Recanati e conte palatino Girolamo Angelita, successo in questo ruolo nel 1508 al padre Giovan Francesco (prezioso compilatore degliAnnali di Recanati)[23].
L'immagine mostra la Vergine e il Bambino sopra la Santa Casa in volo verso Loreto, lo stile della nube popolata di angeli evoca il linguaggio lottesco ed è affine alla pala di Asolo o al San Vincenzo Ferrer di Recanati. La predella era ben nota all'Angelita il quale conobbe Lorenzo Lotto, in virtù del suo officio pubblico.
La scelta dei frati di Recanati di commissionare nel 1506 a Lorenzo Lotto una splendida opera d’arte fu provvidenziale perché, l'anno seguente, Giulio II riconobbe nella Santa Casa il luogo in cui Maria fu Annunziata, consacrandola nell’empireo dei luoghi di culto della cristianità accanto a San Pietro e San Paolo a Roma, San Giacomo a Compostela e alla Terra Santa[24].
Promulgando la bolla in sublimia il papa istituì il governatorato pontificio della Santa Casa, sottraendo l’area santuariale alla potestà canonica della Diocesi e alla giurisdizione fiscale e giudiziaria di Recanati.
La storiografia ha rammentato il danno istituzionale e economico subito dal comune marchigiano, leggendo la commissione e l’iconografia del polittico come una manifestazione (in pratica una protesta) della volontà di riscatto della città menomata dalle brame papali[25].
Giulio II non fu il primo pontefice ad accarezzare l’idea di annettere la Santa Casa, le cronache ricordano che fu l’opposizione dei recanatesi a far fallire i tentativi analoghi di Martino V nel 1424 e di Sisto IV nel 1476[26]. Nel 1508 Recanati avviò con la Camera apostolica una conciliazione per mitigare gli effetti finanziari della bolla[27], ma la città nulla poteva sul fronte giuridico o militare per contrastare la scelta del papa guerriero.
In realtà è vero che Sisto IV scelse la via diplomatica e rese nulla la bolla scritta nel 1476, ma Francesco della Rovere nello stesso anno aggirò l’ostacolo e divenne il governatore de facto del santuario e del borgo di Loreto, insediando suo nipote sulla Cattedra episcopale recanatese. Il cardinale di Recanati, così era appellato Girolamo Basso della Rovere, era una delle porpore più potenti del Sacro Collegio e governò la Santa Casa per trent’anni fino al 1507, anno della sua morte[28]. Quattro anni prima Girolamo si era distinto come grande elettore del cugino Giuliano della Rovere e il nuovo papa, per doveroso rispetto familiare e istituzionale, attese la scomparsa del cardinale (1° settembre) prima d’acquisire la Santa Casa (21 ottobre).
L'obolo del santuario fu destinato da Giulio II al finanziamento della sua impresa più ambiziosa e magnifica: la fabbrica della Basilica di San Pietro in Vaticano[29].
Recanati, a onor del vero, iniziò a beneficiare di ricche entrate commerciali e tributarie determinate dal giro d’affari prodotto dai pellegrini, richiamati dalle indulgenze papali concesse al santuario.
Giulio II fu soddisfatto della gestione di Girolamo Basso della Rovere su Loreto e promosse i due coadiutori episcopali agli offici di vescovo e governatore della Santa Casa. Questa scelta garantiva continuità di governo e stabilità nei rapporti con le istituzioni comunali, poiché i due alti prelati dialogavano da oltre venti anni con Recanati.
Sulle cattedre delle diocesi di Macerata e Recanati Giulio II insediò Teseo de’Cuppis di Montefalco[30], il quale dal 1492 reggeva le mense di Macerata e Recanati su delega di Girolamo. Il primo governatore della Santa Casa fu Domenico Sebastoli di Anguillara[31], amministratore del santuario di Loreto dal 1484 e preposto della Cattedrale di San Flaviano dal 1494(prima dignità ecclesiastica di Recanati dopo quella episcopale).
L’accorta strategia gestionale, economica e diplomatica del papa verso Loreto e Recanati fu indirizzata dai curiali Bernardino de’Cuppis e Antonio Ciocchi del Monte.
Il primo vantava una lunga frequentazione lauretana, perché collaborò con Girolamo Basso della Rovere sostenendo con la sua competenza finanziaria l’attività vicarile del fratello Teseo su Macerata e Recanati[32]. Primo cameriere di Giulio IIe tesoriere apostolico dell’Umbria, il nobile di Montefalco era amico e consigliere di Giuliano della Rovere da vecchia data e fu ricompensato (dal cardinale e dal papa) con vari incarichi nella Camera e nella Tesoreria apostolica[33].
Per meglio servire il cardinale Giuliano, Bernardino ne sposò l’amante: la nobile romana Lucrezia Normanni. Nel1483 dalla relazione tra Giuliano e la moglie di Bernardino nacque una fra le donne più importanti della Roma curiale, Felice della Rovere, che il prelato riconobbe quale figlia naturale[34].
La consacrazione del vescovo fu accolta con calore dai recanatesi e i notabili raggiunsero Teseo de' Cuppis a Sassoferrato, lungo la via che univa l'Umbria alla Marca, per invitarlo a fare il suo ingresso solenne nella loro città piuttosto che a Macerata[35].
Quando Teseo entrò a Recanati forse il polittico stava per essere licenziato e immaginiamo la soddisfazione del presule nell’ammirarsi, ritratto da Lotto, nelle vesti del primo vescovo di Recanati: san Flaviano[36]. Lorenzo per rendere più riconoscibile il criptoritratto, dipinse lo stemma di Teseo nell’anello episcopale.
Considerata la statura familiare del personaggio, non è improbabile che sia stato il presule a sollecitare ai frati la pittura della sua effige nel polittico[37], magari in virtù dell’elargizione di un contributo finanziario per la realizzazione dell’opera o di altro beneficio vescovile.
L’omaggio rivolto dai Domenicani al neo vescovo, comunque, racconta la ferma adesione dei frati e del Comune[38]all’autorità costituita e non avrebbe potuto essere altrimenti: il polittico fu un traguardo politico per l’intera famiglia domenicana e una testimonianza d’orgoglio e dignità civica per la comunità di Recanati.
Se malumori vi furono a Recanati con la nascita del santuario papale, non è plausibile che questi fossero registrati e amplificati proprio dai Domenicani, difensori dell’ortodossia, attraverso la commissione di una pala d’altare ‘eretica’.
Lorenzo Lotto per il suo capolavoro fu pagato 700 fiorini d’oro e se il Comune ne finanziò un settimo[39], la somma restante dovette essere raccolta dai frati attraverso una colletta che beneficiò di una schiera di contributori oggi ignoti: magnati, corporazioni, confraternite, Diocesi, Curia generalizia, pellegrini.
Le famiglie recanatesi più munifiche nel contribuire alla colletta dei frati, a nostro giudizio, dovettero essere i Melchiorri, i Bongiovanni e gli Antici: impegnate a dipanare il filo rosso che univa le loro residenze di Recanati e Roma.
Il ruolo dei Melchiorri in questa vicenda è testimoniato da una memoria settecentesca che offre un indizio evidente, seppur confuso. Nel 1723 Benedetto Melchiorri, coinvolto in una causa contro i frati di San Domenico, ricorda al giudice che: “il marchese Benedetto Melchiorri morto in Recanati fin dall'anno 1660 in età di 90 anni in circa in sua gioventù donò al Convento una cornice tutta messa a oro con sette pezzi di Quadri di mano del Lotto d’un valore inestimabile, che ora serve per ornamento del Coro della medesima Chiesa e Ottavia Melchiorri donò al convento scudi 4000”[40].
Il vegliardo citato nell’atto dimorava a Roma ed è documentato in commissioni artistiche ma appare insolito che, a meno di un secolo dal 1508, il marchese pagasse una nuova cornice per l’opera di Lotto (forse danneggiata?)[41]. La testimonianza di Benedetto in ogni modo è resa inattendibile dall’affermazione che il suo omonimo donò la cornice “con sette pezzi di Quadri di mano del Lotto”[42].
Vito Punzi, a ragione, ha letto la notizia come la memoria (sbiadita) di un possibile ruolo dei Melchiorri nel finanziamento della pala d’altare[43]; evidentemente tra le pareti del palazzo avito girava l’eco dell’impegno familiare a favore del polittico e recuperarlo era utile a Benedetto per conquistare la benevolenza del giudice.
Il marchese Benedetto era il pronipote di Tommaso di Tommaso Melchiorri, il personaggio più in vista della famiglia quando Lotto licenziò il polittico e probabilmente fu quest’ultimo e non Benedetto il reale contributore per l'opera di Lorenzo. Impegnato per decenni in cariche politiche nella sua città, Tommaso, oltre all’amicizia coi Domenicani vantava la conoscenza di Lorenzo Lotto, poiché è citato con il pittore in un documento del 1510[44].
Alla genia dei Melchiorri apparteneva frate Nicola, laureato nello studio domenicano di Firenze e maestro lettore in vari conventi italiani. Il recanatese era legato alla famiglia reale di Napoli e nel 1517 fu chiamato dal cardinale Luigi d’Aragona a reggere la Diocesi di Nardò. Anche con Giovanni de’Medici dovette tessere delle relazioni perché nel 1518, quando il fiorentino fu incoronato col nome di Leone X, nominò frate Nicola vescovo in partibus di Cirene[45].
La fedeltà al partito aragonese rappresentato a Roma dal potente protettore dei Domenicani, Oliviero Carafa[46], è l’altro filo rosso che unisce le tre famiglie recanatesi; ciascuna impegnata a ritagliarsi uno spazio di luce nella città eterna.
La congiuntura diplomatico - familiare che abbiamo appena evocata, a nostro giudizio, non ebbe un ruolo secondario nella storia felice dell’opera di Lorenzo Lotto.
Il polittico di Recanati fu una cassa di risonanza verso Roma per nobilitare l’immagine di queste famiglie e la sua commissione dovette esser benedetta, fin dalla gestazione, dalla curia romana dell’Ordine governata con polso fermo dal cardinale e dai suoi fiduciari.
Il capostipite delle fortune dei Bongiovanni, Berardo, fu il medico di Alessandro VI e in premio ai suoi servigi ottenne la sede vescovile di Venosa (retta dal nobile marchigiano fino al 1510). L’archiatra fu attento alla carriera dei suoi figli e nel 1508 un rampollo di Bernardo già indossava la mitria e un altro s’apprestava a riceverla[47].
Berardo era particolarmente apprezzato fra i Domenicani della curia generalizia, poiché istruì la ricognizione sulle prodigiose stigmate della suora domenicana Lucia da Narni[48].
Giurista e letterato, Bartolomeo, capostipite degli Antici, fu uno dei più importanti e autorevoli ambasciatori della corte partenopea di Ferrante e Alfonso; gli Aragona lo gratificarono con l’iscrizione della sua stirpe nel libro del patriziato napoletano (1464)[49].
Da Napoli il figlio di Bartolomeo, Alfonso, battezzato con questo nome in omaggio al suo mentore, aveva trasferito la residenza a Roma continuando con onore l’attività giuridica che aveva determinato le fortune della casata. Nella città eterna oltre a beneficiare della considerazione dei nobili vicini alla casata regnante, Alfonso si imparentò con l’antica genia romana dei Capodiferro[50]e s’impegnò in vari incarichi amministrativi pubblici[51].
I Capodiferro erano anche imparentati con i de’ Cuppis: l’umanista Evangelista Capodiferro aveva sposato la figlia di Bernardino suscitando scandalo a Roma perché il matrimonio, riparatore, fu preceduto dal rapimento della futura sposa[52].
Alfonso viveva nel rione Regola, quartiere dei Capodiferro, le cui residenze erano vicine al palazzo del cardinalizio di Oliviero Carafa[53]. Il giurista recanatese fu uno stretto collaboratore del prelato napoletano poiché nel 1503, come da protocollo, fu l’unico cameriere del cardinale ammesso nella clausura del conclave che elesse Giulio II[54].
Gli Antici a Roma manifestavano la loro devozione sia nella chiesa di Santa Maria della Pace54, fondata dal Carafa, sia nella chiesa domenicana di Santa Maria sopra Minerva[55].
Intorno al sistema di potere del cardinale gli Antici, i Melchiorri e i Bongiovanni costituivano una famiglia allargata; consorteria unita da carriere, affari e da una politica di matrimoni incrociati, nata e protetta nei chiostri domenicani[56].
Gli Antici erano i proprietari della cappella gentilizia più importante nella chiesa di San Domenico a Recanati[57], dov’era conservata la reliquia della Vera Croce (ne pagarono anche la stauroteca)[58]. Il Sacro Legno era affidato a tre custodi, dotati di altrettante chiavi per aprire le serrature della stauroteca: il priore e il dispensiere del convento di San Domenico, e il priore comunale di Recanati[59].
La città era profondamente devota alla reliquia, ricevuta in dono dal domenicano san Pietro da Verona. Il martire stava predicando contro l’eresia sulla piazza maggiore di Recanati davanti alla chiesa di San Domenico e per mostrare la natura prodigiosa della reliquia che portava con se, accese un fuoco e la gettò tra le fiamme. Recuperato il legno ignifugo, ne consegnò un frammento ai devoti commossi[60].
I Domenicani chiesero al veneziano di raccontare la prova del fuoco voluta da san Pietro martire in una delle tre predelle, la sola superstite, oggi conservata nel Kunsthistorisches Museum di Vienna[61](fig. 7).
La riflessione sulle famiglie recanatesi qui proposta, testimonia la centralità della commissione a Lotto, al cui prestigio guardarono in molti con l’obiettivo di legarvi le fortune della propria immagine nel contesto sociale cittadino o dentro i sacri palazzi.
L’identità corale del polittico emerge con evidenza completandone la lettura iconografica, peraltro illustrata in modo sostanzialmente corretto da Giorgio Vasari nell’edizione giuntina delle Vite.
Leggendo la descrizione dell’aretino, l’unico dubbio emerge con l’identificazione in Sigismondo di Borgogna[62] (martire nel 524) del santo cavaliere visibile accanto a santa Caterina da Siena (fig. 8). Motiviamo la cautela perché il culto del primo re gallo convertitosi al cattolicesimo non è usuale nel santorale domenicano, nonostante la consuetudine storica di san Domenico con la Francia.
Non vi sono elementi documentari per associare Sigismondo alla memoria onomastica di un finanziatore. Il cavaliere barbuto che indica la spada, simbolo della sua dignità, va identificato in Giuliano l’ospitaliere[63]: egli espiò con la santità il peccato mortale di parricidio commesso, suo malgrado, perché lo sguardo obnubilato dall’ira gli fece credere d’aver sorpreso la moglie addormentata tra le braccia dell’amante.
Il confronto iconografico tra il santo dipinto da Lotto e due celebri effigi di san Giuliano, i pannelli del polittico di Santa Felicita a Firenze dipinto da Taddeo Gaddi e del trittico Carnesecchi dipinto da Masolino, sostiene l’identificazione proposta (figg. 9-10).
San Giuliano è il patrono della Diocesi di Macerata[64], alla quale la Cattedra di Recanati era stata accorpata più volte da quando nel 1240 Gregorio IX l’aveva creata. Questa continua incertezza trovò un suo equilibrio solo nel 1356, attraverso l’unione aeque principaliterdi Recanati a Macerata ancora in essere nel 1508[65].
Accanto alla Madonna Lorenzo Lotto ha collocato le figure sontuose di due papi, che Vasari identifica in Gregorio magno e Urbano V (fig. 1).
Il papa francese è riconoscibile perché mostra l’icona dei santi Pietro e Paolo, suo attributo canonico. Urbano V durante il tragitto che dalla cattività avignonese nel 1367 lo riportava a Roma, fu il primo papa a visitare la Santa Casa di Loreto[66].
La presunta effige di papa Gregorio Magno non mostra l’attributo iconografico della colomba che gli canta nell’orecchio; negli anni ha trovato consenso l’identificazione in Gregorio XII[67].
Angelo Correr come san Flaviano fu il Patriarca di Costantinopoli (1390 - 1405) e nel 1417 scelse la sua sepoltura nella Cattedrale di Recanati, dopo aver abdicato[68]. Alla chiesa matrice il nobile veneziano donò due frammenti della Croce[69].
Nonostante i solidi indizi esposti, la mancata elevazione di Gregorio XII nell’empireo dei santi è l’ostacolo insormontabile per identificarlo nel papa dipinto da Lotto. San Gregorio VII[70], in virtù della statura teologica e politica, potrebbe essere un ottimo candidato per sostituire idealmente Gregorio Magno nel polittico, ma il papa riformatore è rappresentato solitamente con un volto glabro.
Il primo dottore della Chiesa era titolare della chiesa dalla quale i Predicatori trasferirono il beneficio parrocchiale di San Domenico, la sua effige dipinta nella posizione d’onore si potrebbe giustificare con questo dato[71]. Unito alla naturale ammirazione dei Domenicani per l’autorità dottrinale dell’ultimo dei romani.
In alternativa, qualora si voglia giustificare la generosa attribuzione della dignità santorale, occorre valutare la figura di Gregorio IX[72]. Ugolino di Anagni fu amico antico e sodale di san Francesco e san Domenico: difensore dell’ortodossia e del papato dagli attacchi imperiali, ispiratore dei tribunali inquisitori di cui i Domenicani furono magna pars, il papa approvò la fondazione dei Predicatori e creò la diocesi di Recanati[73].
Il valore propagandistico del polittico dovette consigliare ai Domenicani di rivolgersi a un teologo autorevole per ideare o approvare il programma iconografico della pala e i Predicatori non ne difettavano. Le figure coinvolte in prima persona, naturalmente, furono il Priore e il Maestro lettore dello studio teologico conventuale, i cui nomi compaiono nei documenti sul polittico: frate Agostino spagnolo e frate Giovan Domenico[74].
Quest’ultimo potrebbe essere identificato in Giovan Domenico da Alessandria, teologo licenziato nel 1501 nel convento di San Domenico a Perugia e rettore tra il 1507 e il 1508 del prestigioso studio teologico di Milano[75] dal quale era uscito il Maestro generale dell'ordine in carica, Vincenzo Bandello[76].
Frate Vincenzo è noto alla storia dell’arte per essere il priore di Santa Maria delle Grazie mentre Leonardo da Vinci vi affrescò l’Ultima Cena[77], ma ciò che interessa del suo generalato è l’impegno riformatoreper valorizzare l’azione apostolica dei Predicatori e la centralità delle scuole conventuali[78].
Il Maestro generale visitò tutti i conventi italiani e buona parte di quelli europei, durante i periodi di assenza si avvalse del sostegno di Tommaso de Vio[79], procuratore generale dei Domenicani nella Curia vaticana dal 1501 e docente di filosofia nello Studio della Sapienza.
A frate Tommaso spettava l’onore della predica nella Basilica di San Pietro o nella Cappella Sistina, durante la messa dellaprima domenica di quaresima e la prima d’avvento. Nel 1507 gli fu affidata la vicaria generale dei frati Predicatori, dei quali divenne Maestro generale l’anno successivo[80].
Probabilmente fu Tommaso de Vio a seguire in prima persona o a approvare l’iconografia del polittico recanatese, in virtù della sua indiscussa autorità intellettuale. Il frate era pienamente a suo agio, praticamente organico, nella Curia di Giulio II ed ebbe modo di stringere legami con alcune personalità vicine al papa e al santuario di Loreto: Bernardino de’Cuppis, Girolamo Basso della Rovere o Antonio Ciocchi del Monte su tutte.
L’eminenza culturale dei Domenicani e il suo mentore, Oliviero Carafa (fig. 11), furono ritratti insieme da Raffaello Sanzio nella Disputa del Sacramento[81](fig. 12), testimoniando la centralità della dottrina domenicana nella battaglia contro l’errore luterano[82].
Frate Tommaso visse buona parte della formazione nelle scuole domenicane di Venezia e Padova, per le quali fu sempre un punto di riferimento[83]. E proprio nei conventi di San Zanipolo a Venezia e San Nicolò a Treviso, potrebbero essersi sviluppati i contatti tra i frati e Lorenzo Lotto, culminati nella segnalazione del giovane pittore al priore di Recanati o alla curia generalizia di Roma, per affidargli la commessa marchigiana.
Il convento di San Zanipolo a Venezia, accanto alle case domenicane di Roma, Bologna, Firenze e Napoli era uno dei pilastri della famiglia religiosa. Negli anni in cui Lorenzo Lotto conquistava i primi consensi tra Venezia e Treviso il Patriarca di San Marco era il domenicano Tommaso Donà, del quale le cronache raccontano l’attenzione censoria per l’iconografia profana[84].
A Venezia durante il capitolo generale del 1487 era stata avvia la riforma della famiglia domenicana e questa fu affidata al nobile indigeno Gioacchino Torriani[85]: la sua elezione a Maestro generale fu salutata con un grandioso corteo illustrato dal Bucintoro dogale.
