l’abito a San Domenico, il quale sta ginocchioni dinanzi alla Vergine; et in questo sono anche due putti che suonano, uno un liuto e l’altro un ribechino. In un altro quadro è San Gregorio e Santo Urbano papi, e nel terzo San Tommaso d’Aquino et un altro Santo che fu vescovo di Ricanati. Sopra questi sono gl’altri tre quadri: nel mezzo, sopra la Madonna, è Cristo morto sostenuto da un Angelo, e la Madre che gli bacia un braccio e Santa Madalena; sopra quello di San Gregorio è Santa Maria Madalena e San Vincenzio; e nell’altro, cioè sopra San Tommaso d’Aquino, è San Gismondo e Santa Caterina da Siena. Nella predella, che è di figure piccole e cosa rara, è nel mezzo quando Santa Maria di Loreto fu portata dagl’Angeli dalle parti di Schiavonia là dove ora è posta; delle due storie che la mettono in mezzo, in una è San Domenico che predica, con le più graziose figurine del mondo, e nell’altra papa Onorio che conferma a San Domenico la Regola. È di mano del medesimo in mezzo a questa chiesa un San Vincenzio frate lavorato a fresco; et una tavola a olio è nella chiesa di Santa Maria di Castelnuovo con una Trasfigurazione di Cristo, e con tre storie di figure piccole nella predella: quando Cristo mena gl’Apostoli al Monte Tabor, quando òra nell’orto, e quando ascende in cielo”, cit. da: Giorgio Vasari, Le Vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori nelle redazioni del 1550 e 1568, testo a cura di R. Bettarini, commento secolare e indici a cura di Paola Barocchi. Testo, IV, Firenze 1976, p. 553.

[63]Per la vita di San Giuliano l'ospitaliere: Jacopo da Varazze, Legenda aurea: con le miniature del codice Ambrosiano C 240 inf., 2, a cura di G. P. Maggioni, F. Stella, Firenze 2007, pp. 1506-1512.

[64]Cfr. E. Pietrella, La storia religiosa della cattedrale di San Giuliano di Macerata, in Le Cattedrali: Macerata Tolentino Recanati Cingoli Treia, a cura di G. Barucca, Macerata 2010, pp. 31-40; S. Blasio, La Cattedrale di San Giuliano a Macerata, in Ibidem, pp. 55-70.

[65]Fu il legato della Marca Anconitana, il potente e energico cardinale Egidio Albornoz, a proporre al papa la restituzione della diocesi a Recanati, appena riconquistata militarmente e tolta dalle mire dei Malatesta. Con la bolla del 22 aprile 1357, venne data preminenza per antichità alla Diocesi di Recanti su quella di Macerata, per cui la nuova diocesi assunse il nome di Recanati - Macerata (cfr. Memoriale di frate Giovanni di Niccolò da camerino francescano, pubbl. dal conte Monaldo Leopardi di Recanati, Recanati 1833, p. 231). Noto con interesse che, come nel caso del vescovo Salvo de' Salvi, anche in questo caso Recanati ritrovò la sua diocesi sotto il governo di un domenicano, frate Nicolò da San Martino, vescovo di Macerata e poi di Recanati – Macerata (dal 1349 al 1369). Sulla cattedrale di Recanati: cfr. E. Pietrella, La storia religiosa della concattedrale di San Flaviano a Recanati, in Ibidem, pp. 153-161; S. Blasio, Il mecenatismo dei vescovi nella cattedrale di Recanati, in Ibidem, pp. 173-185; G. Barucca, “Arti rare” nel tesoro della chiesa di San Flaviano a Recanati, in Ibidem, pp. 187-201.

