di Marco M. Mascolo
Bagliori dorati. Il Gotico internazionale a Firenze 1375-1440, a cura di A. Natali, E. Neri Lusanna, A. Tartuferi, Firenze, Galleria degli Uffizi (19 giugno - 4 novembre), catalogo ed. Giunti
ABSTRACT: The exhibition "Bagliori dorati. Il Gotico internazionale a Firenze 1375-1440", held at the Galleria degli Uffizi (19 June - 4 November 2012), is focused on the period between the late XIV and the early XV century and it aims to show the different artistic approaches that crowded the Florentine stage. Among masterpieces coming from many foreign museums, the visitor can face both the conservative tendency, which took Giotto's painting as a model, and the early Renaissance, which had Donatello, Brunelleschi and Masaccio as leading artists. The exhibition includes also a consistent and large section devoted to the ornamentation of choir books and other manuscripts.
Il bagliore dell’oro applicato sulle tavole dipinte, e l’effetto che quest’oro doveva creare negli ambienti poco illuminati delle chiese medioevali, ha probabilmente ispirato il titolo della mostra che si è aperta alla Galleria degli Uffizi. L’oggetto della rassegna è l’arte a Firenze al passaggio tra il Tre ed il Quattrocento. Anzi, per essere più precisi dal 1375 al 1440[1]. Questa mostra è l’ideale prosecuzione di quella, aperta nel 2008, dedicata all’ Eredità di Giotto. Arte a Firenze 1340-1375; prosecuzione tanto tematica quanto effettiva. Il momento scelto per essere posto sotto i riflettori è quello, come detto, a cavallo tra il Trecento ed i primi decenni del Quattrocento.
Il compito della mostra, va detto, era ingrato. Non essendo una rassegna monografica, ma lo studio di un periodo, complesso e sfaccettato, si è dovuto optare per rendere un ventaglio ampio delle diverse possibilità che si fronteggiavano a Firenze al passaggio tra i due Secoli. E di fatto vi sono difficoltà ulteriori, con cui l’esposizione ha dovuto fare i conti, legate alla possibilità di inquadrare in modo univoco il Gotico Internazionale[2], e al particolarissimo caso di Firenze, dove l’ultima fiammata dell’arte gotica è un fenomeno, si potrebbe dire, d’importazione[3], e dove questo momento è stato poi soffocato dall’astro prepotente del Rinascimento.
La mostra ha un doppio percorso: da un lato, nelle sale della pittura tardo trecentesca nella Galleria, sono state segnalate alcune opere attraverso dei pannelli, dall’altro il vero e proprio percorso inizia al primo piano. Questa soluzione, dettata innanzitutto da un criterio eminentemente pratico, giacché sarebbe stato impossibile, oltreché assolutamente fuori luogo, movimentare opere come la Pala Strozzi di Gentile da Fabriano o l’Annunciazione di Lorenzo Monaco, può creare però qualche confusione nel visitatore, chiamato a riannodare il filo del discorso lasciato interrotto negli ambienti della Galleria[4].
La scelta di spingere il periodo cronologico sino al 1440 è stata certamente dettata dall’occasione di includere in mostra la splendida Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, capolavoro appena restaurato e le cui vicende di committenza sono state chiarite, qualche anno addietro, dalle approfondite ricerche di Francesco Caglioti. L’opera, più pertinente ad un contesto pienamente rinascimentale, ed in grado di indicare l’ormai avvenuto passaggio ad un nuovo e diverso momento artistico, segna infatti la conclusione del percorso di visita.