Altri domenicani veneziani illustri, contemporanei di Lotto, furono il teologo Alberto da Castello e frate Francesco Colonna. Quest'ultimo è l’autore, controverso, della Hyperotomachia Poliphili[86] dedicata nel 1499 al capitano generale della Serenissima e duca di Urbino, Guidobaldo da Montefeltro[87]
Ponendo l’accento sulle trame del dialogo tra i conventi marchigiani, veneti e romani dei frati non intendiamo sminuire la solidità delle relazioni tra Venezia e Recanati, che potrebbero aver favorito un soggiorno precoce del Lotto nella Marca, ma prima di tutto la pala va letta come una pagina luminosa nella storia dei Predicatori.
Il porto adriatico era fra gli scali principali per le navi della Serenissima, della quale Recanati era alleata storica e fedele[88]. La fiera di Recanati era una piazza vivace per il commercio delle opere d’arte, come ha dimostrato una recente e utile indagine archivistica[89].
I mercanti recanatesi che avevano trasferito la loro residenza o una filiale di corrispondenza a Venezia erano numerosi; a Recanati si era insediato un ramo della famiglia dogale dei Venier (Venieri nella vulgata marchigiana)[90], che ha espresso alti prelati e commissionato a Giuliano da Sangallo il palazzo avito (finanziato anche dal Comune in cambio dell’uso come sede di rappresentanza)[91].
Di fronte a questo panorama relazionale tra Venezia e Recanati è interessante notare come il mentore del giovane Lotto, Bernardo Maria de' Rossi[92] dovette essere in contatto per politica e diletto intellettuale col figlio di un mercante recanatese trasferitosi tra le calli: Antonio Vinciguerra[93].
Il Vinciguerra fu apprezzato poeta satirico, amico e sodale degli umanisti che illustravano la Marcellina sodalitas[94]: l’accademia trevigiana sostenuta da Bernardo de' Rossi.
I contatti più stretti tra il vescovo e l’oriundo marchigiano interessarono la politica, poiché Vinciguerra servì per trent’anni il Maggior Consiglio nel delicato officio di segretario della Repubblica e diplomatico nella legazione romana della Serenissima[95]; il presule di Belluno e Treviso legò le sue fortune (e sfortune) agli umori della Serenissima nei suoi confronti[96].
Lorenzo Lotto agli inizi del XVI secolo era già in contatto con i Predicatori perché fu chiamato a decorare il monumento funebre di Agostino Onigo, onorato alcuni anni più tardi la morte (1490) nella chiesa domenicana di San Nicolò a Treviso, con la tomba scolpita da Antonio Rizzo[97].
Del dialogo tra Lotto e i frati di Treviso è testimonianza indiretta anche la tavola conservata nel Museo nazionale di Capodimonte a Napoli, raffigurante la Madonna col Bambino, san Giovannino e san Pietro martire (fig. 13)[98]. Databile al 1503 l’opera ha condiviso la storia conservativa e la possibile committenza con il ritratto del vescovo De’Rossi (1505), diviso tra il museo campano e la National Gallery di Washington, che ne conserva la coperta dipinta raffigurante virtus evoluptas (fig. 14-15)[99].
Il dipinto fu commissionato a Lotto per illustrare la devozione di Bernardo de' Rossi, probabilmente ritratto inginocchiato dal pittore, verso la Vergine e san Pietro martire. Le radiografie eseguite sulla tavola in preparazione della mostra lottesca del 1953, hanno dimostrato che l’attuale figura di san Giovannino fu dipinta (metà del XVI secolo?) sopra la figura di un religioso, ritratto nell'atto di porgere una croce allo sguardo benevolo di Maria[100].
Forse Bernardo de' Rossi si fece ritrarre mentre mostrava al gruppo sacro la reliquia della Croce, donata intorno al 1447 dal pellegrino Paolo da Sassoferrato alla chiesa della Santa Croce a Treviso[101]. La sostituzione del suo ritratto con l’immagine di Giovannino dovette essere di poco successiva al 1527, quando il nobile morì a Parma e il dipinto entrò nelle collezioni Farnese. Magari furono i congiunti del vescovo a vendere la tavola e a compiere questa damnatio memoriae, poiché una tradizione locale ricorda che il religioso fu avvelenato dai due nipoti e eredi[102].
La data 20 settembre 1503 visibile sul retro del dipinto e la presenza di san Pietro da Verona, ferito a morte nel bosco da due eretici, hanno consigliato alla critica di associarne la committenza all’agguato (forse ordito dalla Serenissima) al quale il vescovo scampò il 29 settembre[103]. In realtà l’iscrizione è precedente di 9 giorni alla data dell’assalto e più che a un ex-voto, crediamo che il presule commissionò a Lotto una pala per ornare la sua cappella nel palazzo Vescovile, ipotesi che spiegherebbe il trasferimento del dipinto da Treviso a Parma al seguito del presule[104]. Nella chiesa di San Nicolò a Treviso era officiato un altare dedicato a san Pietro da Verona e il convento titolò la sua scuola teologica al martire[105]; invero è inconsueto immaginare il vescovo che ordina il ritiro del dipinto dalla cappella per traslocarlo a Parma.
Nella Marca di Ancona Lorenzo Lotto compare nel 1506[106].
I frati di Recanati per motivare i consiglieri comunali a deliberare la concessione del contributo finanziario, mostrarono il progetto del polittico disegnato dal veneziano e ne illustrano la bontà, osservando come l’opera emergesse: “fra le migliori pitture che sono qui e che si vedono, fatte nella sua giovinezza, o meglio adolescenza”[107].
Quando il consiglio di Recanati accolse la supplica Lorenzo Lotto era già in città, tre giorni dopo la votazione il pittore appose la firma sul contratto d’allogagione del polittico[108].
Nel 1506 Lorenzo Lotto aveva circa 26 anni e il limite legale che segnava il passaggio dalla giovinezza alla adolescenza era 25 anni[109], di conseguenza il riferimento anagrafico richiamato nel documento si presta a due interpretazioni, sulle quali la critica ha già discusso: il pittore aveva già onorato commissioni o venduto opere a Recanati[110]; i frati potevano aver mostrato ai consiglieri comunali i disegni e/o i dipinti di piccolo formato che Lorenzo aveva portato da Treviso per illustrare il suo magistero[111].
Tra le opere licenziate da Lotto nella sua adolescenza, potrebbe collocarsi il San Vincenzo Ferrer visibile nella chiesa di San Domenico a Recanati (fig. 16)[112]. Il dipinto è vicino per stile e cronologia all’Apparizione della Vergine ai santi Antonio abate e Lodovico di Tolosa[113], licenziata da Lorenzo nel 1506 per il duomo di Asolo (fig. 17) e vi si leggono gli echi della pala di San Vincenzo Ferrer che Giovanni Bellini licenziò per la chiesa di San Zanipolo a Venezia intorno al 1470[114].
L’affresco impegnò Lotto per circa tre settimane e la sua realizzazione potrebbe essere collocata qualche mese prima della firma del contratto per il polittico di Recanati, città dove Lorenzo Lotto poteva essere giunto anche per discutere i dettagli della ricca commessa domenicana[115].
San Vincenzo era di nazionalità spagnola come il priore del convento di Recanati ed era il patrono del maestro generale dell’ordine, Vincenzo Bandello[116].
La letteratura critica nell’affresco recanatese ha valorizzato la lezione di Raffaello, collocandolo dopo il soggiorno romano di Lorenzo nel 1509[117]. Concordiamo con Nesselrath quando afferma che: “L'evidenza che abbiamo, riguardo alla dazione del S. Vincenzo Ferrer è molto scarsa e allo stato attuale può essere fondata unicamente su un giudizio critico stilistico. L'iconografia del Santo, che ha sancito il gesto piuttosto retorico, lascia poco spazio all'artista per un'invenzione individuale e per quelle caratteristiche peculiari che permetterebbero di riconoscerne la mano. Né aiuta lo stato di conservazione dell'affresco. Dunque, non si può verificare la supposizione per cui l'autore si sarebbe ispirato ad opere di Raffaello e di Fra Bartolomeo”[118].
Roma era il polo d’attrazione per gli affari e le carriere di molti marchigiani e Lotto ebbe sicura occasione di mantenere i contatti con vari personaggi di spicco conosciuti a Recanati o in altri luoghi della Marca.
Lotto giunse a Roma non per cercare fortuna, ma con ambizioni pari alla considerazione che i suoi committenti avevano di lui, consapevole di voler e poter entrare per la porta principale nei cantieri vaticani. Il veneziano è documentato a Roma nel 1509: l'8 marzo e il 18 settembre riceve due pagamenti anticipati per la decorazione delle camere attigue alla biblioteca di Giulio II, nell'odierna Stanza di Eliodoro[119]. Il pittore partecipò a un’impresa nella quale il papa coinvolse anche Bramantino e Luca Signorelli, decorando la parete oggi illustrata dalla Liberazione di San Pietro[120].
Probabilmente i lavori della Stanza di Eliodoro erano coordinati da Luca Signorelli, l’artista che a quelle data vantava il pedigree romano più solido rispetto a Lorenzo Lotto, Bramantino e Cesare da Sesto. Il pittore di Cortona in quel momento doveva essere particolarmente apprezzato da Giulio II, poiché era entrato nei favori della famiglia Della Rovere affrescando la grandiosa cappella Nova nel Duomo di Orvieto, dov’era collocata la cattedra di Giorgio della Rovere (cugino di Giulio II)[121].
Non vi sono elementi probanti ma non va scartata l’ipotesi che Lorenzo Lotto, oltre ad aver ammirato gli affreschi di Signorelli a Loreto, potesse aver conosciuto il pittore di Cortona nella Marca[122]. Luca Signorelli nel 1507-1508 aveva ricevuto commissioni nella città di Arcevia, compresa nella diocesi di Senigallia retta dal vescovo Marco Quinto Vegerio della Rovere. Nel 1508 chiuse l’accordo con la confraternita del Buon Gesù di Jesi per dipingere una Deposizione,in realtà realizzata tre anni più tardi dal pittore veneziano[123]. Quella appena ricordata può apparire una coincidenza, ma è evidente che si tratta del secondo incontro tra i due maestri.
Abituato com’era ai frequenti spostamenti, durante i cinque anni d’impegni romani Lorenzo dovette percorrere più volte la via Lauretana, per stringere accordi o effettuare consegne di dipinti, perché alcune fra le opere licenziate per le Marche il veneziano potrebbe averle dipinte nella città eterna[124].
Si colloca in questa stagione una tavola che testimonia sia lo sguardo di Lorenzo verso il linguaggio di Raffaello, sia la conoscenza di opere di cultura figurativa nordeuropea, tedesca in particolare: la Trasfigurazione, terminata nel 1511 ma commissionata al pittore quattro anni prima (fig. 18)[125].
Per leggere la continuità di dialogo tra Lotto e le opere d’oltralpe, oltre alla riflessione sulla formazione giovanile nella terra natia, merita d’essere indagata la figura di un veneziano che nobilitava Roma con la sua vitalità intellettuale e la superba collezione d’antichità e dipinti fiamminghi: Domenico Grimani[126].
Personaggio centrale nelle vicende diplomatiche della Serenissima a Roma insieme a Girolamo Donà, fratello del domenicano Tommaso, Domenico Grimani è noto nelle cronache del tempo per il sontuoso pranzo offerto nel 1505 agli otto ambasciatori veneziani giunti a ricomporre la frattura con Giulio II[127], durante il quale ebbero modo di ammirare nel palazzo di San Marco le collezioni del prelato[128].
Grimani potrebbe aver conosciuto e sostenuto a Roma il suo affermato concittadino e Lorenzo, frequentando e studiando la raccolta d’arte del porporato, disponeva di materiale di prima mano per riflettere sul naturalismo che caratterizza gli anni della sua piena maturità o sulle intonazioni espressive nordiche[129].
Il cardinale Grimani avrebbe apprezzato anche lo sguardo sensibile di Lotto sulle antichità, quale emerge dal disegno che Lorenzo ha dedicato al gruppo scultoreo di Ercole e Anteo (figg. 19-20)[130], allestito da Giulio II nel cortile di fronte al Belvedere di Innocenzo VIII[131].
Lorenzo Lotto, ammirando a Loreto la pittura di Luca Signorelli e Melozzo da Forlì[132], quando giunse a Roma aveva negli occhi la cultura figurativa dominante a Roma durante la seconda metà del Quattrocento.
Il cantiere architettonico e decorativo della Santa Casa, condotto sotto il vescovato di Girolamo Basso della Rovere, aveva riprodotto in tono minore le dinamiche che governavano le grandi fabbriche papali. Una fisionomia romana che divenne ancor più evidente nel 1508, quando Giulio II affidò l’impresa lauretana a Donato Bramante[133].
Giulio II desiderava un cambio di marcia nei lavori lauretani e oltre alla basilica, impegnò Bramante nella costruzione del Palazzo Apostolico, delle fortificazioni per il santuario e in opere di pubblica utilità come l’acquedotto, con l’obiettivo di dotare Loreto delle infrastrutture e dei servizi necessari ad accogliere la massa dei pellegrini[134].
Bramante coordinava anche il cantiere decorativo degli appartamenti pontifici e la critica ha sottolineato la contiguità tra la fine del polittico di Recanati e l’incarico nel cantiere vaticano[135], ipotizzando l’intervento benevolo e decisivo di Bramante a favore di Lotto.
Recanati e Loreto erano le facce della stessa medaglia; Lorenzo negli anni recanatesi dovette frequentare e forse lavorare per la fabbrica papale entrando in contatto se non con Bramante, esclusivamente impegnato a Roma, con suoi fiduciari come Gian Cristoforo Romano[136].
Leggere la fortuna vaticana di Lorenzo Lotto attraverso Loreto, come abbiamo visto, è ipotesi solida e degna di ulteriori approfondimenti. David Frapiccini ha invitato a considerare i rapporti di amicizia e collaborazione che legavano i fratelli de’Cuppis al potente tesoriere generale di Giulio II, prefetto della fabbrica di San Pietro e delle altre imprese giuliane: Enrico Bruni[137].
Frapiccini, studioso autorevole della stagione marchigiana di Lotto, ha legato la morte di Bruni nel 1509 con la fine del credito goduto da Lorenzo nel cantiere vaticano[138]. Ma come osservato da Arnold Nesselrath, Lotto si allontanò definitivamente da Roma solo nel 1514 dopo aver completato i lavori per decorare la volta della stanza di Eliodoro[139].
Nella rosa dei possibili mentori di Lorenzo Lotto a Roma, non bisogna dimenticare il tracciato domenicano del pittore e l’amicizia di Oliviero Carafa coi nobili recanatesi.
Bramante fu sempre legato ai Predicatori; il primo mecenate romano dell’urbinate e possibile artefice del suo approdo in Vaticano fu il cardinale napoletano, vicario di Giulio II a Roma. Egli affidò a Bramante la progettazione del chiostro di Santa Maria della Pace e probabilmente la cappella di giuspatronato in Santa Maria della Minerva.
Bramante potrebbe essere stato raccomandato al Carafa dal suo sodale domenicano, Vincenzo Bandello, priore di Santa Maria delle Grazie a Milano quando Bramante vi completò il progetto della tribuna[140]. Quest’ultima architettura Lorenzo Lotto dovette ammirarla a Milano, poiché sembra citarla nella scenografia della pala Colleoni Martinengo di Bergamo (fig. 21-22)[141].
Se il ruolo dei Predicatori per l’avvio della carriera vaticana del veneziano resta da dimostrare con certezza, i frati furono determinanti nel favorire la partenza del pittore da Roma. La pala allogatagli nel 1513 dalla famiglia Colleoni Martinengo era destinata alla chiesa domenicana di Santo Stefano[142]; probabilmente fu la fama del polittico di Recanati a determinare questa seconda svolta positiva nella carriera di Lorenzo Lotto.
La collaborazione con Raffaello nella decorazione delle stanze di Giulio II era stata fruttuosa per Lotto, egli per un triennio fu l’abile capomastro del caposcuola urbinate[143]. Lorenzo aveva il magistero per ambire a un incarico di maggiore responsabilità quando, nel 1514, Raffaello fu chiamato a sostituire il defunto Bramante nella gestione dei cantieri architettonici e decorativi vaticani[144]. Non è improbabile che sia stato Raffaello a tarpare le ali alle speranze di Lorenzo, evitando di cedere a altri la direzione dei cantieri decorativi[145], nonostante le fabbriche architettoniche lo impegnassero in modo considerevole.
Accanto ai frati domenicani non mancavano altre figure che disponevano di credenziali per introdurre il Lotto al cospetto di Bramante. Si è accennato al legame tra i de’Cuppis e Bruni, ma merita di essere enucleata anche la figura di Antonio Ciocchi del Monte[146].
Nato a Monte San Savino, il nobile aretino fu nominato vescovo di Città di Castello nel 1503 da Giulio II, di cui fu uno dei collaboratori più stretti e fidati nelle missioni diplomatiche o durante le spedizioni militari. Dopo che Giulio II lo vestì della porpora nel 1511, lo zio del futuro papa Giulio III si fregiò con piena dignità del titolo di cardinale protettore della Santa Casa di Loreto, che il nobile esercitava nei fatti già dal 1507[147].
Per comprendere il suo ruolo all’interno delle vicende lauretane, occorre ricordare che dal protettore dipendeva il Governatore papale della Santa Casa; in sintesi il Governatore amministrava l'impegnativo santuario in loco, mentre il protettore era l'anello di congiunzione tra Loreto e Roma, dialogando con il Papa sulle questioni più cogenti[148].
Antonio Ciocchi del Monte era molto sensibile alla committenza artistica e oltre alle opere architettoniche o decorative a lui riconducibili, la sua personalità potrebbe esser letta in relazione al secondo soggiorno romano del conterraneo Luca Signorelli. Sicuramente il cardinale fu determinante per favorire l’avvio della feconda stagione lauretana del concittadino Andrea Sansovino[149].
Il ruolo di Ciocchi del Monte nel santuario lauretano emerge negli atti prodotti dall’amministrazione. Il vescovo a esempio è indicato nei documenti contabili come committente del “modelo de Santa Marja de Loreto”[150], pagato al carpentiere Antonio Pellegrino da Firenze per illustrare i progetti architettonici lauretani di Bramante (l’artigiano era collaboratore di Donato anche a San Pietro in Vaticano)[151].
Il coinvolgimento diretto del protettore in questa commissione ,oltre a nascondere il senso di una consueta prassi amministrativa, è l’indizio della rilevanza attribuita a questo modello, realizzato a Roma per essere mostrato a Giulio II e a altri curiali importanti.
Il cardinale Ciocchi del Monte non solo seguiva con devota attenzione l’amministrazione lauretana, ma era un assiduo frequentatore degli appartamenti di Giulio II mentre Perugino, Signorelli, Pinturicchio, Lotto, Bramantino, Raffaello e gli altri si avvicendavano per onorare i desiderata del papa terribile.
Egli era stato appena creato cardinale quando Raffaello lo ritrasse alle spalle del cardinale Giovanni de' Medici, nella scena raffigurante Gregorio IX che approva le Decretali e non vi poteva essere omaggio più alto, considerata la dottrina giuridica e l’impegno giudiziario di Antonio Ciocchi del Monte.
Questa parete della stanza della Segnatura fu realizzata nel 1511 in stretta collaborazione, praticamente in contemporanea, tra Raffaello e Lotto; autore della scena raffigurante Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano (figg. 23-24)
Il cardinale fu protettore della Santa Casa fino al 1514 e la sua personalità potrebbe essere letta alla stregua di un mentore del quale è nota la sensibilità per l’arte, affatto solido e autorevole, per sostenere il tragitto di Lorenzo Lotto da Recanati (Loreto) a Roma.
Nel polittico di Recanati vi è solo un dettaglio insolito e antistorico:lechiavi agganciate con un laccio alla cintola di san Domenico, le quali contrastano con l’anelito alla povertà del santo[152] (fig. 29). Domenico di Guzmán era morto a Bologna il 6 agosto 1221, ricoverato in una cella conventuale che non gli era stata assegnata in via esclusiva e basta questo aneddoto per evocare la ferrea volontà pauperistica del frate. Solo in un’occasione il padre dei Domenicani aveva trattenuto per se le chiavi di una proprietà, quelle del convento romano di San Sisto, ma le fonti agiografiche ricordano che fu una misura estrema per difendere le novizie dai colpi di mano dei loro parenti, che non accettavano la rigorosa clausura domenicana[153].
Sulla tavola recanatese sono state dipinte due chiavi piccole e una grande, affidate solitamente al frate dispensiere per custodire il portone del convento, i documenti amministrativi e i denari della comunità. Lo stesso trittico di ferri, Lorenzo Lotto lo dipinge sul tavolo del dispensiere conventuale di San Zanipolo a Venezia[154] (fig. 30).
Ma questo dettaglio delle chiavi che fa scendere Domenico dall’empireo dei cieli al paradiso claustrale, non è una nota stonata nell’armonico fraseggio formale, cromatico e diplomatico che illustra il polittico di Recanati, quanto una licenza narrativa di “Lotto, come la bontà buono, come la virtù virtuoso”[155].