[66]Cfr. E. Sabbadini, Un pontefice avignonese pacificatore dell'Italia: Urbano V (Benedettino), in 'Rivista Cisterciense', 2, 1985, pp. 241-57; M. Balmelle, Iconographie du pape Urbain V, in 'Bulletin de la Société des Lettres de la Lozère', 1964, pp. 73-88. Il viaggio di Urbano V a Loreto, santuario che ebbe notevole sviluppo devozionale durante il Giubileo del 1350, fu promosso dal cardinale Egidio Albornoz che consigliò al papa il pellegrinaggio lauretano per nobilitare l'importanza e la centralità di questo luogo di culto, cfr. G. Moroni, Dizionario... cit., pp. 233-234. Della curia di Urbano V era parte anche Simone di Langres, Maestro generale dei Domenicani, il quale serviva come ambasciatore anche l'imperatore di Francia Carlo IV, cfr. D. Penone, I domenicani nei secoli: panorama storico dell'Ordine dei frati predicatori, Bologna 1998, p. 166.

[67]L'identificazione in Gregorio XII è stata condivisa negli ultimi studi dedicati al polittico. Augusto Gentili, che ha proposto l'identificazione del papa in Gregorio XII, giustifica la presenza dell'aureola come omaggio dei Domenicani al papa, in virtù della sua canonizzazione di santa Caterina da Siena: A. Gentili, con la collaborazione di M. Lattanzi - F. Polignano, I giardini di contemplazione. Lorenzo Lotto 1503/1512, Roma 1985, pp. 143-145.

[68]Nato Angelo Correr (Venezia 1326 ca. - Recanati 1417), la rinuncia alla Cattedra di Pietro da parte di Gregorio XII durante il Concilio di Costanza nel 1415, portò alla soluzione dello scisma d'Occidente. I delegati conciliari mantennero la carica per tutti i cardinali nominati da Gregorio XII e il papa fu beneficiato del vescovato di Porto e della legatura pontificia di Ancona, cfr.: L. Tonini, Papa Gregorio XII e Carlo Malatesti. O sia la cessazione dello scisma durato mezzo secolo nella chiesa di Roma, Rimini 2010, p. 165.

[69]Per la sepoltura, cfr.Ibidem, p. 170. Sulle reliquie: V. Punzi, Lorenzo ... cit, p. 35.

[70]Su Gregorio VII: O.Capitani, Gregorio VII, in Enciclopedia dei papi, II, Roma 2000, pp. 209-212.

[71]Su questa figura il recente: Gregorio Magno e l'eresia tra memoria e testimonianze. Atti dell'incontro di studio delle Università degli Studi di Perugia e di Lecce, con la collaborazione della Fondazione Ezio Franceschini e della Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino (Perugia, 1-2 dicembre 2004), a cura di Antonio Isola, Firenze 2009.

[72]Giordana Mariani Canova, nella sua lettura del dialogo tra Lotto e i Domenicani, avanza la proposta di riconoscimento in Gregorio IX, sulla base delle riflessioni che abbiamo esposto nel testo e ancora in Onorio III dell'altro papa, quest'ultimo approvò la Regola dei Predicatori. La studiosa come ipotesi di lettura alternativa, propone l'identificazione dei papi nei Domenicani Innocenzo V e Benedetto IX cfr.: G. Mariani Canova,Lorenzo Lotto e la spiritualità domenicana, in Lorenzo Lotto, atti del convegno internazionale di studi per il V centenario della nascita, a cura di Pietro Zampetti e Vittorio Sgarbi, Treviso 1981, p. 341.

[73]La Diocesi di Recanati fu istituita il 22 maggio 1240 con la bolla Rectae considerationis examine, per punire la città ribelle di Osimo, privata della Diocesi.

[74]Sottolinea questo ruolo di Giovan Domenico: F. Coltrinari, Ipotesi per la presenza di Lorenzo Lotto nelle Marche prima del polittico di San Domenico a Recanati, la sua fiera, la circolazione di dipinti e oggetti d'arte via mare, in Lorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, Atti del convegno internazionale di studi, 14-20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009 p. 52, n 23. La studiosa ricorda che Giovan Domenico è attestato anche nel ruolo di priore del convento di Recanati, nella quietanza finale di 80 fiorini che Girolamo di Ludovico aveva versato per pagare il polittico di Lorenzo Lotto. Il Comune aveva girato questa cifra, frutto di una multa comminata a Girolamo di Ludovico, a pagamento della quasi totalità dei 100 fiorini pattuiti con i frati (Archivio Notarile Recanati, Callisto di Leonardo, 568, cc. 99 v. 100 r.).

