di Giovanna Ragionieri
ABSTRACT: In 2011 the town of Arezzo celebrated with two meetings the sixt-hundredh anniversary of Spinello Aretino’s death. The Italian edition of the monograph by Stefan Weppelmann was presented on the 7th November. The following day the conference “In nome di buon pittore”. Spinello e il suo tempo was promoted by the Società Storica Aretina in memory of the art historian Luciano Bellosi, recently deceased. Many questions about the great Aretine Late-Gothic painter were discussed; among them problems concerning his workshop and his connection to Trecento painting tradition.
In un anno dominato dalle celebrazioni vasariane le istituzioni aretine hanno trovato l’occasione di ricordare un altro grande artista cittadino, Spinello di Luca, più noto come Spinello Aretino, di cui ricorreva nel 2010 il sesto centenario della morte, con due iniziative distinte nei contenuti e nei destinatari, ma collocate in due giornate consecutive.
Il pomeriggio del 7 novembre 2011 è stato presentata, per iniziativa di Banca Etruria, la traduzione italiana della monografia dedicata al pittore da Stefan Weppelmann,[1] curatore della collezione di pittura italiana e spagnola del Medioevo e del primo Rinascimento presso la Gemäldegalerie degli Staatliche Museen di Berlino. Il volume, frutto di lunghe ricerche legate alla sua tesi di dottorato, comprende 440 pagine di testo, articolate in Fortuna critica e fonti, Opera e sviluppo artisticoe un ampio catalogo ragionato di 95 opere, elencate in ordine cronologico, a fronte di ben 229 attribuzioni non condivise. La sua pubblicazione colma un vuoto più volte segnalato dagli specialisti; lo stesso autore richiama quanto scriveva Massimo Ferretti nel 1993: “Manca stranamente una monografia aggiornata su Spinello Aretino. […] L’utilità (e la fatica) di una monografia su Spinello sta soprattutto in un minuto controllo del materiale, in un lavoro che si potrebbe dire quasi di edizione critica delle opere. C’è da vedere come si possono riunire complessi dispersi, c’è da studiare più direttamente punzoni, dorature, morfologie lignee, c’è da porre in maniera adeguata il problema della bottega”.[2]
L’esortazione di Ferretti è stata richiamata anche da Angelo Tartuferi, vicedirettore della Galleria degli Uffizi,[3] che ha presentato il libro, presente l’autore, insieme con Isabella Droandi della Società storica aretina. I due relatori ne hanno illustrato il contenuto in termini molto lusinghieri, sottolineando l’impegno critico e il coraggio intellettuale di Weppelmann e sollevando pochi dissensi marginali su questioni di autografia, attribuzione o cronologia. Per esempio, i due affreschi con il Matrimonio mistico di Santa Caterinae il Battesimo di Cristo,sulla parete destra di San Francesco ad Arezzo, indicati da Weppelmann come i primi numeri del catalogo di Spinello, sembrano invece a Tartuferi opere di Andrea di Nerio, il grande pittore della generazione precedente a quella di Spinello, noto grazie alla criptofirma nell’Annunciazione del Museo diocesano[4]. Anche dalle osservazioni di Isabella Droandi, relative soprattutto ad affreschi del territorio aretino, e dalla replica dell’autore è emersa la conferma che i nodi da sciogliere e i temi da sviluppare riguardino soprattutto la bottega di Spinello e il suo rapporto con quelle di Andrea di Nerio e di Giovanni d’Agnolo di Balduccio, attive prima e dopo di lui ad Arezzo.