IMMAGINI
1 Lorenzo Lotto,Polittico di San Domenico (1508), Recanati, Museo Civico, Villa Colloredo Mels
2 Lorenzo Lotto, Polittico di San Domenico (1508), particolare, Recanati, Museo Civico, Villa Colloredo Mels
3 Saturnino Gatti, Transito della Santa Casa, New York, The Metropolitan Museum of Art
4 Bottega adriatica della sec. metà del XV secolo, Transito della Santa Casa, Loreto, Basilica della Santa Casa
5 Ignoto incisore, Transito della Santa Casa, da G. Angelita, Lauretanae Virginis Historia, Venezia 1530 circa
6 Alessandro Padovano e Giovanni Maria Trevisano, Transito della Santa Casa, Siracusa, Galleria regionale di Palazzo Bellomo
7 Lorenzo Lotto, Miracolo di san Pietro Martire, Vienna, Kunsthistorisches Museum
8 Lotto Lotto,Polittico di San Domenico (1508), particolare, Recanati, Museo Civico, Villa Colloredo Mels
9 Taddeo Gaddi, San Giuliano, New York, The Metropolitan Museum of Art
10 Masolino da Panicale, San Giuliano, Firenze, Museo diocesano di Santo Stefano al ponte
11 Giovan Tommaso Malvito, Oliviero Carafa orante, Succorpo, Napoli, Duomo
12 Raffaello Sanzio, Disputa del Sacramento, particolare, Città del Vaticano, Stanza della Segnatura
13 Lorenzo Lotto, Madonna col Bambino e i santi Pietro Martire e Giovannino, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
14 Lorenzo Lotto, Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi, Napoli, Museo nazionale di Capodimonte
15 Lorenzo Lotto, Allegoria della Virtù e del Vizio, Washington, National Gallery of Art
16 Lorenzo Lotto, Gloria di San Vincenzo Ferrer, Recanati, chiesa di San Domenico
17 Lorenzo Lotto, L’apparizione della Vergine ai santi Antonio abate e Lodovico da Tolosa (1506), Asolo, Duomo
18 Lorenzo Lotto, Trasfigurazione, Recanati, Museo Civico, Villa Colloredo Mels
19 Lorenzo Lotto, Ercole e Anteo, Milano, Biblioteca Ambrosiana
20 Lorenzo Lotto, Ritratto di Andrea Odoni (1527), Hampton Court, The Royal Collection
21 Donato Bramante, Tribuna della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano
22 Lorenzo Lotto, Madonna in trono col Bambino e santi (1516), Bergamo, Accademia Carrara
23 Lorenzo Lotto, Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano, 1511, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Stanza della Segnatura
24 Lorenzo Lotto, Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano (part.), 1511, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Stanza della Segnatura
NOTE
*Rivolgo un pensiero di profonda gratitudine a Bruno Bruni, Giovanni Luca Delogu, Cristina Galassi, Vittoria Garibaldi, Elisabetta Federici, Federica Giulietti, Francesco Federico Mancini, Marta Picchio, Rolando Ramaccini, Alessia Signorelli, Bernardino Sperandio, Mariapia Zepponi. A Matteo Ceriana dedico un pensiero di considerazione scientifica e amicizia, ricordando la mostra su Lotto, curata nelle Gallerie dell'Accademia (qui recensita da Francesco de Carolis): esempio prezioso per raccontare il valore civile dell'istituzione museale pubblica, nel creare e diffondere cultura (Omaggio a Lorenzo Lotto. I dipinti dell'Ermitage alle Gallerie dell'Accademia, catalogo della mostra, Venezia, Gallerie dell'Accademia, 24 novembre 2011 – 26 febbraio 2012, a cura di Matteo Ceriana e Rossana Battaglia, Venezia 2011).
[1]Incoronato il 5 agosto 1294, Celestino V diede lettura della bolla di rinuncia al papato il 13 dicembre 1294. Sulla vicenda della rinuncia si veda: V. Gigliotti, Fit monachus, qui papa fuit: la rinuncia di Celestino V tra diritto e letteratura, in 'Rivista di storia e letteratura religiosa', 44, 2008, pp. 257-323.
[2]La ricca storiografia lauretana accredita come lettura possibile, per ricostruire la vicenda della Santa Casa, l'intervento iniziale del despota d'Epiro Niceforo Angeli. Nel 1294 al momento di concedere la mano della figlia Ithamar a Filippo di Taranto, trasmise in dote al quartogenito del re di Napoli Carlo II d'Angiò anche "le sante pietre portate via dalla Casa della Nostra Signora la Vergine Madre di Dio". Le indagini sul sacello, alto tre metri e costruito con tre pareti che poggiano senza fondamenta, hanno accertato la possibile provenienza delle sue pietre dalla Galilea, considerato che sia i materiali sia le tecniche costruttive della Santa Casa sono compatibili con quelle impiegate dai Nabatei. Murate tra le pietre della Santa Casa sono state trovate cinque croci di stoffa rossa di crociati o, più probabilmente, di cavalieri di ordini militari. I graffiti incisi sulle pietre della Santa Casa sono di origine giudeo cristiana, cfr. F. Grimaldi, La chiesa di Santa Maria di Loreto nei documenti dei secoli XII-XV, Ancona 1984;La basilica della Santa Casa di Loreto: indagini archeologiche, geognostiche e statiche, a cura di F. Grimaldi, Ancona 1986; F. Grimaldi, Santa Maria di Loreto: origini, iconografia e devozione, Ancona 1995; F. Grimaldi,La historia della chiesa di Santa Maria di Loreto, Loreto 1993; Il sacello della Santa Casa, a cura di F. Grimaldi, Loreto 1991.
[3]Sulla fine del Regno di San Giovanni d'Acri nel 1291 si veda: F. Tommasi, Acri 1291, Perugia 1996.
[4]Prima del trasferimento a Loreto il sacello fu sbarcato nel porto di Ancona, dove fu collocato nella zona di Posatora.
[5]Gli Uscocchi i feroci pirati che infestavano l'Adriatico si rifugiavano sulle isole o dentro le insenature dalmate vicine a Tersatto. Sulla pirateria in Adriatico si veda: S. Anselmi, Pirati e corsari in Adriatico, Cinisello Balsamo 1998; S. Gigante, Venezia contro gli Uscocchi, Vittorio Veneto 2010.
[6]Cfr. G. Moroni, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, vol. XCIX, Venezia 1860, p. 88.
[7]Cfr. M. Leopardi, Serie dei Vescovi di Recanati: con alcune notizie della città e della chiesa di Recanati, Recanati 1828, p. 76.
[8]Cfr. Gli ordini mendicanti (secc. XIII - XVI): atti del XLIII Convegno di Studi Maceratesi, Abbadia di Fiastra (Tolentino), 24-25 novembre 2007, Macerata 2009.
[9]Cit. da A. Nesselrath, Il periodo romano del Lotto, in Lorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, Atti del convegno internazionale di Studi, 14-20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009, p. 22.
[10]Cit. da Ibidem, p. 22.
[11]Per la storia conservativa e critica dell'opera rimandiamo alla recente scheda sull'opera di Vittoria Garibaldi, che contiene varie notizie inedite sulla storia dell'opera tra il XIX e il XX secolo: V. Garibaldi, Polittico di San Domenico, in Lotto nelle Marche, a cura di V. Garibaldi e C. F. Villa, Cinisello Balsamo 2011, pp. 21-35.
[12]Un'illustrazione storica e teologica sullo scapolare e l'abito domenicano è in P. Lippini, La vita quotidiana di un convento medievale, Bologna 2003, pp. 142-148. Sulla presenza dello scapolare nei diversi abiti religiosi: La sostanza dell'effimero, gli abiti degli ordini religiosi in Occidente, catalogo della mostra di Roma, a cura di G. Rocca, Milano 2000.
[13]San Simone Stock, già ottuagenario, fu eletto Priore generale dei Carmelitani nel 1247, riformandone la Regola e portando l'ordine dentro la famiglia dei mendicanti. Il 16 luglio 1251 avvenne il prodigio: la Madonna comunicò a san Simone che coloro che sarebbero morti indossando le due strisce di stoffa dello scapolare, sarebbero stati liberati dalle pene del Purgatorio, cfr. La Madonna del Carmine: teologia, storia e culto nella tradizione del Carmelo, T. G. Cioli e R. Palazzi, Roma 1992; B. M. Xiberta, Ensayo critico sobre la vida y culto de San Simòn Stock, in 'El Escapulario del Carmen', 1, 1950, pp. 19-35.
[14]Cfr. Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum, in Monumenta Ordinis Praedicatorum Historica, XVI, 1935,n. 57. Anche Costantino da Orvieto riporta l'episodio: Costantino da Orvieto, Legenda, in Monumenta Ordinis Praedicatorum Historica, XVI, 1935, nn. 31-33. Si veda anche L. Cianetti, La datazione del Libellus di Giordano di Sassonia, in L'origine dell'Ordine dei predicatori e l'Università di Bologna, a cura di G. Bertuzzi, Bologna 2006, pp. 173-193. L'episodio descritto da Giordano da Sassonia è stato dipinto da Guido da Siena nella tavola proveniente da San Domenico a Siena e conservata nella Pinacoteca Nazionale di Siena, raffigurante le Stimmate di san Francesco d'Assisi, san Domenico e altri miracoli. Ringrazio Raffaele Argenziano per avermi segnalato questo dipinto.
[15]G. Cormier, La Dévotion de S. Dominique à Marie dans les rapports avec la fondation de l'Ordre, Roma 1905, pp. 7-9; A. D'Amato,La devozione a Maria nell'ordine domenicano, Bologna 1984.
[16]Cfr. P. Lippini, La vita quotidiana di un convento medievale, Bologna 2003, pp. 180.
[17]Sul culto del Rosario nel XV secolo: D. Penone,I domenicani nei secoli: panorama storico dell'Ordine dei frati predicatori, Bologna 1998, p. 253-255. Per una lettura orientativa sul culto del rosario: Aa.Vv, Il Rosario, in 'Communio. Rivista internazione di Teologia e Cultura', Milano 2003.
[18]Per un panorama su Loreto e gli inizi della devozione lauretana: La villa di Santa Maria di Loreto: strutture socio - religiose, sviluppo edilizio nei secoli XIV-XV, documenti, a cura di F. Grimaldi e K. Sordi, Ancona 1990.
[19]Giuliano della Rovere fu nominato da Sisto IV nel 1473 Legato papale per la Marca di Ancona, incarico che officiava anche quando Girolamo Basso della Rovere divenne vescovo di Recanati e Macerata. Dopo l'incoronazione Giulio II visiterà Loreto, il 7 settembre 1510 e di nuovo l'11-12 giugno 1511. Nella Santa Casa Giulio II fece deporre come ex voto il proiettile di cannone dalla quale si salvò, durante l'assedio di Mirandola nel 1510, cfr. F. Grimaldi, La Santa Casa di Loreto e le sue Istituzioni, Foligno 2006, I, p. 17. Per una lettura sulla devozione per il santuario lauretano durante il XV-XVI secolo, cfr. F. Grimaldi, La Historia ..., cit., passim.
[20]Per Frapiccini la scelta di raffigurare il Transito della Santa Casa ebbe il valore di un manifesto di identità civile: “Questo inequivocabile riferimento, lauretano, inserito proprio in un momento storicamente critico per via della separazione, è calato in un ambito allusivo alle glorie civiche recanatesi e alla tradizionale fedeltà della comunità verso la Chiesa di Roma”, cit. da: D. Frapiccini, Lorenzo Lotto tra frequentazioni curiali e strategie mercantili, in Pittura veneta nelle Marche, a cura di V. Curzi, Cinisello Balsamo 2000, p. 151.
[21]Per la storia iconografica della Madonna di Loreto:L'iconografia della Vergine di Loreto nell'arte, a cura di F. Grimaldi, K. Sordi, Loreto 1995. Il prototipo iconografico della Santa Casa sorretta in volo dagli angeli e sormontata dalla Madonna col Bambino, si diffuse in area adriatica durante la seconda metà del XVI secolo. Tra gli esempi più antichi e interessanti, oltre a quelli riprodotti in figura, ricordiamo l'affresco di Andrea Delitio (1460 circa) nella Cattedrale di Atri e l'affresco nel santuario lauretano di Castelbuono, datato 1486, cfr. F. Grimaldi, Il sacello della Santa Casa, Loreto 1991, pp. 167 ss., 236. La voce bibliografica più recente sull'opera di Saturnino Gatti, databile alla fine del XV secolo è: G. Boffi, Saturnino Gatti, pittore, scultore, plasticatore, in Gente d'Abruzzo. Dizionario biografico, Colledara 2006-2007, vol. 5, pp. 249-254. Alessandro Angelini ha associato il dipinto alla personalità di Giovanni Antonio Percossa, cfr. A. Angelini,Saturnino Gatti e la congiuntura verrocchiesa a L'Aquila, in I Da Varano e le arti, Atti del convegno internazionale, Camerino 4-6 ottobre 2001, a cura di A. De Marchi, P. L. Falaschi, Camerino 2002, p. 850, n. 31. Sulla tavola di Alessandro Padovano e Giovanni Maria Trevisano, rimandiamo alla lettura della scheda di: G. Barbera, inL'iconografia ... cit., p. 96. Interessante nell'opera la firma dei due artisti e la data 1507, visibile sul muro della Santa Casa dentro un cartiglio di carta che evoca l'uso devozionale delle preghiere mariane.
[22]Cfr. Hieronymus Angelita,Lauretanae Virginis historia, Venezia (o Roma), 1525-1530 circa. La vignetta xilografica è a c. 1v.
[23]Cfr. F. Grimaldi, Il libro lauretano, Macerata 1973, pp. 102 ss. Il testo di Girolamo Angelita è importante perché pubblica, per la prima volta, la data di traslazione della Santa Casa. L'Angelita dichiara di aver appreso l'informazione da una trascrizione degli Annali di Fiume (non rintracciati), nella quale era narrata la storia della dimora della Santa Casa a Tersatto, come risultava dai documenti ancora esistenti nell’Archivio di Tersatto (anche questi documenti non sono stati recuperati). Il Comune di Recanati ne informò Leone X, il quale promulgò un Breve del 1 giugno 1515, nella quale prendeva atto della esistenza di testimonianze documentali degne di fede, che attestavano il volo della Santa (Archivum Secretum Apostolicum Vaticanum, 1924, 232, IX, reg. 70, f. 74). In realtà la lapide ancora oggi visibile sulla chiesa di Tersatto, ricorda che: “Venne la Casa della Beata Vergine Maria da Nazarette a Tersatto l’anno 1291 allì 10 di maggio et si partì allì 10 di dicembre 1294”. Di conseguenza l'Angelita si confuse o ebbe informazione errata, e indicò come data d'arrivo a Loreto la data di partenza da Tersatto. Probabilmente la Santa Casa giunse a Loreto alla fine del 1295, dove le fonti ricordano che si fermò nove mesi. Sull'Angelita si legga anche: M. Leopardi, Cose lauretane, Ancona 1844, pp. 13 ss. Il figlio di Girolamo, Giovan Francesco il giovane, è autore di una storia di Recanati pubblicata nel 1601: Origine della città di Ricanati, e la sua historia e descretione fatta dal signor Gio. Francesco Angelita. Nella quale si ha notitia non solo delle cose in essa città auuenute, ma in molti altri luoghi della Marca, in Venetia: appresso Matthio Valentino, 1601.
[24]Cfr. F. Grimaldi, La Santa Casa di Loreto e le sue Istituzioni, Foligno 2006, pp. 16 ss. La bolla fu emanata da Giulio II il 21 ottobre 1507 e fu accompagnata dal testo normativo delle costituzioni Gloriose Semperque Virginis che avevano l'obiettivo di regolamentare la vita del Santuario. La bolla In sublimia del 21 ottobre 1507, richiamando una precedente bolla del 1464 con cui Paolo II aveva accordato particolari indulgenze al Santuario, ne affidava la responsabilità a un Governatore, con giurisdizione spirituale e temporale.
[25]Cfr. D. Frapiccini, Lorenzo ... cit., p. 153: “Certamente la separazione di Loreto e le conseguenti reazioni negative suscitarono grande clamore e trovarono una sottile, ma polemica traduzione in immagini all'interno del polittico lottesco, massima espressione figurativa del momento in contesto recanatese”. Non è condivisibile la recente interpretazione psicologica che individua nel clima di tristezza e malinconia che pervade alcuni personaggi dipinti da Lorenzo Lotto, una manifestazione del clima che si viveva a Recanati dopo la promulgazione della bolla di Giulio II, cfr. R. Villa, Tre sguardi su Lorenzo Lotto, in Lorenzo Lotto, a cura di G. C. F. Villa, Cinisello Balsamo 2011, p. 52. Anche David Frapiccini è in linea con questa lettura psicologica: “Molti studiosi non hanno potuto fare a meno di osservare l'espressione scontenta, quasi depressa, del San Flaviano, che, come abbiamo già visto, ostenta l'anello vescovile [...]. Forse, questo ennesimo moto dell'anima lottesco allude alla drammatica sottrazione del santuario lauretano dalla giurisdizione della diocesi recanatese. [...] L'intera comunità, nelle sue componenti civiche e religiose, approfittò dell'esecuzione di un complesso così efficace sul piano comunicativo e propagandistico, per rivendicare i propri diritti sul santuario e ricordare come la Sede Apostolica avesse più volte beneficiato la cittadina, secondo una linea di comportamento a cui si sarebbe dovuto attenere pure il regnante papa Giulio II”, cit. da: D. Frapiccini, Dialogo intorno a Lorenzo Lotto, Firenze 2011, p. 55. Il dialogo è strutturato sotto la forma di un'intervista a Bernard Berenson.
[26]Cfr. F. Grimaldi, La Santa Casa ..., cit., pp. 16 ss.
[27]Il 13 marzo 1508 il consiglio comunale delibera di inviare un oratore a Roma per ottenere la revoca di alcune decisioni, cfr. D. Frapiccini, Lorenzo ..., p. 151.
[28]Sul cardinale il contributo esauriente di: D. Frapiccini, Girolamo Basso della Rovere e la sua cerchia tra contesti marchigiani e romani, in I cardinali di Santa Romana Chiesa: collezionisti e mecenati, a cura di M. Gallo, Roma 2001, pp. 9-23.
[29]Cfr. A. Pastore,Giulio II, in Enciclopedia dei Papi, III, Roma 2000, p. 36.
[30]Cfr. D. Frapiccini, Girolamo ... cit., pp. 17 ss.; M. Leopardi, Serie dei Vescovi di Recanati: con alcune notizie della cittla e della chiesa di Recanati, Recanati 1828, pp. 179-180. Teseo De Cuppis fu creato vescovo di Recanati e Macerata il 20 ottobre 1507 (Archivum Secretum Apostolicum Vaticanum, reg. lat. 1209, cc. 199r.-201r.).
[31]Cfr. D. Frapiccini, Girolamo ... cit., pp. 14 ss.; F. Grimaldi, L'ornamento marmoreo della Santa Cappella di Loreto, Loreto 1999, pp. 10 ss. Domenico Sebastoli già dal 1485 fu rettore e amministratore della Santa Casa. Nel 1510 fu creato protonotario apostolico e governatore della Santa Casa da Giulio II. A Sebastopoli successe nel 1512 il Generale dei Silvestrini, Pier Antonio Perotti, della nobile famiglia dei conti di Sassoferrato. Per un panorama storico e documentario sul governo della Santa Casa, cfr. F. Grimaldi, La basilica della Santa Casa di Loreto. Indagini archeologiche, geognostiche e statiche, Ancona 1986; F. Grimaldi, La Santa Casa di Loreto e le sue istituzioni, III voll., Foligno 2006.
[32]Bernardino in virtù della consuetudine con Recanati, nel 1488 fu nominato cittadino, cfr. M. Leopardi, Serie ... cit., p. 179.