[75]Cfr. O. Marinelli, La compagnia di San Pietro Martire a Perugia, Roma 1960, p. 118. Nel 1501 acquisisce il magistero in Teologia a Perugia e nel 1507-1508 è reggente allo Studio di Milano (Monumenta ordinis fratrum praedicatorum historica, IX, Roma 1904, p. 76).

[76]Per un profilo: A. Ferrua, Bandello Vincenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, Roma 1963, pp. 663-667. Inquisitore a Bologna nel 1490, fu Vicario generale della Congregazione lombarda (1489 -1493) e Priore per due mandati ciascuno a Bologna e Milano. Nel 1500 fu nominato da Alessandro VI Vicario generale dell'Ordine. 

[77]Sugli anni milanesi di questa figura: M. Rossi, Vincenzo Bandello e l’iconografia della beatitudine nella cupola di S. Maria delle Grazie, in L'Osservanza Domenicana a Milano, 'Arte Lombarda', 76-77, 1986, pp. 79-89; M. Rossi, La fabbrica di Santa Maria delle Grazie e la cultura architettonica a Milano all'arrivo del Bramante, rinnovamento artistico e cultura dell’Osservanza in S. Maria delle Grazie; nuove indagini sulla tribuna e la sua decorazione, in 'Arte Lombarda', 78, 1986, pp. 25-36. Bandello fu il priore di Santa Maria delle Grazie dal 1495 al 1501. Vicino a Ludovico il Moro, ne fu l'esecutore testamentario. Durante questi anni portò con se nel convento il nipote Matteo, letterato che allo zio dedicò una biografia (oggi perduta) e del quale è celebre la testimonianza personale su Leonardo, mentre era impegnato nel cantiere dell'Ultima Cena: N. Sapegno, Bandello Matteo, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, Roma 1963, p. 667-673; Matteo Bandello. Studi di letteratura rinascimentale. 1, a cura di Delmo Maestri e Anna Vecchi, Novi Ligure 2005.

[78]Cfr. A. Ferrua, Bandello ... cit., p. 665: “Gli atti dei capitoli generali di Roma (1501) e di Milano (1505) da lui presieduti mostrano chiaramente la vastità dell'impresa cui egli si accinse: promuovere la rinascita del genuino ideale apostolico (predicazione, officiatura corale, pratica della povertà, osservanze monastiche); ridonare allo studio la preminenza incontrastata su ogni altra attività, improntandolo alla massima ortodossia scolastica (a tal fine volle che le giovani reclute dell'Ordine si formassero esclusivamente sull'insegnamento di s. Tommaso d'Aquino); infine, visitare personalmente - come i primi maestri generali - le varie case dell'Ordine (gli riuscì di visitare le province di Francia, Belgio, Spagna e Italia). Il breve generalato del B. va quindi ritenuto tra i più densi e operosi nella storia dell'Ordine dei predicatori. Per la prima volta, tra il 1505 e il 1506, le Costituzioni domenicane videro la luce attraverso la stampa, corredate da un commento e da documenti di particolare utilità ai religiosi”.

[79]Su questa figura: E. Stöve,De Vio Tommaso (Tommaso Gaetano, Caetano), in Dizionario Biografico degli Italiani, 39, Roma 1991, pp. 567-578. Per una illustrazione della sua speculazione filosofica: F. Riva, Analogia e univocità in Tommaso de Vio 'Gaetano', Milano 1995. Nel 1497 su invito di Ludovico il moro si trasferisce a Pavia dove inizierà a lavorare alla sua opera più importante, il commento alla Summa theologiae, il cui primo tomo apparve a Venezia nel 1508. Nel 1499 si trasferisce nel convento di Santa Maria delle Grazie a Milano fino a quando, nel giugno del 1501, Vincenzo Bandello non lo chiamò come procuratore dell'Ordine presso la Curia papale al posto del fiorentino Francesco Mei.