Alla presentazione ha fatto seguito, l’8 novembre, una giornata di studi dal titolo “In nome di buon pittore”. Spinello e il suo tempo,[5]promossa dalla Società storica aretina e organizzata in modo particolare da Isabella Droandi. La dedica alla memoria di Luciano Bellosi (1936-2011) non ha costituito solo un doveroso omaggio al grande studioso scomparso nello scorso aprile e al suo imprescindibile contributo alla conoscenza della pittura del Trecento in Toscana, ma ha collegato gran parte degli interventi. Molti dei relatori si erano confrontati con lui di persona, altri studiando i suoi scritti, e così le loro esposizioni si sono mosse nel solco di un dialogo dolorosamente interrotto. I momenti di maggior commozione si sono registrati con il ricordo introduttivo di Miklós Boskovits, che ha alternato con misura memorie personali e osservazioni non banali sugli interessi e sul metodo di lavoro dello studioso, puntualizzandone la scarsa inclinazione per problemi teoretici, da lui stesso ammessa e ben nota a chi (come la scrivente) ha studiato e lavorato con lui, e la capacità di accostarsi alle opere d’arte in modo lento e meticoloso. Forse qualcuno si sarà stupito sentendo negare a Bellosi la vocazione dello specialista, ma, più che la varietà dei temi e dei periodi da lui affrontati, era la capacità di cogliere sempre le implicazioni e le conseguenze di una scoperta a fargli valicare i limiti degli interessi settoriali.
Due interventi sono stati dedicati alla rilettura di scritti di Bellosi. Marco Collareta ha rivolto la propria attenzione al saggio del 1965 Da Spinello Aretino a Lorenzo Monaco, integrato con le precisazioni aggiunte dallo stesso autore al momento della ripubblicazione in volume.[6] Dall’uso selettivo della bibliografia e delle fonti all’attitudine empirica, dall’uso di indizi convergenti alla definizione dello stile più attraverso le variabili che secondo le costanti, questo saggio contiene già quasi tutti gli elementi del metodo critico e della prosa di Bellosi; fra tutti l’espediente di spiegare fatti medievali meno noti con fatti noti dell’arte moderna, in linea con i paragoni di Luigi Lanzi o di Roberto Longhi.[7]
Antonino Caleca ha invece delineato le premesse e le implicazioni di una delle più note proposte di Bellosi, quella relativa alla restituzione storica della figura di Buonamico Buffalmacco, definita un atto di audacia critica per il distacco dalle opinioni espresse in precedenza da Longhi, maestro di Bellosi. Il volume su Buffalmacco e il Trionfo della Morte,[8]mettendo in luce nuove personalità, annullandone altre (per esempio Barna) e mettendone alcune (come Francesco Traini) nella giusta prospettiva storica, costruisce un quadro coerente e rivoluzionario della pitttura del Trecento italiano.
Un inquadramento generale al tema della giornata è stato fornito dalle relazioni di Franco Franceschi, che ha descritto Arezzo al tempo di Spinello, città ridimensionata demograficamente, priva dal 1384 delle libertà comunali, ma non per questo impoverita dal punto di vista economico e culturale, e di Liletta Fornasari, che ha ripercorso la fortuna critica di Spinello e del Trecento aretino.
Frank Dabell, in una comunicazione intitolata Genealogia dell’arte aretina, ha sottolineato i rapporti di parentela tra i principali artisti aretini: una linea diretta di discendenza unisce Donato di Rigo, Andrea di Nerio e Lorentino d’Andrea; Spinello è padre di Parri e suo fratello Niccolò sposa Rebecca figlia di Andrea di Nerio; il medaglista Niccolò di Forzore Spinelli risulta così erede di due casate illustri.
Dabell ha anche ricordato l’esortazione di John Pope-Hennessy a guardare la scultura quando si guarda la pittura, esortazione alla quale ha risposto Ersilia Agnolucci con il suo esame delle Derivazioni orcagnesche nella scultura aretina del secondo Trecento.
All'ambiente aretino sono stati dedicati anche i contributi di Aristide Bresciani, concentrato sulla fase estreme del pittore, e di Paola Refice, che ha presentato alcuni affreschi inediti a Lucignano.
Isabella Droandi ha evocato una situazione di “vasi comunicanti” tra le botteghe attive in città, da Pietro Lorenzetti e Andrea di Nerio ai collaboratori di Spinello, e presentato alcune opere meno note, commentandone anche lo stato di conservazione e i restauri subìti. Per quanto riguarda Spinello, la studiosa ha espresso la convinzione che la sua bottega rimanesse aperta anche durante i periodi di assenza da Arezzo.