[33]Emblematica della considerazione di cui godeva Bernardino presso Giulio II è la nomina del figlio Giovanni Domenico nel 1504, all'età di undici anni, nella carica prestigiosa di Segretario di Giulio II. Per un profilo sulla fortunata carriera prelatizia di Giovan Domenico, creato cardinale nel 1517 e morto nel 1553: F. Petrucci, De Cupis, Gian Domenico, in Dizionario Biografico degli Italiani, 33, 1987, pp. 602-603. Una breve trattazione su alcuni personaggi illustri di questa famiglia è in: S. Monticelli, Compendio istorico della vita: virtu', e miracoli di S. Fortunato, confessore paroco e protettore di Montefalco, Foligno 1829, pp. 148-151. E anche in: T. Amayden, La storia delle famiglie romane, Roma 1967, pp. 370-371. Commenta l'importanza di questa personalità: D. Frapiccini, Dialogo ... cit., pp. 56-58; D. Frapiccini, Lorenzo ... cit., pp. 155-156. Bernardino giunse a Roma nel 1462. Probabilmente già fin da quel momento acquistò alcune case medievali, vicine alla chiesa di Sant'Agnese. Nella stessa zona, nel 1492, Bernardino acquistò dal cardinale Ascanio Sforza il palazzo fino ad allora abitato dal nobile prelato. La residenza fu ampliata da Giovan Domenico e ancora durante il XVIII secolo, fino a inglobare un intero isolato. La facciata principale del palazzo, che ancora oggi porta il nome De Cupis, è su via dell'Anima, mentre quella secondaria su piazza Navona. I resti del palazzo di Bernardino sono visibili in via dei Lorenesi. Sul palazzo: C. Pietrangeli, Guide rionali di Roma. Rione VI, Parione, parte 1, Roma 1967, p. 32; C. Pietrangeli, in Piazza Navona, a cura di F. Spinosi, Roma 1969, pp. 247-250; P. Portoghesi, Roma del Rinascimento, 2, Milano 1971, p. 484; G. Simoncini, Roma: Topografia e urbanistica da Bonifacio IX ad Alessandro VI, Firenze 2004, pp. 196, 245; Bernardino amministrava la ricca Tesoreria Apostolica dell'Umbria, servendosi del congiunto Bonifacio nel ruolo di vice tesoriere. Per un panorama sulla documentazione relativa all'attività umbra di Bernardino e Bonifacio: L. Fumi, Inventario e spoglio dei registri della Tesoreria Apostolica di Perugia e Umbria, Perugia 1901. Nella Biblioteca Trivulziana di Milano, è conservato un codice con le opere di Orazio, appartenuto nel 1504 a Bonifacio (inv. 788), cfr. I codici medioevali della Biblioteca trivulziana: a cura di Caterina Santoro, Milano 1965, p. 203. Bonifacio è anche committente a Montefalco, dove risiedeva, di opere al pittore Francesco Melanzio, cfr. S. Nessi, Francesco Melanzio da Montefalco, Montefalco 2010, pp. 130 ss. Bonifacio nel suo ruolo di vicetesoriere della Camera Apostolica e del Camerlengo in Umbria, è documentato dal 1498 al 1506 in relazione con Pinturicchio,per questioni amministrative relative alle terre nel Chiugi che Alessandro VI aveva concesso al pittore per 29 anni, per ricompensarne l'opera, cfr. P. Scarpellini, M. R. Silvestrelli, Pintoricchio, Milano 2004, pp. 288 passim. Sulla committenza di Bernardino a relativa alla decorazione absidale nella chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo, dove il nobile umbro possedeva la cappella di Sant'Agostino cfr. L. Testa, Gli affreschi absidali della chiesa di S. Onofrio al Gianicolo, in 'Storia dell'arte', 1989, n. 66, pp. 172-176. Giovan Domenico, successivamente fu il committente di uno dei maestri attivi nella bottega di Peruzzi, Francesco da Siena: cfr. G. Sarti, Francesco da Siena, in Dizionario Biografico degli Italiani.
[34]Su questa figura: M. Frettoni, Felice della Rovere, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 1987, pp. 602-605; C. Murphy, La figlia del papa. Giulio II e Felice Della Rovere iniziatori del Rinascimento romano, Milano 2007. La studiosa sottolinea l'importanza nella politica curiale romana di Felice, la cui influenza può essere paragonata a quella di un cardinal nepote.
[35]Cfr. D. Frapiccini, Lorenzo... cit., p. 155, nota 13. Il vescovo Teseo è nominato nelle carte consiliari di Recanati il 28 maggio e il 2 giugno 1508. L'autore riporta un documento che attesta la volontà dei recanatesi di inviare una rappresentanza comunale a Sassoferrato, per incontrare il neo presule e esortarlo a privilegiare Recanati, invece che Macerata, per il primo ingresso nelle Diocesi governate (ASC Recanati, Annali 1508, 83, cc. 32 r-v, 33 v.). Il vescovo probabilmente soggiornerà a Recanati dal giugno all'ottobre del 1508.
[36]Flaviano fu vescovo diRicina nel III secolo, l'antica città romana nei pressi di Macerata, cfr. M. Leopardi, Serie dei Vescovi di Recanati: con alcune notizie della città e della chiesa di Recanati, Recanati 1828, p. 26.
[37]Nella figura, accanto al ritratto del presule, è stato proposto il riconoscimento del priore nella figura di San Domenico, ipotesi non altrimenti verificabile, cfr. B. Aikema, Lorenzo Lotto: viaggi, committenze e vicende domenicane, inLorenzo Lotto, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Bergamo 18-20 giugno 1998, a cura di Augusto Gentili, in 'Venezia Cinquecento', X, 19, 2000, p. 138. Anche lo studioso è favorevole alla lettura del polittico come “argomento visivo contro la temuta separazione” della Santa Casa da Recanati. Recanati appartenne alla Diocesi di Macerata dal 1303 al 1516, i vescovi di Macerata furono persone di grande spessore e influenza presso la curia vaticana: Girolamo Basso della Rovere (1476-1507), Teseo de' Cuppis (1507-1528), Giovanni Domenico de' Cuppis (1528- 1535). Dopo il 7 gennaio 1516 Recanati tornò ad essere sede diocesana e affidata a Luigi Tasso, mentre Teseo de' Cuppis rimase presule di Macerata. Il papa stabilì che la prima diocesi a ritornare vacante per la morte del vescovo, dovesse ritornare ad essere accorpata. Di conseguenza Teseo de' Cuppis nel 1520 tornò ad essere Vescovo di Macerata e Recanati fino al 1528, anno della sua morte. A Teseo successe il nipote Giovanni Domenico fino al 1535, quando Macerata fu di nuovo separata da Recanati, cfr. G. Cappelletti, Le chiese d'Italia: dalla loro origine sino ai nostri giorni, vol. 3, Roma 1845, p. 616.
[38]Per David Frapiccini (D. Frapiccini, Lorenzo ... cit., p.155) I due codici che nel dipinto mostra San Flaviano per sono i canoni di Diritto civile e Diritto ecclesiastico, testimonianza della duplice protezione del presule sulla Santa Casa e sulla Diocesi. Riguardo al sigillo vescovile lo studioso scrive: “[vescovo] spicca, all'intero di un pannello laterale del polittico lottesco, per la volitiva ostentazione del sigillo vescovile, caratterizzato in dettaglio da mitria episcopale e stemma, e dei medaglioni, recanti le immagini dell'Angelo annunciante e della Vergine annunciata, chiaramente mostrati sulle mani guantate”. L'autore ricorda anche che la mensa vescovile fu danneggiata dalla decisione di Giulio II di creare il governatorato di Loreto, ma a nostro giudizio i legami tra Teseo e Bernardino de' Cuppis e Giulio II erano così stretti, che mai i due nobili di Montefalco avrebbero sostenuto - direttamente o indirettamente - una azione di propaganda pubblica, attraverso la commissione di un'opera d'arte, “per rivendicare il possesso e i propri diritti su Loreto [Recanati]”. Allo stesso modo la famiglia dei Predicatori, fortemente impegnata a difesa dell'ortodossia, non avrebbe 'prestato il fianco' a una protesta cittadina rivolta verso il terribile Giulio II.
[39]Una trascrizione aggiornata della delibera consiliare di Recanati con la quale si autorizza la concessione del contributo è di Francesca Coltrinari: F. Coltrinari, Ipotesi per la presenza di Lorenzo Lotto nelle Marche prima del polittico di San Domenico a Recanati, la sua fiera, la circolazione di dipinti e oggetti d'arte via mare, inLorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, Atti del convegno internazionale di studi, 14 - 20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009, pp. 48-49: “Consilio Magnificorum dominorum priorum. Septimo super supplicatione prioris et fratrum Sancti Dominici petentium subsidium pro cona magni pretii per magistrum Laurentium Lotum venetum existente iuxta disegnum ostensum et de melioribus picturis que sunt iste que inspiciuntur facte in iuventute vel potius adolescentia sua, quam intendunt facere omnino et inter alias pingere in ea adovcatos comunitatis. Super quibus habito consilio Thome Laurentii fuit per dominos priores conclusum et reformatum: Pro cona sancti Dominici Super suplicatione fratrum sancti Dominici contribuator pro comune usque in centum florenis monete: in tribus terminis, videlicet primo ad nativitatem proximam, secundo ad nundinas anni 1507, tertio ad alias nundinas anni videlicet 1508, addito et declaro quod si aliquis debitor comunis excepto pro gabellis, vellet prius solvere seu accordare dictam prestantiam et fratres se contentarentur, possit fieri cum hoc et detur fideiusso in forma per dictos fratres de fieri fatiendo laborerium cum effectu. Et nihilominus depingi fatiant in cona supradicta Sanctum Flavianum et Santium Vitum advocatos nostros, obtentum non obstantibus 4 contrariis. [altra grafia] De mense augusti 1506, fuerunt satisfacti pro comune dicti fratres sancti Dominici ut confessi fuerunt per viam accordati malefitii Hieronimi Ludovici Johannis Baptiste ut in depositaria Bartolomei Francisci apparet. Et Gaspar Jannini promisit de fieri fatiens laborerium supra in forma”.
[40]La vicenda è ricostruita in modo dettagliato da: V. Punzi, La Traslazione della Santa Casa di Lorenzo Lotto a Recanati. Ipotesi di ricerca per un'opera perduta, in Lorenzo Lotto e i lotteschi a Mogliano, Atti del convegno di studi, Mogliano 1 dicembre 2001, a cura di M. Paraventi, Recanati 2003, pp. 118 ss. L'autore nel saggio propone di individuare una eco iconografica della perduta predella di Lorenzo Lotto, raffigurante il Transito della Santa Casa, nel rilievo di Pietro Paolo Iacometti, realizzato nel 1638, che orna la Torre Comunale di Recanati, a sua volta simile allo stucco di Giuseppe Silva, dal soggetto analogo, licenziato nella Sacrestia della Basilica della Santa Casa nel 1611. Riportiamo il testo della testimonianza giudiziaria di Benedetto Melchiorri, pubblicata da Vito Punzi: “il Marchese Benedetto Melchiorri morto in Recanati fin dall'anno 1660 in età di 90 anni in circa, in sua gioventù donò al convento una cornice tutta messa a oro con sette pezzi di quadri di mano del Lotto d'un valore inestimabile, che ora serve per ornamento del Coro della medesima chiesa, e Ottavia Melchiorri donò al convento scudi 4000”.
[41]Benedetto Melchiorri nacque nel 1571 (cfr. V. Punzi, Ibidem, p. 119), di conseguenza prestando fede al documento giudiziario, il dono della cornice dovette avvenire tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo. Il discendente di Benedetto Melchiorri, nel 1723 ricorda che fu donata la “cornice tutta messa a oro con sette pezzi di quadri”, di conseguenza il teste sembra attribuire una commissione unitaria tra la cornice e i pannelli dipinti in essa contenuti. Evidentemente la memoria e la prolungata assenza dei Melchiorri da Recanati, che risiedevano prevalentemente a Roma, aveva prodotto i suoi effetti negativi, ingenerando un errore palese. Ricorda la committenza di Benedetto Melchiorri: M. C. Terzaghi, Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni tra le ricevute del banco Herrera e Costa, Roma 2007, p. 35.
[42]Il legame tra i Melchiorri e i Domenicani è evidenziato anche dalla parentela con gli Antici e dalla sepoltura in Santa Maria sopra Minerva di Benedetto e di suo fratello Girolamo. Su quest'ultimo il saggio: M. Gallo, Jacopino del Conte e il ritratto funebre di Girolamo Melchiorri in S. Maria sopra Minerva, prolegomena alla storia della famiglia Melchiorri in M. Gallo, Studi di storia dell'arte, iconografia e iconologia: la biblioteca del curioso, Roma 2007, pp. 233-243.
[43]Cfr. V. Punzi, Famiglie ... cit., p. 119. Giustamente Vito Punzi, sottolinea che accanto al comune, parteciparono al finanziamento dell'opera anche le famiglie recanatesi più vicine al convento di San Domenico.
[44]Sulle numerose cariche pubbliche, riveste a Recanati dal 1497 al 1536, da Tommaso di Tommaso, cfr. G. F. Angelita,Famiglie recanatesi di reggimento (secc. XIII-XVII), in Archivio Comunale Recanati, busta 5 B III, 7, f. 152 v. Il 14 aprile del 1510, Lorenzo Lotto figura tra i testimoni in un atto rogato dal notaio Antonio Angelelli riguardante la compravendita di un tessuto prezioso, cfr. S. Castellana, Un nuovo documento per Lorenzo otto a Recanati, in 'Kronos', 12, pp. 131-140: "Dicta die. Bartholomeus Ruffini de Racaneto sponte pro se etc. promisit et convenit dare et solvere domino Augustino de S[ ...l is inercatori veneto presenti pro se etc. stipulanti ducatos novem auri hinc ad diem quintam decimam mensis septembris proxime futuri pro pretio et nomine pretii brachiorum sex panni pavonatii vere eidem venditi et traditi in presentia mei notarii et testium etc. Renumptians promisit etc. sub pena dupli etc. qua vero pena etc. Iuravit etc. Obligavit se et omnia sua bona in ampliori forma Camere Apostolice etc. Voluit conveniri hic et ubique etc. Actum Racaneti in quarterio Sancti Angeli ante domum Thome Melchiorris de Racaneto iuxta res Philippi et Mei Berardini etc. presentibus Marinangelo Iohannis et magistro Laurentio Loto veneto testibus" (Archivio di Stato di Macerata, Notarile Recanati, atti del notaio Antonio Angelelli, 644, a. 1510, C. 69r).
[45]Di Nicola Melchiorri, nato nel 1494 da Girolamo e Rebecca, ricordiamo gli studi nella scuola domenicana di Firenze, la sua attività di Maestro in vari conventi italiani, la nomina nel 1518 a vescovo titolare di Cirene e amministratore diocesano di Nardò. Leone X lo nominò Cappellano papale e prelato domestico. Visse a Roma dove morì nel 1535. Cfr. G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Bologna 1847, p. 224. Anche Luigi d'Aragona, nipote di Re Ferrante, era legato ai Domenicani, morì all'età di 45 anni nel 1518 e fu seppellito nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva. Cfr. A. Chastel, Le Cardinal Louis d'Aragon, un voyageur princier de la Renaissance, Paris 1986.
[46]Nato a Napoli nel 1430 dal ramo dei Carafa della Stadera, nel 1458 su richiesta di Ferdinando I d'Aragona divenne Arcivescovo di Napoli. Nel 1467 fu creato Cardinale dei SS. Pietro e Marcellino, titolo sostituito nel 1470 con quello di Sant'Eusebio. Nel 1478 divenne protettore dei Predicatori. Durante il suo lungo soggiorno romano, rappresentò sempre gli interessi degli Aragona presso il pontefice. Morì nel 1511, due anni prima aveva portato a termine l'ultimo suo incarico importante conducendo nel suo palazzo, insieme al cardinale Raffaele Riario, le trattative che portarono alla pace tra il papa e la Repubblica di Venezia. Per una ampia biografia di Oliviero Carafa: F. Petrucci, Carafa, Oliviero, in Dizionario Biografico degli Italiani, 19, Roma 1965, pp. 588-96; F. Strazzullo, Il cardinale Oliviero Carafa, committente del Rinascimento, in 'Atti dell'Accademia Pontaniana', XIV, 1964-65, pp. 139-160. Per alcuni titoli di riferimento sulla committenza Carafa: A. Dreßen, Oliviero Carafa committente “all'antica” nel succorpo del duomo di Napoli, in 'Römische historische Mitteilungen', 46, 2004, pp. 165-200; A. Del Pesco, Oliviero Carafa ed il programma iconografico del Succorpo di San Gennaro nel Duomo di Napoli, in Ottant'anni di un maestro. Omaggio a Ferdinando Bologna, a cura di Francesco Abbate, Napoli 2006, 1, pp. 203-222; G. L. Geiger, Filippino Lippi's Carafa Chapel. Renaissance art in Rome, Kirksville 1986; E. Parlato, Cerimonie nella cappella romana di Oliviero Carafa, in Art, Cérémonial et Liturgie au Moyen Age, Acte du colloque de 3e cycle romand, Lausanne-Fribourg, mars-mai 2000, a cura di Nicolas Bock, P. Kurmann, Serena Romano e J.M. Spieser, Roma 2002, pp.361-471; E. Parlato, La decorazione della cappella Carafa: allegoria ed emblematica negli affreschi di Filippino Lippi alla Minerva, in Roma centro ideale dell'Antico nei secoli XV e XVI, a cura di Silvia Danesi Squarzina, Milano 1989, pp.169-184. M. Vitiello, Le architetture dipinte di Filippino Lippi: la cappella Carafa a S. Maria Sopra Minerva in Roma, Roma 2003.
[47]Berardo fu vescovo di Venosa dal 1501 al 1510 e fu sepolto in Santa Maria sopra la Minverva, cfr. L. G. Marini Pagliarini, Degli Archiatri Pontifici, 1, Roma 1784, p. 246. I figli di Berardo ottennero le seguenti cariche: Anton Giacomo (vescovo di Camerino 1509-1535); Battista (vescovo di Venze 1506-1523); Tommaso (abate); il nipote Berardo (vescovo di Camerino 1537-1574), cfr. G. Colucci, Delle Antichità Picene, Fermo 1791, pp. CXXX-CXXXIII. Il Colucci ricorda che nel 1495 si interessò presso il pontefice per rivolgere una supplica per conto della città di Recanati.
[48]Su incarico di Alessandro VI, il medico recanatese, il 16 febbraio del 1502 esaminò le stimmate di suor Lucia da Narni, presso il monastero ferrarese dell’Annunziata, dove la visita ha luogo al cospetto di Ercole d'Este, Lucrezia Borgia e del vicario generale di Roma Pietro Gambo. Il referto, di grande interesse nella storia della medicina, sarà avallato dai vescovi Pietro da Trani e Nicola Maria d’Este: “nelle mani, cioè nel mezzo della palma, accuratamente investigando e toccando con diligenza abbiamo trovato due ferite di figura sferica bagnate all’intorno di sangue lucidissimo; e ciascuna ferita aveva nel mezzo dell’apertura il sangue alquanto congelato, e l’una e l’altra erano di uguale grandezza; e sebbene quando quella vergine era leggermente toccata circa la ferita, veniva assalita da grandissimo dolore, pure tutte le altre parti della mano che stavano più presso la ferita, se si eccettui qualche dito verso l’incurvazione vicino alla palma, e nel colore, e negli accordi, e in ogni loro natura (ciò che non può darsi senza prodigio o miracolo) belle giacevano incolumi e sanissime con tutta la loro integrità (...). Con simile studio e diligenza abbiamo esaminato i suoi piedi, che in egual modo avevano impresso le medesime piaghe: cosa degna non meno di considerazione che mirabile, perché ciascun piede in tutta la sua integrità nelle altre parti, aveva sulla sommità la sua piaga, sebbene questa sia maggiore nel destro che nel sinistro. Il che è alieno non pure da meraviglia che da ragione”, cit. da I. Tozzi, Tra mistica e politica. L'esperienza femminile nel terz'ordine della penitenza di San Domenico, in 'Rassegna Storica online', 1, 2003 (supplemento a Storiadelmondo), 4, 24 febbraio 2003.
[49]Cfr. F. Storti, Dispacci sforzeschi da Napoli, 4, Napoli 1999, pp. 45, 291; Lorenzo de' Medici. Lettere: 1460-1474, 1, a cura di R. Fubini, Firenze 1977, p. 246; F. Pontieri, Ferrante d'Aragona re di Napoli, Napoli 1969, pp. 349, 553; L. Cerioni, La Diplomazia sforzesca nella seconda metà del Quattrocento e i suoi cifrari segreti, Milano 1970, p. 119; F. Leverotti, I. Lazzarini, Carteggio degli oratori mantovani alla corte sforzesca (1450-1500): 1462, Roma 2002, p. 243. Bartolomeo di Matteo Antici da Recanati era stato segretario di Alfonso d'Aragona e suo ambasciatore, oratore ed agente a Milano e Genova negli anni 1457-1459. Tornò a Milano nel 1464 e nel 1468, nel 1476 divenne protonotario apostolico. Il fratello Pietro Antici fu vescovo di Giovinazzo, cfr. D. Calcagni, Memorie istoriche della città di Recanati nella marca d'Ancona, Messina 1711, p. 204.
[50]Cfr. M. Leopardi, Serie ..., cit. p. 232. Dal matrimonio tra Alfonso Antici e Bernardina Capodiferro nasce nel 1502 (o nel 1504) il futuro cardinale Girolamo Capodiferro. La comunità di Recanati il 1 gennaio 1545, nomina gli ambasciatori per portare gli omaggi al cardinale appena creato e nel 1547 il Comune ne attesta la prossima visita, cfr. F. Vecchietti, T. Moro, Biblioteca ... cit., pp. 159-163; L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali della Santa Romana Chiesa, Roma 1793, IV, pp. 270-271. Fu Legato apostolico in Francia e Portogallo, Tesoriere della Camera Apostolica, incaricato insieme al cardinale Ascanio Sforza di raccogliere i censi e i canoni dovuti alla Chiesa, e di infeudare ed affittare i beni ecclesiastici al fine di raccogliere denaro per la guerra contro i Turchi. Nel 1542 fu creato vescovo di Nizza e il 19 dicembre 1544, Cardinal diacono in San Giorgio al Velabro. Dal 1545 al 1555 fu Legato per la Romagna. Morì nel 1559, fu sepolto a Santa Maria delle Febbri e di lì traslato a Santa Maria della Pace. Sulla committenza del cardinale si veda: P. Iazurlo, La Venere Barberini. Un dipinto di Giulio Mazzoni da Palazzo Capodiferro in 'Storia dell'Arte', 122/123, 2009; E. Bassan,La decorazione cinquecentesca della dimora di Girolamo Capodiferro, in Palazzo Spada. Arte e storia, a cura di E. Cannatà, Roma 1992, pp. 25-30; M. Lattanzi,Le stanze del cardinale Girolamo Capodiferro, inIbidem, pp. 17-23; Per un profilo biografico: G. Fragnito, Capodiferro, Girolamo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 18, Roma 1975, pp. 628-629.