[80]La carriera romana di Tommaso de Vio, fu promossa dal suo amico e grande protettore Oliviero Carafa, che presiedette il Capitolo generale dei Predicatori che nel 1501 scelse frate Tommaso come procuratore dell'Ordine. In qualità di procuratore, spettava a Tommaso la predica nella prima domenica di quaresima e la prima d'avvento durante la messa a San Pietro o nella cappella Sistina. Si conoscono cinque di queste prediche, tenute davanti ad Alessandro VI e Giulio II, pubblicate a stampa. Tommaso de Vio assunse anche il ruolo di docente nell'ateneo della Sapienza. Il 20 agosto 1507 fu nominato vicario generale dell'Ordine, succedendo a Jean Clérée. Il 10 giugno 1508 Tommaso fu eletto magister generalis.

[81]L'identificazione in Tommaso de Vio nel giovane prelato, ritratto accanto al cardinale Oliviero Carafa, è stata proposta sulla base del confronto con un ritratto del domenicano, nelle vesti di Cardinale, conservato nei depositi dei Musei Vaticani (olio su tela, 1525 ca., inv. 1086) da: R. De Maio, Savonarola, Oliviero Carafa, Tommaso de Vio e la disputa di Raffaello, in 'Archivum fratrum praedicatorum', XXXVIII, 1968, pp. 149-164; R. De Maio, Savonarola e la Curia romana, Roma 1969, p. 163; R. De Maio, Riforme e miti nella Chiesa del Cinquecento, Parma 1992, pp. 31, 68-73.

[82]Tommaso de Vio fu una delle figure principali impegnate nel processo contro Lutero, cfr.: J. A. Dominguez Asensio, Infalibilidad y "determinatio de fide"en la polémica antiluterana del cardenal Cayetano, in 'Archivo teologico granadino', XLIV, 1981, pp. 5-61, B. Hallensleben, "Das heißt eine neue Kirche bauen". Kardinal Cajetans Antwort auf die reformatorische Lehre von der Rechtfertigungsgewißheit, in 'Catholica', XXXIX, 1985, pp. 217-239; B. Lohse, Cajetan und Luther - Zur Begegnung von Thomismus und Reformation, in 'Kerygma und Dogma', XXXII, 1986, pp. 150-169.

[83]Il frate si iscrisse nel 1491 nello studio di Sant'Agostino a Padova, città alla quale fu sempre legato e dove fu docente anche nell'Ateneo fino al 1495. Tommaso de Vio era legato da solida amicizia personale e culturale con il maestro della scuola domenicana del convento dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia, il ragusano Agostino Nale, scelto da Leone X per la Cattedra vescovile di Trebigne e Mircana, nonostante l'opposizione di Tommaso de Vio che voleva impegnarlo accanto a lui, presso le Curie generalizia e vaticana. Tommaso de Vio sottopose al consiglio di frate Agostino il testo del suoCommento tomista durante gli anni della gestazione. Per un profilo di questo frate: F. M. Appendini,Notizie istorico-critiche sulle antichita, storia e letteratura de'Ragusei, Ragusa 1883, II, p. 86.Nel 1509 Agostino Nale curò l'edizione della: Prima pars summe sacre theologie angelici doctoris sancti Thome de Aquino, Venetiis : a Philippo pincio Mantuano: expensis Giuntini de giunta florentini, 1509 die 23 aprilis. A questa edizione, a testimonianza del ruolo prestigioso di cui beneficiava Agostino Nale a Venezia, fu curata insieme al patrizio veneziano Marco Gradenigo, il quale sei anni prima aveva dato alle stampe il volume: Marci Gradonici patritii ueneti Bartholomei. f. uolumen conclusionum, naturalium, diuinarum, ac theologicarum ad mentem Diui Thomae, Romae atque alibi disputatum, Venezia 1503. L'opera di Marco Gradenigo, addottoratosi nello stesso anno nell'ateneo patavino (cfr. B. Nardi,Saggi sulla cultura veneta del Quattro e Cinquecento, Padova 1971, p. 88), è dedicata al cardinale di San Marco Domenico Grimani e ricorda l'elezione di Giulio II alla Cattedra di Pietro. Frate Agostino in virtù del suo ruolo nel convento di San Zanipolo a Venezia, potrebbe essere una delle figure che agevolarono il dialogo tra Lorenzo Lotto e Tommaso de Vio a Roma e in generale con il convento adriatico di Recanati. Non è stato possibile verificare la data d'ingresso del frate nel convento veneziano di San Zanipolo, ma è molto probabile la sua presenza negli anni di nostro interesse.