Quanto fossero frequenti gli spostamenti del pittore in altre città è ben noto agli studiosi: lo prova anche l’attributo locativo con il quale è generalmente citato, anche se molti tendono oggi a ripristinare il patronimico Spinello di Luca. Per questo parecchi contributi sono stati dedicati all’attività a Firenze (Giovanni Giura), Pisa e Lucca (Linda Pisani), Città di Castello (Donal Cooper).
Tra i molti aspetti interessanti del primo, che si inserisce in una serie organica di ricerche tuttora in corso sulla chiesa fiorentina di Santa Croce, si ricordano i confronti tra l’Andata al Calvario di Spinello e la Crocifissione di Taddeo Gaddi che preesisteva sulla medesima parete della sacrestia: in primo luogo il passaggio da una figurazione iconica a una narrativa, poi la concezione dello spazio che porterebbe, soprattutto nelle mezze figure che si affacciano nelle cornici, di “attenzioni antigiottesche”. D’altra parte, il relatore, sviluppando un’osservazione già contenuta nella monografia di Weppelmann,[9] ha mostrato un interessante confronto tra il dettaglio del soldato di spalle nell’affresco dell’aretino e nella tavoletta di ugual soggetto già appartenente al polittico Orsini di Simone Martini e ora al Louvre.
Questa notazioni sembrano ridimensionare sostanzialmente la categoria di neogiottismo spesso impiegata per inquadrare l’arte di Spinello e di altri pittori degli ultimi decenni del Trecento sui due versanti dell’Appennino (in particolare, a Bologna, Jacopo Avanzi). A questa categoria fa ricorso lo stesso Bellosi che, come ha sottolineato Collareta, nel saggio del 1965 evita di trattare Siena come radice del tardogotico fiorentino: anche in un volume divulgativo curato nel 2007, l’”eredità” di Giotto comprende anche Spinello, insieme con Lorenzo Monaco e il Maestro della Madonna Straus.[10]
Il neogiottismo, negato, ridimensionato oppure dato per scontato, è apparso invece singolarmente assente dall’intera giornata: la lettura degli atti potrà consentire una riflessione più attenta e documentata sulla questione[11].
Anche Linda Pisani ha continuato ad approfondire ricerche alle quali si dedica da tempo, in questa occasione segnalando nelle tavole ora a Nottingham e a Saltwood Castle alcune peculiarità iconografiche che le hanno consentito di identificare i santi raffigurati e proporre committenze e datazioni diverse da quelle fin qui ipotizzate, nonché una provenienza rispettivamente da Lucca e da Pisa.[12]
Donal Cooper ha proposto una ricostruzione del polittico per San Francesco a Città di Castello, assunto come modello dai Minori di Sansepolcro al momento della commissione al Sassetta del noto altare francescano ora smembrato. L’uso di documenti locali, l’attenta considerazione delle misure dell’altare della chiesa, il confronto con dipinti quattrocenteschi come il capolavoro del Sassetta e il ciclo di Benozzo Gozzoli a Montefalco e l’esame della possibile derivazione costituita dalle tarsie lignee cinquecentesche della cappella Vitelli hanno consentito di giungere a una ricostruzione attendibile del complesso.
La giornata, con il suo programma molto denso, non ha consentito lo svolgimento di un dibattito. Tuttavia, i temi trattati davanti a un pubblico folto e attento continueranno a essere oggetto di riflessione nell’ambiente dei numerosi esperti italiani e stranieri di pittura tardogotica toscana.
IMMAGINI
[1]Stefan Weppelmann, Spinello Aretino e la pittura del Trecento in Toscana, Firenze, Polistampa 2011; il testo originale tedesco (Spinello Aretino und die toskanische Malerei des 14. Jahrhunderts) era apparso a Firenze presso Edifir nel 2003.