[51]Cfr. F. Vecchietti, T. Moro, Biblioteca ... cit., pp. 159-161.
[52]Su questo personaggio: G. Ballistreri, Capodiferro, Evangelista Maddaleni, in 'Dizionario biografico degli Italiani', 18, Roma 1975, pp. 621-625. Allievo di Pomponio Leto e collezionista bibliofilo, nel 1514 fu nominato da Clemente VII professore di storia e bibliotecario di Palazzo dei Conservatori, cfr. M. Miglio, Roma dopo Avignone. La rinascita politica dell'antico, in Memoria dell'antico nell'arte italiana, a cura di S. Settis, I,L'uso dei classici, Torino 1984, p. 110. Nel1474 scrisse alcuni epigrammi contro Sisto IV, accusandolo di aver saccheggiato i marmi del Colosseo per costruire ponte Sisto (BAV, Vat. lat. 3351, f. 76). Nel 1500 rapì Sperata, figlia di Bernardino de' Cuppis, nella chiesa di S. Maria, conducendola a Civitalavinia, feudo Colonna. Alessandro VI su istanza del padre della futura sposa, inviò due gruppi di armati per riportare a Roma la giovane.
[53]Oliviero Carafa nel 1501 ampliò il vecchio palazzo Orsini, edificando la sua nuova residenza oggi nota come Palazzo Braschi. Il palazzo dista circa quattrocento metri dal quartiere abitato dalle case dei Capodiferro (piazza Capodiferro). Sulle proprietà romane di Oliviero Carafa, cfr. C. Pietrangeli, Palazzo Braschi, Roma 1958; E. Ricci, Palazzo Braschi: storia ed architettura di un edificio settecentesco, Roma 1989, pp. 8 ss.; E. Parlato, Cultura antiquaria e committenza di Olivero Carafa, un documento e un’ipotesi sulla villa del Quirinale, in 'Studi Romani', 38, 1990, pp. 269-280.
[54]cfr. I. Burchardi, Diarium sive rerum urbanarum commentarii, 1483-1506, a cura di L. Thuasne, III, Paris 1885, pp. 288, 299.
[55]I Maddaleni Capodiferro, con cui Alfonso s'imparentò, possedevano la cappella di famiglia dedicata a Santa Maria Maddalena nella chiesa domenicana: cfr. G. Palmiero, G. Villetti, Storia edilizia di S. Maria sopra Minerva in Roma, 1275-1870, Roma 1989, pp. 34, 170. In Santa Maria della Pace fu sepolto il cardinale Girolamo, figlio di Alfonso. Al convento di Santa Maria della Pace, Oliviero Carafa, lasciò in eredità la sua biblioteca, cfr. D. Norman, The library of Cardinal Oliviero Carafa, 'The book collector', 36, 1987, pp. 354-371.
[56]Emblematico il matrimonio incrociato di Berardo Bongiovanni, che sposa Bartolomea Antici, sorella di Francesco, mentre Francesco a sposa la sorella di Berardo Fiordalisa: cfr. M. Leopardi, Serie dei Vescovi di Recanati: con alcune notizie della città e della chiesa di Recanati,Recanati 1828, p. 229.
[57]Cfr. D. Calcagni, Memorie ... cit., p. 332.
[58]Ibidem.
[59]Ibidem. Calcagni ricorda come il 12 aprile 1581, Gregorio XIII dotò questa cappella di un'indulgenza per la liberazione delle anime dal Purgatorio, ogni qualvolta fosse stato officiato da un prete domenicano. Inizialmente la reliquia fu affidata alla confraternita di San Pietro martire, nata nel 1337 da albanesi, poi aggregata nel 1436 alla chiesa di San Domenico. Vittoria Garibaldi ripropone, a ragione, il possibile coinvolgimento della stessa confraternita nelle spese per la realizzazione del polittico, cfr. V. Garibaldi, Polittico ... cit., p. 26.
[60]San Pietro martire fu eletto co - protettore di Recanati nel 1611, cfr. V. Punzi, Lorenzo Lotto nella Marca ottocentesca, inLorenzo Lotto, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Bergamo 18-20 giugno 1998, a cura di Augusto Gentili, in 'Venezia Cinquecento', X, 19, 2000, p. 35.
[61]Sull'opera la scheda di: P. Humprey, in Lorenzo Lotto a Recanati “nel cor profondo un amoroso affetto”, a cura di M. Lucco, Venezia 1998, p. 20. Per una storia esauriente sulla vicenda conservativa della predella e sulle citazioni della stessa nelle fonti, in relazione alla identificazione iconografica: V. Garibaldi, Polittico ... cit., p. 26. Per la corretta lettura iconografica del pannello di predella conservato a Vienna, nel Kunsthistorisches Museum: V. Punzi, Lorenzo ... cit, pp. 33-39. L'autore ha confermato una precedente lettura iconografica di Marco Moroni, autore della scheda dattiloscritta del polittico di Recanati, scritta in occasione della mostra: I domenicani a Recanati (3-18 ottobre 1987). La scheda è conservata nell'archivio della Soprintendenza per i beni storici, artistici, ed etnoantropologici delle Marche di Urbino (b. 107 MC).
[62]Questa la descrizione di Giorgio Vasari: “Essendo anco questo pittore giovane et imitando parte la maniera de’ Bellini e parte quella di Giorgione, fece in San Domenico di Ricanati la tavola dell’altar maggiore partita in sei quadri. In quello del mezzo è la Nostra Donna col Figliuolo in braccio che mette per le mani d’un Angelo l’abito a San Domenico, il quale sta ginocchioni dinanzi alla Vergine; et in questo sono anche due putti che suonano, uno un liuto e l’altro un ribechino. In un altro quadro è San Gregorio e Santo Urbano papi, e nel terzo San Tommaso d’Aquino et un altro Santo che fu vescovo di Ricanati. Sopra questi sono gl’altri tre quadri: nel mezzo, sopra la Madonna, è Cristo morto sostenuto da un Angelo, e la Madre che gli bacia un braccio e Santa Madalena; sopra quello di San Gregorio è Santa Maria Madalena e San Vincenzio; e nell’altro, cioè sopra San Tommaso d’Aquino, è San Gismondo e Santa Caterina da Siena. Nella predella, che è di figure piccole e cosa rara, è nel mezzo quando Santa Maria di Loreto fu portata dagl’Angeli dalle parti di Schiavonia là dove ora è posta; delle due storie che la mettono in mezzo, in una è San Domenico che predica, con le più graziose figurine del mondo, e nell’altra papa Onorio che conferma a San Domenico la Regola. È di mano del medesimo in mezzo a questa chiesa un San Vincenzio frate lavorato a fresco; et una tavola a olio è nella chiesa di Santa Maria di Castelnuovo con una Trasfigurazione di Cristo, e con tre storie di figure piccole nella predella: quando Cristo mena gl’Apostoli al Monte Tabor, quando òra nell’orto, e quando ascende in cielo”, cit. da: Giorgio Vasari, Le Vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori nelle redazioni del 1550 e 1568, testo a cura di R. Bettarini, commento secolare e indici a cura di Paola Barocchi. Testo, IV, Firenze 1976, p. 553.
[63]Per la vita di San Giuliano l'ospitaliere: Jacopo da Varazze, Legenda aurea: con le miniature del codice Ambrosiano C 240 inf., 2, a cura di G. P. Maggioni, F. Stella, Firenze 2007, pp. 1506-1512.
[64]Cfr. E. Pietrella, La storia religiosa della cattedrale di San Giuliano di Macerata, in Le Cattedrali: Macerata Tolentino Recanati Cingoli Treia, a cura di G. Barucca, Macerata 2010, pp. 31-40; S. Blasio, La Cattedrale di San Giuliano a Macerata, in Ibidem, pp. 55-70.
[65]Fu il legato della Marca Anconitana, il potente e energico cardinale Egidio Albornoz, a proporre al papa la restituzione della diocesi a Recanati, appena riconquistata militarmente e tolta dalle mire dei Malatesta. Con la bolla del 22 aprile 1357, venne data preminenza per antichità alla Diocesi di Recanti su quella di Macerata, per cui la nuova diocesi assunse il nome di Recanati - Macerata (cfr. Memoriale di frate Giovanni di Niccolò da camerino francescano, pubbl. dal conte Monaldo Leopardi di Recanati, Recanati 1833, p. 231). Noto con interesse che, come nel caso del vescovo Salvo de' Salvi, anche in questo caso Recanati ritrovò la sua diocesi sotto il governo di un domenicano, frate Nicolò da San Martino, vescovo di Macerata e poi di Recanati – Macerata (dal 1349 al 1369). Sulla cattedrale di Recanati: cfr. E. Pietrella, La storia religiosa della concattedrale di San Flaviano a Recanati, in Ibidem, pp. 153-161; S. Blasio, Il mecenatismo dei vescovi nella cattedrale di Recanati, in Ibidem, pp. 173-185; G. Barucca, “Arti rare” nel tesoro della chiesa di San Flaviano a Recanati, in Ibidem, pp. 187-201.
[66]Cfr. E. Sabbadini, Un pontefice avignonese pacificatore dell'Italia: Urbano V (Benedettino), in 'Rivista Cisterciense', 2, 1985, pp. 241-57; M. Balmelle, Iconographie du pape Urbain V, in 'Bulletin de la Société des Lettres de la Lozère', 1964, pp. 73-88. Il viaggio di Urbano V a Loreto, santuario che ebbe notevole sviluppo devozionale durante il Giubileo del 1350, fu promosso dal cardinale Egidio Albornoz che consigliò al papa il pellegrinaggio lauretano per nobilitare l'importanza e la centralità di questo luogo di culto, cfr. G. Moroni, Dizionario... cit., pp. 233-234. Della curia di Urbano V era parte anche Simone di Langres, Maestro generale dei Domenicani, il quale serviva come ambasciatore anche l'imperatore di Francia Carlo IV, cfr. D. Penone, I domenicani nei secoli: panorama storico dell'Ordine dei frati predicatori, Bologna 1998, p. 166.
[67]L'identificazione in Gregorio XII è stata condivisa negli ultimi studi dedicati al polittico. Augusto Gentili, che ha proposto l'identificazione del papa in Gregorio XII, giustifica la presenza dell'aureola come omaggio dei Domenicani al papa, in virtù della sua canonizzazione di santa Caterina da Siena: A. Gentili, con la collaborazione di M. Lattanzi - F. Polignano, I giardini di contemplazione. Lorenzo Lotto 1503/1512, Roma 1985, pp. 143-145.
[68]Nato Angelo Correr (Venezia 1326 ca. - Recanati 1417), la rinuncia alla Cattedra di Pietro da parte di Gregorio XII durante il Concilio di Costanza nel 1415, portò alla soluzione dello scisma d'Occidente. I delegati conciliari mantennero la carica per tutti i cardinali nominati da Gregorio XII e il papa fu beneficiato del vescovato di Porto e della legatura pontificia di Ancona, cfr.: L. Tonini, Papa Gregorio XII e Carlo Malatesti. O sia la cessazione dello scisma durato mezzo secolo nella chiesa di Roma, Rimini 2010, p. 165.
[69]Per la sepoltura, cfr.Ibidem, p. 170. Sulle reliquie: V. Punzi, Lorenzo ... cit, p. 35.
[70]Su Gregorio VII: O.Capitani, Gregorio VII, in Enciclopedia dei papi, II, Roma 2000, pp. 209-212.
[71]Su questa figura il recente: Gregorio Magno e l'eresia tra memoria e testimonianze. Atti dell'incontro di studio delle Università degli Studi di Perugia e di Lecce, con la collaborazione della Fondazione Ezio Franceschini e della Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino (Perugia, 1-2 dicembre 2004), a cura di Antonio Isola, Firenze 2009.
[72]Giordana Mariani Canova, nella sua lettura del dialogo tra Lotto e i Domenicani, avanza la proposta di riconoscimento in Gregorio IX, sulla base delle riflessioni che abbiamo esposto nel testo e ancora in Onorio III dell'altro papa, quest'ultimo approvò la Regola dei Predicatori. La studiosa come ipotesi di lettura alternativa, propone l'identificazione dei papi nei Domenicani Innocenzo V e Benedetto IX cfr.: G. Mariani Canova,Lorenzo Lotto e la spiritualità domenicana, in Lorenzo Lotto, atti del convegno internazionale di studi per il V centenario della nascita, a cura di Pietro Zampetti e Vittorio Sgarbi, Treviso 1981, p. 341.
[73]La Diocesi di Recanati fu istituita il 22 maggio 1240 con la bolla Rectae considerationis examine, per punire la città ribelle di Osimo, privata della Diocesi.
[74]Sottolinea questo ruolo di Giovan Domenico: F. Coltrinari, Ipotesi per la presenza di Lorenzo Lotto nelle Marche prima del polittico di San Domenico a Recanati, la sua fiera, la circolazione di dipinti e oggetti d'arte via mare, in Lorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, Atti del convegno internazionale di studi, 14-20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009 p. 52, n 23. La studiosa ricorda che Giovan Domenico è attestato anche nel ruolo di priore del convento di Recanati, nella quietanza finale di 80 fiorini che Girolamo di Ludovico aveva versato per pagare il polittico di Lorenzo Lotto. Il Comune aveva girato questa cifra, frutto di una multa comminata a Girolamo di Ludovico, a pagamento della quasi totalità dei 100 fiorini pattuiti con i frati (Archivio Notarile Recanati, Callisto di Leonardo, 568, cc. 99 v. 100 r.).
[75]Cfr. O. Marinelli, La compagnia di San Pietro Martire a Perugia, Roma 1960, p. 118. Nel 1501 acquisisce il magistero in Teologia a Perugia e nel 1507-1508 è reggente allo Studio di Milano (Monumenta ordinis fratrum praedicatorum historica, IX, Roma 1904, p. 76).
[76]Per un profilo: A. Ferrua, Bandello Vincenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, Roma 1963, pp. 663-667. Inquisitore a Bologna nel 1490, fu Vicario generale della Congregazione lombarda (1489 -1493) e Priore per due mandati ciascuno a Bologna e Milano. Nel 1500 fu nominato da Alessandro VI Vicario generale dell'Ordine.
[77]Sugli anni milanesi di questa figura: M. Rossi, Vincenzo Bandello e l’iconografia della beatitudine nella cupola di S. Maria delle Grazie, in L'Osservanza Domenicana a Milano, 'Arte Lombarda', 76-77, 1986, pp. 79-89; M. Rossi, La fabbrica di Santa Maria delle Grazie e la cultura architettonica a Milano all'arrivo del Bramante, rinnovamento artistico e cultura dell’Osservanza in S. Maria delle Grazie; nuove indagini sulla tribuna e la sua decorazione, in 'Arte Lombarda', 78, 1986, pp. 25-36. Bandello fu il priore di Santa Maria delle Grazie dal 1495 al 1501. Vicino a Ludovico il Moro, ne fu l'esecutore testamentario. Durante questi anni portò con se nel convento il nipote Matteo, letterato che allo zio dedicò una biografia (oggi perduta) e del quale è celebre la testimonianza personale su Leonardo, mentre era impegnato nel cantiere dell'Ultima Cena: N. Sapegno, Bandello Matteo, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, Roma 1963, p. 667-673; Matteo Bandello. Studi di letteratura rinascimentale. 1, a cura di Delmo Maestri e Anna Vecchi, Novi Ligure 2005.
[78]Cfr. A. Ferrua, Bandello ... cit., p. 665: “Gli atti dei capitoli generali di Roma (1501) e di Milano (1505) da lui presieduti mostrano chiaramente la vastità dell'impresa cui egli si accinse: promuovere la rinascita del genuino ideale apostolico (predicazione, officiatura corale, pratica della povertà, osservanze monastiche); ridonare allo studio la preminenza incontrastata su ogni altra attività, improntandolo alla massima ortodossia scolastica (a tal fine volle che le giovani reclute dell'Ordine si formassero esclusivamente sull'insegnamento di s. Tommaso d'Aquino); infine, visitare personalmente - come i primi maestri generali - le varie case dell'Ordine (gli riuscì di visitare le province di Francia, Belgio, Spagna e Italia). Il breve generalato del B. va quindi ritenuto tra i più densi e operosi nella storia dell'Ordine dei predicatori. Per la prima volta, tra il 1505 e il 1506, le Costituzioni domenicane videro la luce attraverso la stampa, corredate da un commento e da documenti di particolare utilità ai religiosi”.
[79]Su questa figura: E. Stöve,De Vio Tommaso (Tommaso Gaetano, Caetano), in Dizionario Biografico degli Italiani, 39, Roma 1991, pp. 567-578. Per una illustrazione della sua speculazione filosofica: F. Riva, Analogia e univocità in Tommaso de Vio 'Gaetano', Milano 1995. Nel 1497 su invito di Ludovico il moro si trasferisce a Pavia dove inizierà a lavorare alla sua opera più importante, il commento alla Summa theologiae, il cui primo tomo apparve a Venezia nel 1508. Nel 1499 si trasferisce nel convento di Santa Maria delle Grazie a Milano fino a quando, nel giugno del 1501, Vincenzo Bandello non lo chiamò come procuratore dell'Ordine presso la Curia papale al posto del fiorentino Francesco Mei.
[80]La carriera romana di Tommaso de Vio, fu promossa dal suo amico e grande protettore Oliviero Carafa, che presiedette il Capitolo generale dei Predicatori che nel 1501 scelse frate Tommaso come procuratore dell'Ordine. In qualità di procuratore, spettava a Tommaso la predica nella prima domenica di quaresima e la prima d'avvento durante la messa a San Pietro o nella cappella Sistina. Si conoscono cinque di queste prediche, tenute davanti ad Alessandro VI e Giulio II, pubblicate a stampa. Tommaso de Vio assunse anche il ruolo di docente nell'ateneo della Sapienza. Il 20 agosto 1507 fu nominato vicario generale dell'Ordine, succedendo a Jean Clérée. Il 10 giugno 1508 Tommaso fu eletto magister generalis.
[81]L'identificazione in Tommaso de Vio nel giovane prelato, ritratto accanto al cardinale Oliviero Carafa, è stata proposta sulla base del confronto con un ritratto del domenicano, nelle vesti di Cardinale, conservato nei depositi dei Musei Vaticani (olio su tela, 1525 ca., inv. 1086) da: R. De Maio, Savonarola, Oliviero Carafa, Tommaso de Vio e la disputa di Raffaello, in 'Archivum fratrum praedicatorum', XXXVIII, 1968, pp. 149-164; R. De Maio, Savonarola e la Curia romana, Roma 1969, p. 163; R. De Maio, Riforme e miti nella Chiesa del Cinquecento, Parma 1992, pp. 31, 68-73.
[82]Tommaso de Vio fu una delle figure principali impegnate nel processo contro Lutero, cfr.: J. A. Dominguez Asensio, Infalibilidad y "determinatio de fide"en la polémica antiluterana del cardenal Cayetano, in 'Archivo teologico granadino', XLIV, 1981, pp. 5-61, B. Hallensleben, "Das heißt eine neue Kirche bauen". Kardinal Cajetans Antwort auf die reformatorische Lehre von der Rechtfertigungsgewißheit, in 'Catholica', XXXIX, 1985, pp. 217-239; B. Lohse, Cajetan und Luther - Zur Begegnung von Thomismus und Reformation, in 'Kerygma und Dogma', XXXII, 1986, pp. 150-169.