[84]Tommaso Donà, nato nel 1434, divenne patriarca di Venezia nel 1495 e morì nel 1504. Durante il suo governo promosse la celebre raccolta: Catasticum privilegiorum et notabilium patriarchatus Venetiarum, meglio nota come il 'Libro d'oro' della Chiesa veneziana, cfr. M. Pozza, Pozza Marco, «Catasticum privilegiorum et notabilium patriarchatus Venetiarum», in I registri vescovili dell'Italia settentrionale (secoli XII-XV). Atti del Convegno di Studi, Monselice, 24-25 novembre 2000, a cura di Attilio Bartoli Langeli e Antonio Rigon, Roma 2003, pp. 299-310. Il Domenicano fu sepolto nella cappella di S. Giovanni Battista da lui stesso fatta fabbricare in San Pietro di Castello. Nel 1497 minacciò di scomunica Lucantonio Giunta il vecchio se non avesse tolto dal volgarizzamento delle Metamorfosi di Ovidio, che il capostipite della dinastia di tipografi stava allestendo per la stampa, le vignette illustrative contenenti figure di nudo, cfr. M. Ceresa, Giunti (Giunta), Lucantonio, il Vecchio, in Dizionario Biografico degli Italiani, 57, Roma 2001, p. 96.

[85]Gioacchino Torriani apparteneva alla congregazione conventuale dei Domenicani e non a quella riformata degli osservanti, allora preminente perché sostenuta da Oliviero Carafa. La sua elezione nel Capitolo generale di Venezia del 1487 era seguita di pochi mesi a un altro Capitolo veneziano, nel quale Oliviero Carafa aveva scelto per la guida dei Predicatori il frate napoletano, Barnaba Sansoni. Questa scelta aveva suscitato alcune proteste in seno ai frati perché Oliviero Carafa, per sostenere il nobile partenopeo, forzò con un'interpretazione arbitraria gli Statuti dell'Ordine. Barnaba Sansoni morì un mese dopo e la scelta di Gioacchino Torriani fu diplomatica, per placare i contrasti intestini tra conventuali e riformati. Oliviero Carafa si affidò a una figura di nobile stirpe veneziana, apprezzata per la sua autorità morale e il rigore ascetico della sua condotta di vita (consumava un solo pasto giornaliero). La Repubblica per la sua elezione, organizzò un grandioso corteo lagunare con centinaia di imbarcazioni, illustrato dal Bucintoro: cfr. D. Penone, I domenicani ... cit., pp. 252-261. Torriani morì nel 1500.

[86]Il teologo Domenicano Alberto da Castello, morì a Venezia nel 1522, dopo aver pubblicato un'opera dedicata al culto del Santo Rosario che ebbe un notevole successo di diffusione, cfr. Alberto da Castello, Rosario della gloriosa Vergine Maria con figure adontato, Venezia 1522. Il dibatto sulla identificazione di frate Francesco da Venezia conFrancesco Colonna, nasce dall'acrostico: "Poliam frater Franciscus Columna peramavit", composto dalle lettere iniziali dei trentotto capitoli, poiché il nome dell'autore dell'incunabolo non risulta ne in testa all'edizione ne sul colophon, cfr. G. Pozzi, Francesco Colonna e Aldo Manuzio, Berna 1962; N. Harris, The blind impressions in the Aldine Hypnerotomachia Poliphili (1499), Mainz 2004. Anche recentemente, in una riflessione sulla cultura letteraria veneziana, è stata riaffermata la validità della identificazione dell'autore con il frate veneziano, piuttosto che con il principe Francesco Colonna di Palestrina, cfr. G. Da Pozzo, Storia letteraria d'Italia, Padova 2006, p. 701.