Il percorso della mostra è organizzato cronologicamente. La prima sala è dedicata all’arte fiorentina al chiudersi del Trecento. La ricomposizione del trittico di Vincigliata di Niccolò di Pietro Gerini offre al visitatore un bell’esempio dei modi del più prolifico pittore fiorentino al passaggio tra Tre e Quattrocento[5], oltre che essere una bella occasione per ammirare questo polittico finalmente ricomposto. Le tavole laterali (Fig. 1) sono state infatti acquistate dallo Stato nel 2011 e spetta ad Angelo Tartuferi l’aver riconosciuto la pertinenza di questi pannelli alla tavola della chiesa di San Martino a Mensola raffigurante la Vergine in trono col Bambino. Assieme a Gerini, i protagonisti di quella che è stata individuata come la corrente più tradizionalista, quella cioè che più fortemente si lega all’esempio di Giotto e ne prosegue lo stile, si trovano Spinello Aretino e Agnolo Gaddi. Le sale successive presentano alcuni esempi di sculture provenienti o ricondotte, per la maggior parte, al cantiere di Santa Maria del Fiore (fa eccezione, ad esempio, il San Giovanni Evangelista di Simone di Francesco Talenti, proveniente dal tabernacolo dell’Arte della Seta a Orsanmichele). Questo aspetto, cioè quello dei grandi cantieri cittadini tra Tre e Quattrocento, è nodale per lo sviluppo dell’arte fiorentina. Tra Santa Maria del Fiore e Orsanmichele si compie infatti quel passaggio dal Tardogotico al Rinascimento che, in parte, è ricostruito in mostra e che è ben documentato nel catalogo[6].Nel caso di Santa Maria del Fiore si sono scelte opere che testimoniassero proprio questo avvicendarsi e sovrapporsi di motivi tanto riconducibili, cioè, ad un cotè tardogotico, quanto precursori del nuovo corso rinascimentale, che troverà tutta la sua forza propulsiva proprio nel cantiere di Orsanmichele. Sono esposte opere di Simone di Francesco Talenti, Piero di Giovanni Tedesco, di Lorenzo di Giovanni da Siena, di Lorenzo di Giovanni, di Giovanni d’Ambrogio e di Niccolò di Pietro Lamberti. A questi si è affiancata anche una testina attribuita a Nanni di Banco. La presenza di questa testa (Fig. 2) sta ad evocare il complesso e affascinante problema della Porta della Mandorla, davvero uno dei loci più carichi di conseguenze per l’arte fiorentina del Quattrocento, dove già si sente spirare un’aria nuova, in quei puttini tra i racemi[7].
Il pilastro concettuale della mostra è la sala in cui sono esposte tre monumentali sculture provenienti da altrettanti tabernacoli di Orsanmichele[8]: si fronteggiano il San Pietro, il San Marco di Donatello ed il San Giovanni Battista di Lorenzo Ghiberti. A questi si affiancano il Trittico di San Pietro Martire del Beato Angelico, o l’Annunciazione di Paolo Uccello, appositamente giunta dall’Ashmolean Museum di Oxford, o ancora la Madonna del solletico di Masaccio. In questo ambiente si trovano a dialogare alcune delle opere che segnano il passo più deciso verso il Rinascimento. Il problema più spinoso che si incontra in questo ambiente è di certo quello legato all’anonimo autore del San Pietro di Orsanmichele. La proposta, in tempi recenti rilanciata con forza ed argomenti molto plausibili da Luciano Bellosi, di identificare l’opera come uno degli esiti del giovane Brunelleschi, è stata accolta in mostra[9]. Ed il confronto con gli esiti raggiunti da Ghiberti e con una delle più impegnate prove di Donatello verso il recupero dell’antichità, spiega molto bene la congiuntura che si determina proprio nelle nicchie di Orsanmichele: come era accaduto per la Porta della Mandorla, i cui lavori iniziati alla fine del Trecento e protrattisi sino agli anni Venti del secolo successivo con l’Assunzione di Nanni di Banco (1421) segnano il miglior punto di osservazione per cogliere il passaggio dallo stile del tardo trecento al vero e proprio Gotico Internazionale, così Orsanmichele diviene, all’aprirsi del Quattrocento, il luogo dove deflagra, con tutta la sua carica di novità, il Rinascimento. In questo senso il confronto che si propone in mostra tra artisti di generazioni diverse, che aggiornano i loro modi sulle novità rinascimentali, o al contrario proseguono sulla strada del tardogotico, funziona molto bene; esso anzi avrebbe forse potuto risultare ancor più stringente se si fosse provato ad insistere maggiormente sulla differente tempistica tra pittura e scultura, sul fatto cioè che la scultura approdi con largo anticipo ed inauguri di fatto quel momento che oggi si definisce Rinascimento, e che la pittura colmi il suo ritardo solo dopo un decennio circa. La duplice anima delle tendenze della pittura a queste date, cioè un persistere della tradizione gotica declinata nei suoi aspetti più fantasiosi e anche irrazionali, e la spinta verso una nuova, rigorosamente misurata, concezione dello spazio, è un aspetto cui si presta attenzione soprattutto nelle schede del catalogo.