[83]Il frate si iscrisse nel 1491 nello studio di Sant'Agostino a Padova, città alla quale fu sempre legato e dove fu docente anche nell'Ateneo fino al 1495. Tommaso de Vio era legato da solida amicizia personale e culturale con il maestro della scuola domenicana del convento dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia, il ragusano Agostino Nale, scelto da Leone X per la Cattedra vescovile di Trebigne e Mircana, nonostante l'opposizione di Tommaso de Vio che voleva impegnarlo accanto a lui, presso le Curie generalizia e vaticana. Tommaso de Vio sottopose al consiglio di frate Agostino il testo del suoCommento tomista durante gli anni della gestazione. Per un profilo di questo frate: F. M. Appendini,Notizie istorico-critiche sulle antichita, storia e letteratura de'Ragusei, Ragusa 1883, II, p. 86.Nel 1509 Agostino Nale curò l'edizione della: Prima pars summe sacre theologie angelici doctoris sancti Thome de Aquino, Venetiis : a Philippo pincio Mantuano: expensis Giuntini de giunta florentini, 1509 die 23 aprilis. A questa edizione, a testimonianza del ruolo prestigioso di cui beneficiava Agostino Nale a Venezia, fu curata insieme al patrizio veneziano Marco Gradenigo, il quale sei anni prima aveva dato alle stampe il volume: Marci Gradonici patritii ueneti Bartholomei. f. uolumen conclusionum, naturalium, diuinarum, ac theologicarum ad mentem Diui Thomae, Romae atque alibi disputatum, Venezia 1503. L'opera di Marco Gradenigo, addottoratosi nello stesso anno nell'ateneo patavino (cfr. B. Nardi,Saggi sulla cultura veneta del Quattro e Cinquecento, Padova 1971, p. 88), è dedicata al cardinale di San Marco Domenico Grimani e ricorda l'elezione di Giulio II alla Cattedra di Pietro. Frate Agostino in virtù del suo ruolo nel convento di San Zanipolo a Venezia, potrebbe essere una delle figure che agevolarono il dialogo tra Lorenzo Lotto e Tommaso de Vio a Roma e in generale con il convento adriatico di Recanati. Non è stato possibile verificare la data d'ingresso del frate nel convento veneziano di San Zanipolo, ma è molto probabile la sua presenza negli anni di nostro interesse.
[84]Tommaso Donà, nato nel 1434, divenne patriarca di Venezia nel 1495 e morì nel 1504. Durante il suo governo promosse la celebre raccolta: Catasticum privilegiorum et notabilium patriarchatus Venetiarum, meglio nota come il 'Libro d'oro' della Chiesa veneziana, cfr. M. Pozza, Pozza Marco, «Catasticum privilegiorum et notabilium patriarchatus Venetiarum», in I registri vescovili dell'Italia settentrionale (secoli XII-XV). Atti del Convegno di Studi, Monselice, 24-25 novembre 2000, a cura di Attilio Bartoli Langeli e Antonio Rigon, Roma 2003, pp. 299-310. Il Domenicano fu sepolto nella cappella di S. Giovanni Battista da lui stesso fatta fabbricare in San Pietro di Castello. Nel 1497 minacciò di scomunica Lucantonio Giunta il vecchio se non avesse tolto dal volgarizzamento delle Metamorfosi di Ovidio, che il capostipite della dinastia di tipografi stava allestendo per la stampa, le vignette illustrative contenenti figure di nudo, cfr. M. Ceresa, Giunti (Giunta), Lucantonio, il Vecchio, in Dizionario Biografico degli Italiani, 57, Roma 2001, p. 96.
[85]Gioacchino Torriani apparteneva alla congregazione conventuale dei Domenicani e non a quella riformata degli osservanti, allora preminente perché sostenuta da Oliviero Carafa. La sua elezione nel Capitolo generale di Venezia del 1487 era seguita di pochi mesi a un altro Capitolo veneziano, nel quale Oliviero Carafa aveva scelto per la guida dei Predicatori il frate napoletano, Barnaba Sansoni. Questa scelta aveva suscitato alcune proteste in seno ai frati perché Oliviero Carafa, per sostenere il nobile partenopeo, forzò con un'interpretazione arbitraria gli Statuti dell'Ordine. Barnaba Sansoni morì un mese dopo e la scelta di Gioacchino Torriani fu diplomatica, per placare i contrasti intestini tra conventuali e riformati. Oliviero Carafa si affidò a una figura di nobile stirpe veneziana, apprezzata per la sua autorità morale e il rigore ascetico della sua condotta di vita (consumava un solo pasto giornaliero). La Repubblica per la sua elezione, organizzò un grandioso corteo lagunare con centinaia di imbarcazioni, illustrato dal Bucintoro: cfr. D. Penone, I domenicani ... cit., pp. 252-261. Torriani morì nel 1500.
[86]Il teologo Domenicano Alberto da Castello, morì a Venezia nel 1522, dopo aver pubblicato un'opera dedicata al culto del Santo Rosario che ebbe un notevole successo di diffusione, cfr. Alberto da Castello, Rosario della gloriosa Vergine Maria con figure adontato, Venezia 1522. Il dibatto sulla identificazione di frate Francesco da Venezia conFrancesco Colonna, nasce dall'acrostico: "Poliam frater Franciscus Columna peramavit", composto dalle lettere iniziali dei trentotto capitoli, poiché il nome dell'autore dell'incunabolo non risulta ne in testa all'edizione ne sul colophon, cfr. G. Pozzi, Francesco Colonna e Aldo Manuzio, Berna 1962; N. Harris, The blind impressions in the Aldine Hypnerotomachia Poliphili (1499), Mainz 2004. Anche recentemente, in una riflessione sulla cultura letteraria veneziana, è stata riaffermata la validità della identificazione dell'autore con il frate veneziano, piuttosto che con il principe Francesco Colonna di Palestrina, cfr. G. Da Pozzo, Storia letteraria d'Italia, Padova 2006, p. 701.
[87]La dedica è un ulteriore indizio della identità veneziana di questo capolavoro letterari, cfr. C.H. Clough, A. Conti, Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino: fu mai gonfaloniere di Sancta Romana Ecclesia?, in 'Studi Montefeltrani', 27, 2006, pp. 115-136.
[88]Per l'edizione critica e un commento sull'opera: Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, a cura di Marco Ariani e Mino Gabriele, Milano 1998. Inoltre i testi di: M. T. Casella, G. Pozzi, Francesco Colonna. Biografia. Opere, Padova 1959. Nato a Venezia nel 1430 circa, Francesco da Venezia (Colonna), nel 1473 ottenne il baccalaureato in teologia all'università di Padova. Successivamente caratterizzò la vita culturale dei conventi di San Nicolò a Treviso e San Zanipolo a Venezia, in particolare tra il 1493 e il 1512 dove fu attivo stabilmente in laguna. Francesco Colonna caratterizzò la vita culturale del convento veneziano di San Zanipolo. L'incunabolo della Hypnerotomachia Poliphilifu stampato nel dicembre 1499 a Venezia per i tipi di Aldo Manuzio. Nel 1516 sarà condannato per immoralità dai Predicatori e confinato nel convento di San Nicolò a Treviso, iniziando una parabola discendente che lo porterà alla morte nel 1527 a novantaquattro anni. Nella messe di studi dedicati a questa fortunata opera ricordiamo i recenti: M. Furno, Une fantaisie sur l'antique: le gout pour l'epigraphie funeraire dans l'Hypnerotomachia Poliphili de Francesco Colonna, Ginevra 2003; E. K. Szepe, The Poliphilo and other Aldines reconsidered in the context of the production of decorated books in Venice, dissertation, Ann Arbor 1995; L. Schmeiser, Das Werk des Druckers: Untersuchungen zum Buch Poliphili Hypnerotomachia, ubi humana omnia non nisi somnium esse ostendit, atque obiter plurima scitu sanequam digna commemorat, Roesner 2003; Intorno al Polifilo, contributi sull'opera e l'epoca di Francesco Colonna e Aldo Manuzio raccolti da Cristina Del Sal e Alessandro Scarsella, bibliografia e indici di Cristina Del Sal, Venezia 2005.
[89]Sulla fiera di Recanati: Coltrinari, Ipotesi ... cit., pp. 54-57. La studiosa riporta anche le aperture di Pietro Zampetti, il quale ha sottolineato un possibile legame tra la fiera di Recanati e la mercatura del padre di Lorenzo Lotto.
[90]Per un profilo dei principali esponenti di questa famiglia veneziana, trapiantata a Recanati: cfr., D. Calcagni, Memorie ... cit., pp. 192-195 passim. Ricordiamo in modo particolare la figura di Antonio Giacomo Venier, già vescovo di Ragusa (1440-1460) quando cadde Costantinopoli nel 1454, cfr. Pellegrini verso Loreto: atti del Convegno Pellegrini e pellegrinaggi a Loreto nei secoli XV-XVIII, Loreto 8-10 novembre 2001, a cura di Floriano Grimaldi, Katy Sordi, Ancona, 2003 p. 195; Illyricum Sacrum. Ecclesia Ragusina cum suffraganeis, et ecclesia Rhiziniensis et Catharensis, VI, Venezia 1800, pp. 160-168. Successivamente fu creato vescovo di Léon (1463-1469) e di Cuenca (1469-1479). Paolo II lo impegnò attivamente, nel ruolo di Nunzio Apostolico, durante la guerra civile castigliana per la successione reale. Nel 1473 il Regno di Castiglia ne sostenne, presso la curia di Sisto IV, la nomina cardinalizia, che avvenne il 7 maggio insieme a quella di Pedro González de Mendoza e (sostenuto dal Regno di Aragona) a quella di Auxias des Puig. Il nobile veneto - recanatese fu uno dei 'cardinali politici' che caratterizzarono la curia vaticana tra XV e XVI secolo, figure alle quali ha dedicato un'ampia riflessione: J. Thomson,Popes and Princes, 1417-1517 (Early modern Europe today), New York 1980, pp. 56-72.
[91]Su Palazzo Venieri di Recanati la cui costruzione fu promossa nel 1472 dal vescovo Giacomo Antonio e affidata a Giuliano da Maiano, che la terminò intorno al 1477: F. Quinterio,Giuliano da Maiano: "grandissimo domestico", Milano 1996, pp. 292-302.
[92]Su questa figura: G. Liberali, L' episcopato bellunese di Bernardo De Rossi (1487-1499), Treviso 1978; G. Liberali, Gli inventari delle suppellettili del vesc. Bernardo Rossi, nell'episcopio diTreviso (1506-1524), Treviso 1980; G. P. Bernini, Profilo storico di Bernardo Rossi e Broccardo Malchiostro, Parma 1969. Osservazioni sul dialogo tra Lorenzo Lotto e il vivace panorama umanistico e culturale veneto in: Lorenzo Lotto a Treviso. Ricerche e restauri, catalogo della mostra, a cura di G. Dillon, Treviso 1980; F. Cortesi Bosco, Il coro intarsiato di Lotto e Capoferri per S. Maria Maggiore in Bergamo, II voll, Milano 1987; F. Cortesi Bosco, La letteratura religiosa devozionale e l'iconografia di alcuni dipinti di Lorenzo Lotto, in 'Bergomum', LXX, 1976, pp. 3-25; L. Gargan, Lorenzo Lotto e gli ambienti umanistici trevigiani fra Quattro e Cinquecento, in Lorenzo Lotto nel suo e nel nostro tempo, a cura di P. Zampetti, in 'Notizie da Palazzo Albani', IX, 1980, pp. 1-31; M. Firpo, Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di L. L. tra Riforma e Controriforma, Bari 2001.
[93]Su questa figura di Antonio Vinciguerra, nato a Venezia nel 1440 circa e morto a Padova nel 1502: B. Beffa, Antonio Vinciguerra cronico, segretario della Serenissima e letterato, Berna - Francoforte sul Meno 1975; V. Rossi, Storia letteraria d'Italia. Il Quattrocento, Milano 1992, pp. 415-416; V. Branca, Umanesimo e Rinascimento a Firenze e Venezia, 1983, p. 482; C. Chiodo, Giudizi critici e considerazioni sulle satire di un poeta originario di Recanati: Antonio Vinciguerra, in 'Piceno', 5, 1981, p. 97; A. Sopetto, Le satire edite ed inedite di Antonio Vinciguerra, Ciriè 1904. Per un profilo biografico la voce in: Letteratura italiana, a cura di Alberto Asor Rosa. Gli autori. Dizionario bio-bibliografico e indici, II, Torino 1991, p. 1822. Antonio Vinciguerra entrò molto presto al servizio della Serenissima, nel 1558 è ricordato già come 'apprendista' nella Cancelleria, in seguito fu Segretario della Repubblica negli ultimi tre decenni del Quattrocento, fu ambasciatore presso il Duca di Lorena nel 1483. Le sue dieci Satire sono considerate tra i primi esempi di questo genere letterario. Per un commento sull'opera satirica: V: Rossi, Storia letteraria d'Italia. Il Quattrocento, nuova edizione a cura di A. Balduino, Padova 1994, pp. 414-416. E' in relazione con Ficino, Bembo e amico di Pico della Mirandola. Per il dialogo con quest'ultimo: Giovanni Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell'uomo, a cura di F. Bausi, Parma 2003, pp. 130, 156.
[94]Sull'accademia trevigiana e la cultura umanistica: L. Gargan, Un umanista ritrovato: Galeazzo Facino e la sua biblioteca, in 'Italia medioevale e umanistica', XXVI, 1983, pp. 257-305.
[95]Lettere diplomatiche del Vinciguerra, appellato anche Antonium Cronicum, che illustrano l'ampiezza dei suoi contatti sono pubblicate in: L. Simona, Giacomo Caviceo: uomo di chiesa, d'armi e di lettere,Francoforte 1974, pp. 11, 138 ss. Antonio Vinciguerra conosceva molto bene le personalità e le dinamiche politiche in Italia centrale, poiché tra il 1470 e il 1490, fu lungamente presente e alternò numerosi e prolungati a Roma (ma anche a Firenze) come primo segretario degli ambasciatori della Repubblica Serenissima, cfr. B. Beffa, Antonio ... cit., pp. 25-55 passim. Vinciguerra nelle Satire fu molto critico con il clima di degrado morale che si respirava a Roma, condannando la deriva degli ambienti ecclesiastici.
[96]Bernardo de' Rossi, al momento della sua nomina a Vescovo di Belluno, nel 1488 riceverà dalla Serenissima una pensione, che sarà istruita proprio da Antonio Vinciguerra, cfr. B. Beffa, Antonio ... cit., pp. 136-137. La famiglia parmense dei Rossi, vantava una lunga tradizione al servizio della Repubblica di Venezia come condottieri. La sfortuna politica del presule fu determinata dai contrasti con il nobile veneziano Girolamo Contarini, podestà di Treviso nel 1503 e culminò con l'allontanamento dal veneto e il trasferimento a Roma nel 1510.
[97]Sulla decorazione del monumento Onigo, databile intorno al 1498: F. Trevisani, Il monumento funebre per Agostino Onigo, in Lorenzo Lotto nel suo e nel nostro tempo, a cura di P. Zampetti, in 'Notizie da Palazzo Albani', IX , 1980, pp. 67-87. L'opera è dibattuta nel catalogo di Lotto, l'autografia è stata confermata di recente da: F. Cortesi Bosco, Lotto, Lorenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 66, Roma 2006, p. 201.
[98]L'opera è studiata in modo esauriente e approfondito da: F. Cortesi Bosco, La Madonna col Bambino e i santi Pietro Martire e Giovanni Battista di Capodimonte: devozione o "damnatio memoriae"?, in Lorenzo Lotto, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Bergamo 18-20 giugno 1998, a cura di Augusto Gentili, 'Venezia Cinquecento', X, 19, 2000, pp. 71-132.
[99]Sulle due tavole le schede di: E. Dezuanni (p. 206) e di M. Binotto e L. Sabbadin (pp. 260-265), in Lorenzo Lotto, a cura di G. C. F. Villa, catalogo della mostra di Roma, Cinisello Balsamo 2011.
[100]Francesca Coltrinariipotizza, con argomenti di natura stilistica e cultuale rispetto a san Pietro Martire, una possibile provenienza o presenza marchigiana del dipinto, cfr. F. Coltrinari, Ipotesi ... 2009, p. 50.
[101]Cfr. L. Pesce, La chiesa di Treviso nel primo Quattrocento, 1, Roma 1987, p. 80; P. Cagnin, Pellegrini e vie del pellegrinaggio a Treviso nel Medioevo: secoli XII-XV, Treviso 2000, p. 147. Paolo da Sassoferrato, proveniente da Venezia, donò la reliquia intorno al 1447. L'episodio è ricordato nella chiesa dell'Ospedale di Treviso dal dipinto di Bartolomen Ortoli, Paolo da Sassoferrato dona all'Ospedale dei Battuti la reliquia della Croсе,1626. La tela è riprodotta in: R. Pallucchini, M. M. Palmeggiano, La pittura veneziana del Seicento, 2, Milano 1981, p. 1127.
[102]L'opera compare negli inventari Farnese a Parma nel 1680, cfr. E. Dezuanni, in Lorenzo ... cit., p. 206.
[103]Sulla congiura ordita dalla famiglia magnatizia di Treviso, cfr. A. Gentili, I giardini ... cit., p. 17.
[104]Nel 1509 la tavola fu trasferita nel convento dell'isola di Santo Spirito a Venezia, dove la Repubblica Serenissima aveva imposto al parmense di ritirarsi e successivamente nella casa di Santa Maria del Giglio. Il dipinto non seguì Bernardo de' Rossi a Roma nel 1511, ma fu trasferito nell'ultima dimora del vescovo a Parma, nella rocca di San Secondo, cfr.: E. Dezuanni, in Lorenzo ... cit., p. 206.
[105]Per l'altare dedicato a san Pietro martire: L. Pesce, La visita pastorale di Giuseppe Grasser nella diocesi di Treviso (1826-1827), Treviso 1969, p. 31; Per la scuola: L. Pesce, La chiesa di Treviso nel primo Quattrocento, 1, Roma 1987, p. 98. Nel 1448 fu commissionata, presso una bottega ignota (di Venezia o Treviso?) una tavola raffigurante san Pietro Martire, collocata sull'altare omonimo nel 1452: L. Pesce, Ludovico Barbo, vescovo di Treviso (1437-1443). Cura pastorale, riforma della Chiesa, spiritualità, I, p. 325.
[106]Per una riflessione sulla produzione marchigiana di Lorenzo Lotto, rimandiamo ai recenti: Lotto nelle Marche, a cura di Vittoria Garibaldi e Giovanni Carlo Federico Villa, Cinisello Balsamo 2011; Lorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, Atti del convegno internazionale di studi, 14-20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009.
[107]Riporto le osservazioni di Francesca Coltrinari che, giustamente, sottolinea: “L'accento posto sulla qualità artistica del dipinto, che abbiamo ravvisato nella supplica del 17 giugno, diventa nel contratto esplicita sottolineatura di valori materici e suntuari, espressi tramite tre aggettivi - sumptuosam et splendidam et deuratam - che suonano tanto più preganti se rapportati alla stringatezza estrema del documento, un veloce appunto contenente solo i dati essenziali della transazione”, cit.: F: Coltrinari, Ipotesi ... cit., p. 52.
[108]I1 contratto tra Lorenzo Lotto e i frati di San Domenico venne rogato dal notaio Piergiorgio di Antonio il 20 giugno 1506 e prevedeva il pagamento al pittore di 700 ducati, di cui 100 a carico del Comune; Lotto avrebbe inoltre alloggiato a Recanati a spese della confraternita. I1 24 novembre del 1506 i frati di San Domenico chiedono al Comune 25 tavole da destinarsi al polittico, che potrebbe essere intesa come possibile data di inizio dei lavori: “Dictis die loco et testibus. Congregato et cohadunato capitulo fratrum Sanctii Dominici, sono premisso campanelle, de mandato et commissione fratris Augustini hispani prioris dicti loci et conventus, in quo quidem capitulo interferunt dictis prior, magister Johannes Dominicus, frater Dominicus de Recaneto, frater Tomas de Aquila, frater Vincentius de Recaneto, frater Ludovicus de Recanato, Johannes Andrea Fulginato ut sindicus et procuratur dicti loci et conventus, qui prior, fratres et sindicus unanimiter et concorditer promiserunt et convenerunt dicto Gasparri Jannini presenti et recipienti pro se et suis heredibus ipsum Gasparem et eius hereds semper et omni tempore conservare indepnes a dicta fideiussione. Promiserunt etc juraverunt etc. renumptiaverunt sub pena dupli et obligatione” (Archivio Notarile Recanati, notaio Piergiorgio di Antonio, 393 (1506), cc. 47 r. 48 v.). Trascrizione di F. Coltrinari, Ibidem, p. 52, n. 20).
[109]Nel testamento del marzo 1546 Lorenzo Lotto dichiara di avere “66 anni in circa” (trascrizione in P. Humfrey, Lorenzo Lotto, New Haven 1998, pp. 179-180). Di conseguenza alla data del 17 giugno 1506, quando Lorenzo Lotto è a Recanati per firmare l'accordo per il polittico, era entrato da poco nell'età della gioventù (juvenis), superando l'adolescenza (adulescens)che cessava al compimento dei venticinque anni. Da questo momento il giovane poteva stipulare contratti e agiure in ogni altro atto legale. Queste riflessioni sull'identità legale e anagrafica di Lotto al momento del suo arrivo a Recanati sono in: F. Coltrinari, Ipotesi ... cit., p. 50.