[87]La dedica è un ulteriore indizio della identità veneziana di questo capolavoro letterari, cfr. C.H. Clough, A. Conti, Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino: fu mai gonfaloniere di Sancta Romana Ecclesia?, in 'Studi Montefeltrani', 27, 2006, pp. 115-136.

[88]Per l'edizione critica e un commento sull'opera: Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, a cura di Marco Ariani e Mino Gabriele, Milano 1998. Inoltre i testi di: M. T. Casella, G. Pozzi, Francesco Colonna. Biografia. Opere, Padova 1959. Nato a Venezia nel 1430 circa, Francesco da Venezia (Colonna), nel 1473 ottenne il baccalaureato in teologia all'università di Padova. Successivamente caratterizzò la vita culturale dei conventi di San Nicolò a Treviso e San Zanipolo a Venezia, in particolare tra il 1493 e il 1512 dove fu attivo stabilmente in laguna. Francesco Colonna caratterizzò la vita culturale del convento veneziano di San Zanipolo. L'incunabolo della Hypnerotomachia Poliphilifu stampato nel dicembre 1499 a Venezia per i tipi di Aldo Manuzio. Nel 1516 sarà condannato per immoralità dai Predicatori e confinato nel convento di San Nicolò a Treviso, iniziando una parabola discendente che lo porterà alla morte nel 1527 a novantaquattro anni. Nella messe di studi dedicati a questa fortunata opera ricordiamo i recenti: M. Furno, Une fantaisie sur l'antique: le gout pour l'epigraphie funeraire dans l'Hypnerotomachia Poliphili de Francesco Colonna, Ginevra 2003; E. K. Szepe, The Poliphilo and other Aldines reconsidered in the context of the production of decorated books in Venice, dissertation, Ann Arbor 1995; L. Schmeiser, Das Werk des Druckers: Untersuchungen zum Buch Poliphili Hypnerotomachia, ubi humana omnia non nisi somnium esse ostendit, atque obiter plurima scitu sanequam digna commemorat, Roesner 2003; Intorno al Polifilo, contributi sull'opera e l'epoca di Francesco Colonna e Aldo Manuzio raccolti da Cristina Del Sal e Alessandro Scarsella, bibliografia e indici di Cristina Del Sal, Venezia 2005.

[89]Sulla fiera di Recanati: Coltrinari, Ipotesi ... cit., pp. 54-57. La studiosa riporta anche le aperture di Pietro Zampetti, il quale ha sottolineato un possibile legame tra la fiera di Recanati e la mercatura del padre di Lorenzo Lotto.

[90]Per un profilo dei principali esponenti di questa famiglia veneziana, trapiantata a Recanati: cfr., D. Calcagni, Memorie ... cit., pp. 192-195 passim. Ricordiamo in modo particolare la figura di Antonio Giacomo Venier, già vescovo di Ragusa (1440-1460) quando cadde Costantinopoli nel 1454, cfr. Pellegrini verso Loreto: atti del Convegno Pellegrini e pellegrinaggi a Loreto nei secoli XV-XVIII, Loreto 8-10 novembre 2001, a cura di Floriano Grimaldi, Katy Sordi, Ancona, 2003 p. 195; Illyricum Sacrum. Ecclesia Ragusina cum suffraganeis, et ecclesia Rhiziniensis et Catharensis, VI, Venezia 1800, pp. 160-168. Successivamente fu creato vescovo di Léon (1463-1469) e di Cuenca (1469-1479). Paolo II lo impegnò attivamente, nel ruolo di Nunzio Apostolico, durante la guerra civile castigliana per la successione reale. Nel 1473 il Regno di Castiglia ne sostenne, presso la curia di Sisto IV, la nomina cardinalizia, che avvenne il 7 maggio insieme a quella di Pedro González de Mendoza e (sostenuto dal Regno di Aragona) a quella di Auxias des Puig. Il nobile veneto - recanatese fu uno dei 'cardinali politici' che caratterizzarono la curia vaticana tra XV e XVI secolo, figure alle quali ha dedicato un'ampia riflessione: J. Thomson,Popes and Princes, 1417-1517 (Early modern Europe today), New York 1980, pp. 56-72.