Proprio su questo ambiente in cui la scultura, come si diceva, è padrona di casa, si aprono due salette, sorta di ‘affondi’ monografici su due temi iconografici: da un lato la Tebaide[10] e dall’altro l’Annunciazione[11].
La scelta di opere delle cosiddette ‘arti minori’ (tessuti, oreficerie, sigilli) è ben esplicata nel catalogo, e resta un necessario punto di confronto anche rispetto alle opere di pittura e scultura[12]. Anche la scelta dei codici miniati, documentata con precisione, in catalogo, nei testi di Ada Labriola, risponde bene all’esigenza di mostrare come la tendenza artistica che si definisce tardogotica abbia trovato, nella miniatura, una via d’espressione privilegiata. In particolare poi, la scelta dei codici provenienti dalla ‘scuola’ di Santa Maria degli Angeli, si lega bene al percorso di Lorenzo Monaco, e mostra come fosse proficuo lo scambio tra generi artistici anche molto diversi.
Le sale successive presentano opere di quegli artisti che, ancora ben dentro il Quattrocento, assestano il loro stile su quella che ormai era divenuta una tradizione conservativa. Le opere di Bicci di Lorenzo, di Ventura di Moro, del Maestro della predella Shearman, di Giovanni di Francesco Toscani esemplificano bene questo momento.
Nel complesso, il livello qualitativo delle opere esposte è molto alto, ed in alcuni casi non bisogna farsi sfuggire l’occasione per ammirare dei capolavori rari e poco visibili, come la Madonna col Bambino di Domenico Veneziano, giunta da Bucarest. Nella ricchezza delle rappresentanze, alcune presenze corrono semmai il rischio di fuorviare il visitatore, sbilanciando l’inquadramento del periodo, e potrebbero spingere quasi a credere che Giovanni dal Ponte o Giovanni di Francesco Toscani abbiano avuto un ruolo di grande peso rispetto, ad esempio, a Gherardo Starnina e Gentile da Fabriano che, protagonisti assoluti della stagione artistica a cavallo tra i due Secoli.
DIDASCALIE
1. Lorenzo Monaco, Adorazione dei Magi, Firenze, Uffizi
2. Domenico Veneziano, Madonna col Bambino, Bucarest, Muzeul de Arta
3. Domenico Veneziano, Pala di Santa Lucia de' Magnoli, Firenze, Uffizi
4. Gherardo Starnina, Madonna col Bambino e santi, Firenze, Galleria dell'Accademia
5. Lorenzo Monaco, Adorazione dei Magi, Firenze, Uffizi
6. Lorenzo Ghiberti, San Giovanni Battista, Firenze, Orsanmichele
[1]Il visitatore accorto non avrà potuto fare a meno di notare la consonanza con la delimitazione cronologica che proponeva quell’importante testo che è Pittura a Firenze alla vigilia del Rinascimento1370-1400, scritto da Miklós Boskovits nel 1975, il grande conoscitore scomparso lo scorso 20 dicembre e al quale gli organizzatori hanno deciso di dedicare l’esposizione fiorentina.