[110]Una riflessione degna di nota sul dialogo tra Lorenzo Lotto e le Marche è quella di: M. Lucco, Lotto e le Marche, in Lorenzo Lotto a Recanati "nel corprofondo un amoroso affetton, catalogo della mostra (Recanati, 5 luglio - 4 ottobre 1998), a cura di M. Lucco, Venezia 1998, pp. 3-9. Significativo per illustrare la realtà politica marchigiana: “Parlare di Marche, in questo contesto corrisponde a un'astrazione, una sorta di media statistica: regione soggetta al dominio pontificio, essa era tuttavia variegata, costellata di piccole realtà locali [...] E del resto, il territorio frequentato da Lotto corrisponde soltanto a quello delle Marche centrali, che si irradia per pochi chilometri, una cinquantina al massimo nei casi più eclatanti, intorno a Ancona” (cit., da p. 3). L'autore sottolinea la centralità di Loreto e Recanati, per spiegare l'inizio del viaggio marchigiano di Lotto, seguito su questa linea da D. Frapiccini, Lorenzo... cit., p. 149. Naturalmente Recanati non era paragonabile a Venezia, ma l'importanza della città e di Loreto, giustifica il viaggio di un pittore giovane e ambizioso quale era Lorento Lotto, peraltro molto ben pagato, come abbiamo visto riguardo alla commissione del polittico di San Domenico. Giustamente anche Vittoria Garibaldi, recentemente (V. Garibaldi, in Lotto... cit., p. 22), ha sottolineato l'entità considerevole del compenso, come motivo primario, accanto alla possibilità di poter sfruttare, attraverso Loreto, quel 'trampolino di lancio' (cit. da M. Lucco, p. 3) verso Roma. Il percorso interno all'ordine Domenicano, comunque, appare il viatico più solido, come abbiamo ribadito nel testo e come, recentemente, ha sottolineato Frapiccini:“poi mi viene il sospetto che il de rossi possa averci messo lo zampino, scomodando i suoi amici domenicani e indirizzando il suo pupillo verso il recanatese convento di san Domenico. Del resto perché Lotto avrebbe dovuto abbandonare la piccola corte del prelato anzitempo, per andare a soddisfare committenti così periferici?”, cit. da: D. Frapiccini, Dialogo ... cit., p, 43. Forse l'autore è stato un poco ingeneroso verso Recanati e Loreto, accentuando la dimensione periferica dei committenti dei due centri marchigiani.
[111]Cfr. Coltrinari, Ipotesi ... cit., 2009, p. 52. L'autrice ipotizza che Lotto avesse portato a Recanati dal veneto, alcuni dipinti o disegni per mostrare un saggio della sua opera. Lorenzo Lotto è documentato con certezza a Treviso nel luglio 1505 e vi ricompare il 18 ottobre 1506, quando stipula un contratto di affitto con Agostino Bono, proprietario della casa dove abitava già, riservandosi una stanza fino al suo ritorno. Nel documento è citato anche l'allievo, maestro Domenico, probabilmente il famulus citato nel documento di Recanati. Il pittore lascia in garanzia per la pigione di 16 ducati tutti gli oggetti che si trovavano nella stanza, di cui concorda un inventario. Nell'inventario non risultano dipinti o attrezzi del mestiere.
[112]Sull'affresco le schede di: P. Humfrey, in Lorenzo ... cit., p. 38; A. Vastano, in Lotto ... cit., pp. 78-79, con una datazione tra il 1514-1515 con una datazione tra il 1512-1513.
[113]Sul dipinto: G. Dillon, La pala di Asolo, in Lorenzo Lotto a Treviso. Ricerche e restauri, a cura di G. Dillon, Treviso 1980, pp. 125-147; A. Gentili, I giardini ... cit., pp. 118-128; la recente scheda di: G. C. F. Villa, in Lorenzo ... cit., p. 98.
[114]San Vincenzo Ferrer fu canonizzato nel 1455. Considerata l'importanza della chiesa e del convento di San Zanipolo a Venezia l'omaggio al culto del Domenicano spagnolo, commissionato circa dieci anni dopo la canonizzazione, a Venezia e nel Veneto doveva assumere il valore di un manifesto iconografico. Sull'iconografia del polittico di Giovanni Bellini: R. Goffer, Giovanni Bellini and the Altarpiece of St Vincent Ferrer, in Renaissance Studies in Honor of Craig Hugh Smyth, a cura di A. Morrogh, Firenze 1985, II, pp. 277-85; M. Zucker, Problems in Dominican iconography: the case of St. Vincent Ferrer, in 'Artibus et Historiae', 25, 1992, pp. 181-191. Sul polittico il recente: E. Zucchetta, il Polittico di San Vincenzo Ferrer,in Bellini a Venezia, sette opere indagate nel loro contesto, a cura di Gianluca Poldi e Giovanni Carlo Federico Villa, Cinisello Balsamo 2008, pp. 31-50.
[115]Cfr. Gianuizzi 1894, pp. 39-40. L'autore commentando la supplica formulata dai Predicatori al consiglio comunale di Recanati, ipotizza che il San Vincenzo Ferrer sia la prima opera nota di Lorenzo Lotto a Recanati. Francesca Coltrinari commenta questo giudizio critico come “non troppo felice”, ipotizzando come la scarsa adesione della critica al suggerimento di Gianuizzi, ne abbia decretato un progressivo offuscamento nella storia critica, cfr.: F. Coltrinari, Ipotesi ... cit, p. 49.
[116]Sulla figura e il culto di San Vincenzo Ferrer, cfr. U. Tomarelli,San Vincenzo Ferreri apostolo e taumaturgo, Bologna 2005; C. del Popolo, Per i santi Vincenzo Ferrer e Caterina da Siena, in 'Archivum Fratrum Praedicatorum', 74, 2005, pp. 273-286.
[117]Cit. da A. Nesselrath, Il periodo ... cit., 2009, p. 35. Lo studioso ipotizza che “L'affresco del santo può essere servito come raccomandazione per il lavoro dell'artista nelle Stanze Vaticane, vuoi come pittore indipendente alla Corte di Papa Giulio II, vuoi come collaboratore nella bottega di Raffaello”. Per Stefania Castellana (S. Castellana, Un nuovo ... cit., p. 137): “Il San Vincenzo Ferrer in gloria potrebbe fungere da cerniera tra l'esperienza di Lorenzo Lotto a Roma e le pale con la Deposizione a Jesi e la Trasfigurazione a Recanati, opere in cui il raffaellismo del pittore veneziano risulta più articolato rispetto all'affresco in San Domenico, nel quale si avverte l'urgenza di riportare le emozioni ancora fresche della Segnatura”. Recentemente Frapiccini (D. Frapiccini, Dialogo ... cit., p. 46), ipotizza una collocazione dell'affresco a un momento precedente o contemporaneo al polittico di San Domenico.
[118]Sull'attività vaticana di Lorenzo Lotto: A. Nesselrath, Il periodo ... cit.; A. Nesselrath, Lorenzo Lotto in the Stanza della Segnatura, in "The Burlington Magazine", 1162, 2000, pp. 4-12, dove si ipotizza un riconoscimento della paternità di Lotto nell'affresco raffigurante Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano nella Stanza della Segnatura; A. Nesselrath, Lotto as Raphael's collaborator in the Stanza di Eliodoro, in 'The Burlington Magazine', 1220, 2004, pp. 732-741; F. Cortesi Bosco, Per Lotto a Roma e Raffaello, in 'Notizie da Palazzo Albani', XIX, 2, 1990, pp. 45-74. Per una lettura compiuta di questo tema è utile anche la lettura delle riflessioni di: R. Longhi, Lorenzo Lotto “accanto” a Raffaello a Roma, in Lorenzo Lotto nel suo e nel nostro tempo, a cura di P. Zampetti, in 'Notizie da Palazzo Albani', IX, 1980, pp. 105-131; C. Volpe, Lotto a Roma e Raffaello, in Lorenzo Lotto, atti del convegno internazionale di studi per il V centenario della nascita, a cura di Pietro Zampetti e Vittorio Sgarbi, Treviso 1981, pp. 127-145.
[119]Il 7 marzo 1509 Lorenzo Lotto è pagato 100 ducati per “Laurentio pictori pingenti in camera nostra”. Il 18 settembre 1509 il Lotto fu pagato 50 ducati per “facere depingere cameras novas”. Questo accordo fu annullato perché Giulio II commise a Raffaello l'intera decorazione delle stanze, cfr. E. Zocca, Le decorazioni della stanza dell'Eliodoro e l'opera di Lorenzo Lotto a Roma, in 'Rivista dell'Istituto nazionale d'archeologia e storia dell'arte', II, 1953, pp. 329-343.
[120]Cfr. A. Nesserlath, La stanza d'Eliodoro, in Raffaello nell'appartamento di Giulio II e Leone X, Milano 1993, pp. 202-245; A. Nesselrath,Werkstatt des Luca Signorelli, Groteskenornament (1504–1508/9), in Kunst und Kultur im Rom der Päpste, in. Hochrenaissance im Vatikan(1503 – 1534), a cura di Petra Kruse, Bon 1998-1999, pp. 240-258; M. De Luca, Raffaello: il restauro della Stanza della Segnatura in Vaticano, in I grandi Maestri del Rinascimento: Michelangelo, Raffaello, Correggio, Tiziano, a cura di M.G. Bernardini, Modena 2008, pp.153-170.
[121]Sul capolavoro di Signorelli: La cappella Nuova o di San Brizio nel Duomo di Orvieto, a cura di Giusy Testa, Milano 1996.
[122]Sull'attività di Signorelli nelle Marche: C. Galassi, Luca Signorelli nelle Marche, in Terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, a cura di S. Blasio, Ospedaletto 2007, pp. 91-112.
[123]Per una scheda aggiornata sulla Deposizione di Jesi: L. Mozzoni, Deposizione in Lotto nelle Marche, a cura di V. Garibaldi e C. F. Villa, Cinisello Balsamo 2011, pp. 62-72.
[124]Cfr. A. Nesselrath, Viandante ... cit., p. 28: “L'attività marchigiana si concilia perfettamente con le commissioni romane, come era consuetudine a quei tempi, ad esempio per i pittori fiorentini che operavano a Roma o per gli umbri che si spostavano a Siena, Firenze, o Roma, a seconda di dove fosse richiesta la loro arte”. Arnold Nesselrath valuta la possibile realizzazione di alcune delle opere marchigiane nella bottega romana di Lorenzo Lotto. In particolare lo studioso, evidenzia la similitudine delle misure nelle tavole della Trasfigurazione e della Deposizione, cfr. Ibidem, p. 31.
[125]Sulla Trasfigurazione (Recanati, Museo civico, Villa Colloredo Mels) si veda: M. Minardi, Trasfigurazione di Cristo, in Lotto nelle Marche, a cura di V. Garibaldi e C. F. Villa, Cinisello Balsamo 2011, pp. 47-57. Lo studioso (p. 54) sottolinea il carattere neomedievale e arcaizzante delle iscrizioni visibili sul dipinto, per supportare l'identificazione dei personaggi. Giustamente l'autore evidenzia come tale soluzione, con molta probabilità, fu richiesta dalla committenza. A nostro giudizio merita di essere evidenziato come il culto della Trasfigurazionefosse di reintroduzione recente, rispetto alla data di realizzazione della pala d'altare, di conseguenza non è improbabile che le iscrizioni dovessero accompagnare la lettura di quella che, alla massa dei fedeli, poteva apparire una novità iconografica. La scelta di far raffigurare la Trasfigurazione a Recanati, città frequentemente minacciata insieme a Loreto dalle incursioni dei pirati islamici, potrebbe leggersi anche in relazione al carattere emblematico di questo soggetto nella propaganda crociata. La festa della Trasfigurazione fu inserita nel calendario liturgico da papa Callisto III nel 1457, dopo che il 6 agosto 1457 le truppe guidate da re Ladislao d'Ungheria sconfissero i turchi a Belgrado, impedendone l'avanzata in Europa centrale. A questa campagna crociata partecipò anche san Giovanni da Capistrano, predicatore francescano osservante molto popolare in Italia centrale. Sulla festa: L. von Pastor, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Roma 1942, 1, p. 720-722.
[126]Per un profilo biografico del cardinale: G. Benzoni, L. Bortolotti, G. Benzoni, L. Bortolotti, Grimani, Domenico in Dizionario Biografico degli Italiani, 59, Roma 2002. Come ricorda Battista Casale, Domenico Grimani (addottoratosi a Padova nel 1487), “non lasciava passar ora senza fare qualcosa: leggeva, pensava, scriveva sempre qualcosa”. Il nobile veneziano nel 1498 aveva acquistato i 15.000 volumi della biblioteca di Pico della Mirandola, che avrebbe donato al convento di Sant’Antonio di Castello. Creato cardinale nel 1493 da Alessandro VI, alla fine del 1504 acquisì il titolo cardinalizio di San Marco, che gli permetteva di lustrare il suo ruolo di ambasciatore e alfiere degli interessi veneziani a Roma, unitamente alla pertinenza del palazzo romano di San Marco, di cui prese possesso ufficialmente il 30 maggio 1505 ma nel quale già risiedeva da mesi. Fino alla sua morte nel 1523, Domenico Grimani fu uno dei porporati più potenti e ricchi di Roma. In particolare nel1508 raggiunse il suo acme politico, conducendo al successo le trattative per comporre la pace tra Giulio II e la Repubblica di Venezia. Da questo momento Domenico riuscì a far riabilitare alle cariche pubbliche il padre Antonio (che aveva raggiunto a Roma il figlio nel 1502), condannato al confino a Cherso dalla Serenissima, preludio alla sua nomina dogale nel 1521, all'età di 87 anni.
[127]Cfr. F. Seneca, Venezia e Papa Giulio II, Padova 1962, pp. 77 ss. passim. Per una cronologia del viaggio e degli appuntamenti romani della legazione, cfr. N. Giannetto, Bernardo Bembo, umanista e politico veneziano, Firenze 1985, pp. 66-67. Protagonista di questa legazione veneziana e oratore ufficiale di fronte a Giulio II, il 5 maggio 1505, fu Girolamo Donà, che beneficiava personalmente della stima e della considerazione papale. Su questa figura: P. Rigo,Girolamo Donà, in Dizionario biografico degli italiani, 40, Roma1991, pp. 741-753; M. Zorzi, V. Venturini, Girolamo Donà Dispacci da Roma 19 gennaio - 30 agosto 1510, Venezia 2010, pp. III-XV; Di questa fastosa legazione veneziana a Roma, parla Baldassar Castiglione (cfr. Baldassar Castiglione, Lettere, a cura di G. La Rocca, Milano 1978, I, p. 67). Il diario del tedesco Giovanni Burcardo,vescovo d'Orta e maestro pontificio di cerimonie, ricorda che era la legazione era composta da otto ambasciatori e centoquarantanove familiares (cfr.G. Burcardo, Alla corte di cinque papi. Diario 1483-1506, a cura di L. Bianchi, Milano 1988, p. 465 ss.). Il codice della Biblioteca nazionale Marciana (Ms. It., XI, 67, 7351), conserva la descrizione del percorso da Venezia a Roma.
[128]Cfr.: M. Sanudo, Diari, VI, 1505, Venezia 1881, pp. 172-175. Sul collezionismo di Domenico Grimani: P. Paschini, Le collezioni archeologiche dei prelati Grimani del Cinquecento, in 'Rendiconti della Pontificia Accademia romana di archeologia', V, 1927, pp. 140-190; D. F. Jackson, A list of the Greek MSS of Domenico Grimani, in 'Scriptorium', 62, 2008, p. 164-169; Bibliotheca graeca manuscripta Cardinalis Dominici Grimani (1461 – 1523), a cura di Aubrey Diller, Henri D. Saffrey, Leendert G. Westerink, Mariano del Friuli 2003; G. Tamaini,I libri ebraici del cardinal Domenico Grimani, in 'Annali di Ca'Foscari', 34, 3, 1995, pp. 5-52;R. Gallo,Le donazioni alla Serenissima di Domenico e Giovanni Grimani, in 'Archivio Veneto', 50/51, 1953-1953, p. 34-73; Lo Statuario pubblico della Serenissima: due secoli di collezioni di antichità. 1596-1797, a cura di Ilaria Favaretto e Giovanna Luisa Ravagnan, Cittadella 1997, pp. 38-44 e 97-103; M. Perry, The Statuario pubblico of the Venetian Republic, in 'Saggi e memorie di storia dell'arte', VII, 1972, pp. 76-85;Collezioni di antichità a Venezia nei secoli della Repubblica, a cura di M. Zorzi, Roma 1988, pp. 25-40; M. Perry, Cardinal Domenico Grimani's legacy of ancient art to Venice, in 'Journal of the Warburg and Courtauld Institutes', XLI, 1978, pp. 215-245; I. Favaretto, Arte antica e cultura antiquaria nelle collezioni venete al tempo della Serenissima, Roma 1990, pp. 84-99.
[129]Marco Antonio Michiel nella Notizia d'opere del disegno, dedica una descrizione della quadreria di Domenico Grimani, che visitò nel 1521 (Cfr.: Marc'Antonio Michiel (l'Anonimo Morelliano), Notizia d'opere di disegno, I ediz. (con commento dell'abate I.Morelli), Bassano 1800; II ediz. (con integrazioni di Gustavo Frizzoni), Bologna 1884, pp. 189-205; Marcantonio Michiel, Notizia d'opere del disegno: edizione critica, a cura di Theodor Frimmel, Vienna 1896, con saggio introduttivo di Cristina De Benedictis, Firenze 2000, pp. 56 ss.). L'elenco delle opere “ponentine” contempla dipinti di Hans Memling, Joachim Patinir, Hieronymus Bosch, Gérard David e altri maestri fiamminghi non identificabili, L'autore ricorda anche il celebre Breviario Grimani della Biblioteca Marciana di Venezia (cod. Lat. I, 99), cfr.: I. Favaretto, Arte antica e cultura antiquaria nelle collezioni venete al tempo della Serenissima, Roma 1990, pp. 84-86; Domenico Grimani è stato ritratto nella Festa del Rosario (Praga, Nàrodni Galerie), dipinta da Dürer nel 1506 per la chiesa veneziana di San Bartolomeo di Rialto, su commissione del banchiere Jacob Fugger e del Fondaco dei Tedeschi, nel cardinale alle spalle di Giulio II, cfr: H. Wölfflin, The Art of Albrecht Dürer, ediz. Londra 1971, pp. 147-148. Sul dipinto anche: P. Humfrey, La Festa del Rosario di AlbrechtDurer, in 'Eidos', 2, 1988, pp. 4-15;M. Heimbürger, Dürer e Venezia: influssi di Albrecht Dürer sulla pittura veneziana del primo Cinquecento,Roma 1999, pp. 14 ss.passim.
[130]Milano, Biblioteca Ambrosiana, cat. F 284 inf. n. 40, cm. 33.6 x 24, cfr.: U. Ruggeri, Disegni veneti della Biblioteca Ambrosiana, 1979. pp. 56-57, no. 48; A. Nesselrath, Viandante ... cit., 2009, p. 23.
[131]La statua pervenne in Vaticanodal palazzo di Giuliano della Rovere ai Ss. Apostoli nel 1508 e nel 1511-1512 fu collocato nel cortile delle statue, cfr.: S. Magister, Arte e politica: la collezione del cardinale Giuliano della Rovere nei palazzi ai Santi Apostoli, in 'Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche', XIV, 2002, 389-631, pp. 549-552; A. Nesselrath, Il cortile delle statue: luogo e storia, in Il cortile delle statue. Der Statuen des Belvedere im Vatikan, a cura di M. Winner, B. Andreae, C. Pietrangeli, Mainz am Rhein 1998, pp. 1-16. Lorenzo Lotto, 15 anni dopo, nel 1527 lo riprodusse nel 1527 nello sfondo del ritratto di Andrea Odoni (Hampton Court, The Royal Collection), scheda di: E. Dezuanni, in Lorenzo ... cit., p. 214.
[132]Su questa figura rimandiamo alla lettura del recente: Melozzo da Forlì. L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, catalogo della mostra di Forlì, a cura di Daniele Benati, Mauro Natale, Antonio Paolucci, Milano 2011.
[133]Sull'attività lauretana di Bramante: A. Bruschi, Loreto: città, santuario e cantiere artistico, in Loreto crocevia religioso tra Italia Europa e Oriente, a cura di F. Citterio e L. Vaccaro, Brescia 1997, pp. 441-470; E. Renzulli, La crociera e la facciata di Santa Maria di Loreto: problemi di ridefinizione, in'Annali di Architettura', 15, 2003, pp. 89-106. Per l'autrice: “Da questo momento la serie dei progetti lauretani costituisce a tutti gli effetti una successione parallela a quelli promossi a Roma. Così al Belvedere vaticano fa da contrappunto la piazza di Loreto, ai palazzi apostolici romani quelli lauretani, e alle più moderne soluzioni per l'interno di San Pietro fanno eco le riproposizioni dei disegni per il santuario marchigiano. Anche gli artisti sono i medesimi qui e li: Donato Bramante, Andrea Sansovino e Antonio da Sangallo il giovane” (cit. p. 89).
[134]Si pensi in quest'ottica ai lavori per ammattonare o manutenere le tre strade principali che immettevano al santuario o al sistema di fontane e pubbliche a Recanati e Loreto e all'ammodernamento della rete degli ospedali, necessari a sostenere il flusso crescente dei pellegrini. Per un panorama sull'impatto dei pellegrini a Loreto: F. Grimaldi, Pellegrini e pellegrinaggi a Loreto nei secoli XIV-XVII, Loreto 2001.