[91]Su Palazzo Venieri di Recanati la cui costruzione fu promossa nel 1472 dal vescovo Giacomo Antonio e affidata a Giuliano da Maiano, che la terminò intorno al 1477: F. Quinterio,Giuliano da Maiano: "grandissimo domestico", Milano 1996, pp. 292-302.

[92]Su questa figura: G. Liberali, L' episcopato bellunese di Bernardo De Rossi (1487-1499), Treviso 1978; G. Liberali, Gli inventari delle suppellettili del vesc. Bernardo Rossi, nell'episcopio diTreviso (1506-1524), Treviso 1980; G. P. Bernini, Profilo storico di Bernardo Rossi e Broccardo Malchiostro, Parma 1969. Osservazioni sul dialogo tra Lorenzo Lotto e il vivace panorama umanistico e culturale veneto in: Lorenzo Lotto a Treviso. Ricerche e restauri, catalogo della mostra, a cura di G. Dillon, Treviso 1980; F. Cortesi Bosco, Il coro intarsiato di Lotto e Capoferri per S. Maria Maggiore in Bergamo, II voll, Milano 1987; F. Cortesi Bosco, La letteratura religiosa devozionale e l'iconografia di alcuni dipinti di Lorenzo Lotto, in 'Bergomum', LXX, 1976, pp. 3-25; L. Gargan, Lorenzo Lotto e gli ambienti umanistici trevigiani fra Quattro e Cinquecento, in Lorenzo Lotto nel suo e nel nostro tempo, a cura di P. Zampetti, in 'Notizie da Palazzo Albani', IX, 1980, pp. 1-31; M. Firpo, Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di L. L. tra Riforma e Controriforma, Bari 2001.

[93]Su questa figura di Antonio Vinciguerra, nato a Venezia nel 1440 circa e morto a Padova nel 1502: B. Beffa, Antonio Vinciguerra cronico, segretario della Serenissima e letterato, Berna - Francoforte sul Meno 1975; V. Rossi, Storia letteraria d'Italia. Il Quattrocento, Milano 1992, pp. 415-416; V. Branca, Umanesimo e Rinascimento a Firenze e Venezia, 1983, p. 482; C. Chiodo, Giudizi critici e considerazioni sulle satire di un poeta originario di Recanati: Antonio Vinciguerra, in 'Piceno', 5, 1981, p. 97; A. Sopetto, Le satire edite ed inedite di Antonio Vinciguerra, Ciriè 1904. Per un profilo biografico la voce in: Letteratura italiana, a cura di Alberto Asor Rosa. Gli autori. Dizionario bio-bibliografico e indici, II, Torino 1991, p. 1822. Antonio Vinciguerra entrò molto presto al servizio della Serenissima, nel 1558 è ricordato già come 'apprendista' nella Cancelleria, in seguito fu Segretario della Repubblica negli ultimi tre decenni del Quattrocento, fu ambasciatore presso il Duca di Lorena nel 1483. Le sue dieci Satire sono considerate tra i primi esempi di questo genere letterario. Per un commento sull'opera satirica: V: Rossi, Storia letteraria d'Italia. Il Quattrocento, nuova edizione a cura di A. Balduino, Padova 1994, pp. 414-416. E' in relazione con Ficino, Bembo e amico di Pico della Mirandola. Per il dialogo con quest'ultimo: Giovanni Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell'uomo, a cura di F. Bausi, Parma 2003, pp. 130, 156.

[94]Sull'accademia trevigiana e la cultura umanistica: L. Gargan, Un umanista ritrovato: Galeazzo Facino e la sua biblioteca, in 'Italia medioevale e umanistica', XXVI, 1983, pp. 257-305.