[2]E basti considerare la diversità di aggettivi con cui si può caratterizzare questo periodo: da ‘Gotico Fiorito’ a ‘Gotico Cortese’, da ‘Tardogotico’ a ‘Gotico Internazionale’.
[3]Alcune indicazioni sul ventaglio delle possibili ‘etichette’ e delle criticità del periodo si trovano nel saggio che apre il catalogo: A. Tartuferi, Pittori a Firenze alla vigilia del Rinascimento (e anche dopo): qualche spunto critico, in A. Natali, E. Neri Lusanna, A. Tartuferi (a cura di), Bagliori dorati. Il Gotico Internazionale a Firenze 1375-1440, catalogo della mostra (Firenze, Galleria degli Uffizi, 19 giugno-4 novembre 2012), Firenze 2012, p. 17-27, in particolare p. 17.
[4]In catalogo la diversa ubicazione delle opere è segnalata in calce alla scheda dell’opera tra parentesi quadre. Alcune delle opere che sono rimaste al loro posto in Galleria sono ad esempio la Sant’Anna Metterza di Masaccio, o il polittico di Santa Lucia de’ Magnoli di Domenico Veneziano. Mentre è stata portata al piano inferiore la splendida Madonna del solletico di Masaccio.
[5]Si veda la scheda dello stesso Tartuferi a p. 94-96 del catalogo.
[6]Si veda il saggio di E. Neri Lusanna, cit.
[7]Se ne accenna in E. Neri Lusanna «… gareggiando, virtuosamente nella sculutra s’esercitavano». Apici tardogotici e visione umanistica nei cantieri fiorentini, in A. Natali, E. Neri Lusanna, A. Tartuferi (a cura di)…cit., p. 29-39, in particolare p. 29-30
[8]Per le vicende delle statue dei tabernacoli delle Arti di Orsanmichele e per il ruolo che giocarono nello sviluppo del Rinascimento resta più che fondamentale il magistrale saggio di Luciano Bellosi, Da Brunelleschi a Masaccio: le origini del Rinascimento, in Id., con la collaborazione di L. Cavazzini e A. Galli (a cura di), Masaccio e le origini del Rinascimento, catalogo della mostra (San Giovanni Valdarno), Milano 2002, p. 14-51.
[9]Luciano Bellosi ha insistito su questa ipotesi soprattutto a partire dall’articolo del 1998: Id., Brunelleschi e la scultura, in ‘Prospettiva’, 91-92, 1998, p. 48-69. L’ipotesi è stata poi ulteriormente articolata, grazie anche ai confronti in presenza delle opere, in occasione della mostra del 2002 (cfr. nota precedente).
[10]Non entro nello specifico della problematica delle Tebaidi e sulla problematica datazione della tavola degli Uffizi (inv. 1890 n. 447), che si propone adesso appartenere al terzo quarto del Settecento. Si vedano in catalogo la scheda di Alessandra Malquori ed il saggio a firma della stessa autrice: Umanesimo e padri del deserto, p. 83-91. Al catalogo è stato aggiunto un foglio che testimonia come Miklós Boskovits, durante la preparazione della mostra, avesse confermato la sua opinione che la Tebaide degli Uffizi fosse opera da ricondurre alla mano dell’Angelico, rinvio perciò anche alla scheda, a firma dello stesso Boskovits, in L. Bellosi, con la collaborazione di L. Cavazzini e A. Galli, Masaccio… cit., p. 164-167.
[11]Cfr. nota precedente. Aggiungo che il tema dell’Annunciazione non risulta particolarmente identificativo dell’arte fiorentina tra Tre e Quattrocento.
[12]Cfr. il saggio di Marco Collareta, L’ultima età dell’oro, in A. Natali, E. Neri Lusanna, A. Tartuferi (a cura di), cit., p. 63-69.