[2]Massimo Ferretti, Spinello Aretino, in Antichi Maestri Pittori. Quindici anni di studi e ricerche, a cura di Giovanni Romano, Torino, Allemandi 1993, p. 61
[3]Tartuferi ha al suo attivo numerosi contributi sul pittore, tra i quali l’attribuzione dei resti di affreschi della cappella Cortigiani di San Michele Visdomini a Firenze (Spinello Aretino in San Michele Visdomini a Firenze (e alcune osservazioni su Lorenzo di Niccolò), in “Paragone”, n. 395, 1983, pp. 3-18) e la cura della mostra di Bagno a Ripoli L’oratorio di Santa Caterina all’Antella e i suoi pittori, Firenze, Mandragora 2009.
[4]Weppelmann, Spinello cit., pp. 85 nota 25. Per la riscoperta di Andrea di Nerio si veda Anna Maria Maetzke, in Arte nell’Aretino. Recuperi e restauri dal 1968 al 1974,catalogodella mostra di Arezzo, Firenze, Edam, cat. 14, pp. 53-58.
[5]La citazione è tratta dalla Vita di Spinello di Vasari nell’edizione giuntina (1568): “Cominciando dunque Spinello a esser in nome di buon pittore messer Dardano Acciaiuoli, avendo fatto fabricare la chiesa di S. Niccolò alle sale del Papa dietro S. Maria Novella nella via della Scala et in quella dato sepoltura a un suo fratello vescovo, fece di pignere tutta quella chiesa a fresco di storie di S. Niccolò vescovo di Bari a Spinello, che la diede finita del tutto l'anno 1334, essendovi stato a lavorare due anni continui”. Il resoconto della giornata qui esposto è organizzato secondo linee tematiche e non segue l’ordine di presentazione degli interventi.
[6] In “Paragone”, n. 187, 1965, pp. 18-43, ora in Come un prato fiorito. Studi sull’arte tardogotica, Milano, Jaca Book 2000, pp. 33-49; si veda anche la prefazione alle pp. 8-9.
[7]“Cosa dire poi della profilatura della cuspide di un gotico quasi … borrominiano e tuttavia autentico?” chiosa Bellosi (i puntini di sospensione sono nel testo originale) a proposito di un trittico in San Francesco a Pisa (ed. 2000 cit., p. 42).
[8] Torino, Einaudi 1974; nuova edizione Milano, Five Continents 2003.
[9] Weppelmann, Spinello cit., pp. 66, 90 nota 141.
[10]Luciano Bellosi, Giotto e la sua eredità, catalogo di Giovanna Ragionieri, Milano - Firenze, Il Sole 24 ore-E-ducation.it 2007, pp. 148-151. Posso testimoniare che fu proprio Bellosi a voler ampliare il tema del volume rispetto ai soli “giotteschi”, come dimostrano le ultime righe della presentazione: “Si è perciò voluto parlare di una ‘eredità’ di Giotto, senza limitarsi a cercarne i riflessi soltanto nei più stretti seguaci. Questa eredità si segue bene lungo tutto il secolo e trova esempi anche in epoca tardogotica, quando molti pittori d’Oltralpe attingono ancora, per alcune loro composizioni, a modelli italiani di ascendenza giottesca” (p. 5).
[11]Nella sua monografia, Weppelmann non solo evita di utilizzare la categoria del neogiottismo, ma ridimensiona decisamente i debiti di Spinello verso Giotto. Si veda per esempio quanto conclude a p. 59: “Riassumendo, si può dire che la categorizzazione di Spinello quale pittore giottesco è alquanto imprecisa. Il suo sviluppo artistico è influenzato dall’opera di Taddeo Gaddi e Antonio Veneziano”.
[12]Weppelmann, Spinello cit., p. 53, ipotizza che i laterali di Nottingham siano relativi a un trittico originariamente in Santa Croce a Firenze. Anche il trittico della collezione Clark di Saltwood Castle era ritenuto di provenienza fiorentina o aretina.