[135]Sostiene questa proposta, seguito poi dalla quasi totalità della storiografia su Lotto: D. Oldfield, Lorenzo Lotto1508-1513, in Omaggio a Lorenzo Lotto, atti del convegno, Jesi-Mogliano, 4-6 Dicembre 1981, in 'Notizie da Palazzo Albani', 1, 1984,pp. 22-38; Sul tema anche: B. Cleri, Bramante e Lotto. Probabili incontri, in Lorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, atti del convegno internazionale di Studi, 14-20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009, pp. 254-265.
[136]Gian Cristoforo Romano morirà a Loreto nel 1512, su questa figura i recenti: P. Leone De Castris, Studi su Gian Cristoforo Romano, Napoli 2010; S. Hickson, Gian Cristoforo Romano in Rome with some thoughts on the mausoleum of Halicarnassus and the tomb of Julius II, in 'Renaissance and reformation', 33, 2010, pp. 3-30. Sull'attività lauretana: K. Weil Garris Brandt, 1511-1512: Gian Cristoforo Romano, a Prelude, in Id.,The Santa Casa di Loreto. Problems in Cinquecento Sculpture, a New York 1977, I, pp. 17-18; F. Grimaldi, L'ornamento marmoreo della Santa Cappella di Loreto, Loreto 1999, pp. 29 ss. passim.
[137]Per un panorama esauriente dei legami tessuti da Enrico Bruno e la famiglia de' Cuppis, Cfr.: D. Frapiccini, Lorenzo ... cit., pp. 152-154. Lo studioso sottolinea che Lotto operò al servizio del Tesoriere generale pontificio, Enrico Bruni, particolarmente vicino alla famiglia de' Cuppis. Enrico e Bernardino De Cuppis frequentavano la chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo, erano al servizio di Girolamo Basso della Rovere e entrambi lavoravano nella Cancelleria e Camera Apostolica. Frapiccini suggerisce un possibile interessamento di Bernardino per far giungere Lotto a Roma, anche se questo non osta al ruolo di Bramante poiché Enrico Bruni era prefetto della Fabbrica di San Pietro. Entrato nella Curia papale come notaio, Enrico Bruni nel 1492 fu eletto coadiutore del vescovo di Orvieto, Giorgio Della Rovere. Nello stesso anno fu nominato vescovo di Orte e di Civita Castellana. Arcivescovo di Taranto dal 1498, nel 1501 fu collettore generale delle decime per la spedizione contro i Turchi e assunse la carica di segretario pontificio e, durante la vacatio seguita alla morte di Pio III, fu custode del sacro palazzo. Da 1505 fu il Tesoriere generale di Giulio II, carica che resse fino alla sua morte nel 1509. Importante fu la sua attività di riforma della zecca, che arricchì chiamandovi al servizio illustri incisori come Cristoforo Foppa detto il Caradosso, Vittore Gambello detto il Camelio, Gian Cristoforo Romano. Per un profilo biografico: L. Bertoni, Bruni Enrico, in DizionarioBiografico degli Italiani, 14, Roma 1965, pp. 609-610.
L'impegno della famiglia de' Cuppis al servizio della Camera apostolica e delle amministrazioni finanziarie era comunque precedente a Bernardino. Nel 1457 Galcerán Borgia governatore di Civitavecchia e di Spoleto, nipote di Callisto III e zio del futuro Alessandro VI, sollecita al Comune di Siena la nomina del suo collaboratore Bartolomeo de' Cuppis di Montefalco, all'ufficio della gabella grande (cfr.: F. Senatore, Callisto III nelle corrispondenze diplomatiche italiane. La documentazione sui Borgia nell’Archivio di Stato di Siena, in 'Revista Borja', 2, 2008-2009, p. 167.
[138]Cfr.: Frapiccini, Lorenzo ... cit., p. 156 e p. 171, n. 21. Frapiccini evidenzia come l'incarico vaticano di cui beneficiò il pittore veneziano in data 18 settembre, fu annullato in corrispondenza della morte di Bruni (defunto prima del 4 ottobre 1509). A Bruni successe Orlando Della Rovere figura che, per lo studioso, avrebbe favorito l'approdo di Raffaello, da Urbino a Roma.
[139]Cfr.: A. Nesselrath, Il periodo... cit., pp. 26-28. Lo studioso sulla base dei risultati preliminari dell'indagine tecnica e stilistica durante il cantiere di restauro della santa di Eliodoro, enuclea la partecipazione di Lorenzo Lotto a questa impresa. L'ipotesi di un soggiorno prolungato a Roma di Lotto è stata sostenuta, inizialmente, con validi argomenti da Francesca Cortesi Bosco (cfr. F. Cortesi Bosco,Per Lotto ... cit., pp. 45-55) La studiosa evidenzia nella pala Colleoni Martinengo di Bergamo la conoscenza da parte di Lotto, dei disegni e degli studi raffaelleschi, realizzati per affrescare il Mosè e il roveto ardente che decora la volta della stanza di Eliodoro, ridipinta nel 1514. Questa lettura è stata confermata dalla studiosa in: F. Cortesi Bosco,Lotto, Lorenzo, inDizionario Biografico degli Italiani, 66, Roma 2000, p. 204. Frapiccini non accoglie con favore le letture di Nesselrath e Cortesi Bosco: D. Frapiccini, Lorenzo ... cit., p. 171, n. 23; D. Frapiccini, Dialogo ... cit. p. 63-64. Lo studioso evidenzia come non esista alcun elemento di prova per attestare un impegno romano di Lorenzo Lotto dopo il 1509, evidenziando che (cit. da pp. 63-64): “In realtà dobbiamo riconoscere sia l'elevato grado di fallibilità dell'occhio umano, per quanto esperto nel riconoscere le materie pittoriche, sia l'opinabilità di conclusioni pseudoscientifiche basate su noiose relazioni di restauro, in certi casi volte a procacciare conferme dove l'occhio vuol vedere”. Recentemente studiando la Trasfigurazione di Recanati è tornato sul tema Mauro Minardi, cfr.: M. Minardi, Trasfigurazione ... cit. p. 53. Lo studioso evidenzia che: “Al momento non vi sono, tuttavia, elementi probanti di tale proposta, mentre non è da escludersi che Lotto abbia effettuato altre incursioni a Roma tra il 1511 e il 1512, allorché Raffaello, terminata la Stanza della Segnatura, si spostava nella successiva Stanza di Eliodoro. In quest'ultima si accentuano le intonazioni drammatiche, i contrasti, nonché quella tendenza al dinamismo delle figure che gli studi hanno in più occasioni qualificato come distintivi dei dipinti marchigiani posteriori al documentato viaggio romano”.
[140]La costruzione della Tribuna di Santa Maria delle Grazie a Milano si sviluppò dal 1492 al 1497, cfr.: R. V. Schofield,Bramante and Amadeo at Santa Maria delle Grazie in Milan, in 'Arte lombarda', 78, 1986, 3, pp. 41-58. Per una lettura complessiva dell'attività di Bramante a Milano: L. Patetta, Bramante e la sua cerchia a Milano e in Lombardia 1480-1500, Milano 2000.
[141]Sottolinea l'importanza politica della pala Martinengo Colleoni il lavoro di: F. Cortesi Bosco, Riflessi del mito di Venezia nella pala Martinengo di Lorenzo Lotto, in Archivio storico bergamasco, 5, III, 1983, pp. 213-238.
[142]La storia della Diocesi di Bergamo si lega due famiglie veneziane che ebbero importanti relazioni con Giulio II e la sua Curia, i Lippomano e i Gabriel. Questi ultimi furono vicini ai Domenicani da generazioni. I fratelli Lorenzo e Zaccaria Gabriel, ad esempio, acquisirono nel 1514 l'uso della cappella di Santa Maria della Pace nel chiostro della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo a Venezia. Lorenzo Gabriel dall'Ottavo decennio visse regolarmente a Roma dove era impegnato negli offici notarili della Curia papale, alternando i soggiorni nella città natale per curare i ricchi affari di famiglia. Nel 1506 con il fratello acquistò per 3000 ducati un palazzo a Roma, che divenne un punto di riferimento per la comunità dei veneziani a Roma. Nel 1484 Lorenzo divenne presule di Bergamo, ma non vi soggiornò mai.
La vicenda dei fratelli Gabriel, in virtù dei loro legami con Venezia, Roma ed i Domenicani, è indicativa per riflettere sull'attenzione di cui Lorenzo Lotto dovette beneficiare a Roma, anche fuori dai palazzi Apostolici. I Gabriel in particolare erano molto ricchi. Emblematica la vicenda della malattia di Lorenzo, quando fu dichiarato moribondo nel 1508. Zaccaria per evitare che Giulio II incamerasse i beni del vescovo, memore dei 120.000 ducati incamerati da Alessandro VI nel 1503 alla morte del cardinale Giovanni Michiel (si sospettò di una morte ordita da Cesare Borgia per avvelenamento), fece trasferire due forzieri colmi d'oro e d'argento nel palazzo extraterritoriale di San Marco, sede degli ambasciatori veneziani. Giulio II tentò anche di incamerare il palazzo romano del vescovo, al momento della sua morte nel 1512, ma non vi riuscì e i Gabriel la vendettero con grande beneficio al ricco banchiere Agostino Chigi. Questo affronto Giulio II lo sanzionò nominando sulla Cattedra del Duomo di Sant'Alessandro a Bergamo un suo stretto collaboratore, il patrizio veneziano e protonotario apostolico Nicolò Lippomano. Il presule e suo nipote Pietro (successe a Lorenzo nel 1516 e fu vescovo di Bergamo fino al 1544), ingaggiarono una lunga e feroce battaglia legale contro Zaccaria Gabriel, per impossessarsi dell'eredita di Lorenzo, sostenendo come questa fosse parte della mensa bergamasca. I Lippomano furono sostenuti in questa controversia da Giulio II e poi da Leone X (Giovanni de' Medici fu ospite per lungo tempo a Venezia nella casa dei banchieri Lippomano), di conseguenza ottennero varie sentenze favorevoli. I decreti contro l'erede universale di Lorenzo Gabriel, Zaccaria, non divennero però esecutivi perché quest'ultimo percorse la via politica e si appellò al Senato della Serenissima Repubblica, il quale ordinò al vescovo Pietro Lippomano ed a suo fratello Girolamo (amico di lungo corso di Leone X) di non molestare il concittadino. Per queste vicende relative ai Gabriel: G. Del Torre, Carriera politica e benefici ecclesiastici in una famiglia veneziana del primo '500: Zaccaria e Lorenzo Gabriel, in Per Marino Berengo. Studi degli allievi, a cura di di Livio Antonielli, Carlo Capra, Mario Infelise, Milano 2000, pp. 159-181. Sui Lippomanno: G. Gullino, Lippomano, Girolamo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 65, Roma 2005, pp. 238-243.
[143]A. Nesselrath, Il periodo... cit. da p. 28: “Queste prestazioni che risalgono al 1511-1514, indurrebbero a pensare che l'artista sia divenuto a partire dalla prima collaborazione nella Stanza della Segnatura, una sorta di capomastro nella bottega di Raffaello, rivestendo o addirittura confezionandosi, un ruolo ad hoc che l'Urbinate affiderà dopo la sua partenza ad un altro artista dell'ambito veneziano, quasi coetaneo dello stesso Lotto: Giovanni da Udine”.
[144]Donato Bramante muore l'11 marzo 1514 e Raffaello gli succederà il 1° aprile. Per un' introduzione all'attività di Raffaello: C. L. Frommel, L'attività architettonica di Raffello, in C. L. Frommel, S. Ray, M. Tafuri, Raffaello architetto, Milano 2002, pp. 119-124.
[145]Questa lettura è stata proposta da Nesselrath: A. Nesselrath, Il periodo... cit. da p. 35: “Vista la decisione di Raffaello di non cedere il posto, bensì di mantenere l'incarico assieme ai suoi nuovi impegni, Lotto si orienta definitivamente verso Bergamo”.
[146]Su questa figura: P. Messina, Del Monte (Ciocchi Del Monte) Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, 38, Roma 1990, pp. 127-131. Figlio di un avvocato concistoriale, nacque a Monte San Savino nel 1462. Nel 1498 fu preconizzato da Alessandro VI vescovo di Città di Castello, nel 1503 fu creato da Giulio II, ma solo due anni più tardi prese possesso della diocesi tifernate, dopo che il papa mise a tacere con la minaccia le resistenze locali. Tra il 1502 e il 1503 seguì le imprese di Cesare Borgia ma quando il Valentino cadde, riuscì a mantenere il suo officio di governatore di Cesena e della Romagna. Nel 1506 e nel 1511 fu protagonista di primo piano nelle spedizioni di Giulio II contro Bologna e durante la seconda impresa, in un concistoro indetto a Ravenna, Antonio Ciocchi del Monte fu creato cardinale di San Vitale (mutato in Santa Prassede nel 1514). Nello stesso anno rinunciò al vescovato di Siponto, per conquistare la Cattedra di Pavia. Nel 1513 fu tra i grandi elettori di Leone X. Fino all'anno della sua morte, nel 1533, il cardinale aretino fu una figura centrale del Sacro Collegio, particolarmente apprezzato per la sua dottrina nel Diritto Canonico. Si ricorda il suo ruolo, nel 1528, per far giungere a buon fine il divorzio tra Enrico VIII Tudor e Caterina d'Aragona, impegnò che da allora gli valse la protezione e i benefici del re d'Inghilterra.
[147]Cfr.: F. Grimaldi, La Santa ... cit., p. 17. Antonio Ciocchi del Monte nel 1511, fu una figura centrale nel processo istituito da Giulio II contro i sette cardinali ribelli che avevano partecipato (o sostenuto) il “conciliabolo” di Pisa. Come scrisse il cardinale Bernardo Dovizi al cardinale Giovanni de' Medici: "li due pazzi Monte et Ancona ne cacciano più la cosa che non fa S. Santità" (lettera del 21 ott. 1511, in B. Dovizi da Bibbiena, Epistolario (1490-1513), a cura di G. L. Moncallero, I, Firenze 1955, p. 313). Il Dovizi insinuò anche, con il futuro Leone X, che questo zelo fosse funzionale a impadronirsi del palazzo del cardinale napoletano Federico Sanseverino (Ibidem, p. 359). Antonio Ciocchi del Monte acquisì in affitto l'attuale palazzo Braschi, già dimora di Oliviero Carafa, affidandone l'ampliamento a Antonio da Sangallo il giovane: C. Pietrangeli, Palazzo Braschi, Roma 1958, p. 72.Da Antonio da Sangallo il vecchio si fece costruire il palazzo avito di Monte San Savino e un palazzo a Montepulciano (1515 -1518), cfr.: L. Satkowsky, The palazzo Del Monte in Monte San Savino and the codex Geymüller, in Renaissance studies in honor of Craig Hugh Smyth, a cura di A. Morrogh, F. Superbi Gioffredi, P. Morselli, E. Borsook, Firenze 1985, II, pp. 653-666; R. Pacciani, Nuove ricerche su Antonio da Sangallo il Vecchio ad Arezzo e a Monte San Savino (1504-1532), in 'Annali di architettura', III, 1991, pp. 40-57. Antonio Ciocchi del Monte, dovette esercitare un ruolo significativo nel sostenere la carriera romana e le committenze papali di Antonio da Sangallo il vecchio. A Jacopo Sansovino affidò la fabbrica della villa all'Acqua Vergine, poi ampliata dal nipote Giovanni Maria Ciocchi del Monte nella attuale Villa Giulia (M. degli Azzi Visentini, La villa in Italia: Quattrocento e Cinquecento, Milano 1995, p. 159). Sulle committenze architettoniche di Antonio Ciocchi: S. B. Butters, P. Pagliara,Il palazzo dei Tribunali, via Giulia e la Giustizia, in Il Palazzo Falconieri e il palazzo barocco a Roma: atti del convegno indetto all'Accademia d'Ungheria in Roma, Roma, 24-26 maggio 1995, a cura di Gábor Hajnóczi e László Csorba, Soveria Mannelli 2009, pp. 105 ss.
[148]La scelta di affiancare a Domenico Sebastoli, figura di notevole esperienza a Loreto, il più importante canonista curiale, testimonia la centralità che Giulio II attribuiva al santuario marchigiano. Per l'elenco dei governatori e dei protettori: F. Grimaldi,L'ornamento ... cit., p. 11.
[149]Nel 1507 Antonio Ciocchi del Monte, Arcivescovo di Manfredonia da cui dipendeva il santuario di Monte Sant'Angelo, fu l'artefice della commissione ad Andrea Sansovino della statua diSan Michele Arcangelo. Il 22 giugno 1513 Leone X nomina Andrea Sansovino soprintendente alla fabbrica del santuario e alla decorazione della Santa Casa a Loreto. Per il regesto documentario: Andrea Sansovino: i documenti,a cura di N. Baldini e Renato Giulietti, Firenze 1999, pp. 6-7, 29 passim. Su Andrea Sansovino ricordiamo i recenti: A. Bigi Iotti, Andrea Sansovino and the design for a funerary monument for Leo X, in 'The Burlington Magazine', 1268, 2008, pp. 757-759; D. Frapiccini, Disciplina etrusca e propaganda filo-fiorentina nelle opere romane di Andrea Sansovino al tempo di Giulio II, in Andrea Bregno, a cura di Claudio Crescentini e Claudio Strinati, Firenze 2008, pp. 531-545.
[150]Bramante controfirma a Roma, l'11 giugno 1509, un acconto ad Antonio di Pellegrino da Firenze per il modello in legno di “Santamarja di Loretto”, che gli ha effettuato Giancristoforo Romano. Segue a Loreto il 27 febbraio 1510 la “Quietanza di Antonio di Pellegrino per il modello di Santa Maria di Loreto, sottoscritta da Bramante [...] la capela de la nostra donna et del modelo del palasso si fa inassi a dita chiessa de chomisione de mesere Antonio dal Monte”. La quietanza è rilasciata il 27 febbraio 1510 e il fiorentino Antonio di Pellegrino riscosse trenta ducati d'oro, dal tesoriere lauretano don Tommaso da Recanati. Alla riscossione era presente anche in nobile recanatese di ascendenza veneziana, Francesco Venier. La presenza a Loreto nel 1510 di Antonio di Pellegrino, potrebbe testimoniare il suo ruolo di possibile supervisore dei lavori lauretani, incaricato da Bramante. Per il testo della quietanza: F. Grimaldi,L'ornamento... cit., p. 137. F. Grimaldi, Loreto. Palazzo Apostolico, Loreto, 1977, p. 3; F. Grimaldi, La basilica... cit., p. 212-214. Sottolinea il ruolo centrale di Antonio Ciocchi del Monte, in questa fase del cantiere lauretano: M. Cozzi, Antonio da Sangallo il Vecchio: e l'architettura del Cinquecento in Valdichiana, Genova 1992, p. 157, n. 33.
[151]Su Antonio Pellegrino nelle fabbriche bramantesche vaticane: G. Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, Milano 2003, p. 65; A. Bruschi, C. L. Frommel, F. G. Wolff Metternich, C. Thoenes, San Pietro che non c'è: da Bramante a Antonio da Sangallo il giovane,Milano 1996, pp. 32-40 passim.; C. L. Frommel, Architettura alla corte papale nel Rinascimento, Milano 2003, p. 260; B. Adorni, La chiesa a pianta centrale: tempio civico del Rinascimento, Milano 2002, p. 163.
[152]Sulla virtù della povertà in San Domenico: V. Benetollo, A. Omedè, San Domenico, Bologna 1989, pp. 28-29.
[153]L'episodio è raccontato in: R. Spiazzi, San Domenico e il monastero di San Sisto all'Appia: raccolta di studi storici, tradizioni e testi d'archivio, Bologna 1993, p. 16.
[154]Per la scheda dell'opera, illustrata dopo il restauro di Antonio Bigolin (2010), con la direzione scientifica di Gabriella Delfini e Elisabetta Gerhardinger: E. Dezuanni, in Lorenzo... cit., p. 212. Il ritratto sembra raffigurare il cellelario dispensiere del convento veneziano di San Zanipolo, Marcantonio Luciani. La tela, oggi conservata nei Musei Civici di Treviso è firmata e datata 1526 ed è attestata nel XIX secolo a Venezia in Palazzo Trevisan Cappello. La studiosa evidenzia come: “Le chiavi parlano del suo potere: le due piccole - legate insieme da un laccio di cuoio, con l'occhiello a forma di cuore rovesciato, come si usava a Venezia – servivano a chiudere i cassetti in cui riporre libro e denaro; l'altra più grande, con il cannello massiccio, abbellito da incisioni e da modanature, era fatta per serrature di porte”.
[155]Pietro Aretino, Dì aprile, in Vinezia, 1548. Cit. da Lettere sull'arte di Pietro Aretino commentate da Fidenzio Pertile e rivedute da Carlo Cordié, a cura di E. Camesasca, Milano 1957, II, p. 218 (lettera CDXX, IV, 492, car. 214 v.).