[95]Lettere diplomatiche del Vinciguerra, appellato anche Antonium Cronicum, che illustrano l'ampiezza dei suoi contatti sono pubblicate in: L. Simona, Giacomo Caviceo: uomo di chiesa, d'armi e di lettere,Francoforte 1974, pp. 11, 138 ss. Antonio Vinciguerra conosceva molto bene le personalità e le dinamiche politiche in Italia centrale, poiché tra il 1470 e il 1490, fu lungamente presente e alternò numerosi e prolungati a Roma (ma anche a Firenze) come primo segretario degli ambasciatori della Repubblica Serenissima, cfr. B. Beffa, Antonio ... cit., pp. 25-55 passim. Vinciguerra nelle Satire fu molto critico con il clima di degrado morale che si respirava a Roma, condannando la deriva degli ambienti ecclesiastici.

[96]Bernardo de' Rossi, al momento della sua nomina a Vescovo di Belluno, nel 1488 riceverà dalla Serenissima una pensione, che sarà istruita proprio da Antonio Vinciguerra, cfr. B. Beffa, Antonio ... cit., pp. 136-137. La famiglia parmense dei Rossi, vantava una lunga tradizione al servizio della Repubblica di Venezia come condottieri. La sfortuna politica del presule fu determinata dai contrasti con il nobile veneziano Girolamo Contarini, podestà di Treviso nel 1503 e culminò con l'allontanamento dal veneto e il trasferimento a Roma nel 1510.

[97]Sulla decorazione del monumento Onigo, databile intorno al 1498: F. Trevisani, Il monumento funebre per Agostino Onigo, in Lorenzo Lotto nel suo e nel nostro tempo, a cura di P. Zampetti, in 'Notizie da Palazzo Albani', IX , 1980, pp. 67-87. L'opera è dibattuta nel catalogo di Lotto, l'autografia è stata confermata di recente da: F. Cortesi Bosco, Lotto, Lorenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 66, Roma 2006, p. 201.

[98]L'opera è studiata in modo esauriente e approfondito da: F. Cortesi Bosco, La Madonna col Bambino e i santi Pietro Martire e Giovanni Battista di Capodimonte: devozione o "damnatio memoriae"?, in Lorenzo Lotto, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Bergamo 18-20 giugno 1998, a cura di Augusto Gentili, 'Venezia Cinquecento', X, 19, 2000, pp. 71-132.

[99]Sulle due tavole le schede di: E. Dezuanni (p. 206) e di M. Binotto e L. Sabbadin (pp. 260-265), in Lorenzo Lotto, a cura di G. C. F. Villa, catalogo della mostra di Roma, Cinisello Balsamo 2011.

[100]Francesca Coltrinariipotizza, con argomenti di natura stilistica e cultuale rispetto a san Pietro Martire, una possibile provenienza o presenza marchigiana del dipinto, cfr. F. Coltrinari, Ipotesi ... 2009, p. 50.

[101]Cfr. L. Pesce, La chiesa di Treviso nel primo Quattrocento, 1, Roma 1987, p. 80; P. Cagnin, Pellegrini e vie del pellegrinaggio a Treviso nel Medioevo: secoli XII-XV, Treviso 2000, p. 147. Paolo da Sassoferrato, proveniente da Venezia, donò la reliquia intorno al 1447. L'episodio è ricordato nella chiesa dell'Ospedale di Treviso dal dipinto di Bartolomen Ortoli, Paolo da Sassoferrato dona all'Ospedale dei Battuti la reliquia della Croсе,1626. La tela è riprodotta in: R. Pallucchini, M. M. Palmeggiano, La pittura veneziana del Seicento, 2, Milano 1981, p. 1127.

[102]L'opera compare negli inventari Farnese a Parma nel 1680, cfr. E. Dezuanni, in Lorenzo ... cit., p. 206.

[103]Sulla congiura ordita dalla famiglia magnatizia di Treviso, cfr. A. Gentili, I giardini ... cit., p. 17.

[104]Nel 1509 la tavola fu trasferita nel convento dell'isola di Santo Spirito a Venezia, dove la Repubblica Serenissima aveva imposto al parmense di ritirarsi e successivamente nella casa di Santa Maria del Giglio. Il dipinto non seguì Bernardo de' Rossi a Roma nel 1511, ma fu trasferito nell'ultima dimora del vescovo a Parma, nella rocca di San Secondo, cfr.: E. Dezuanni, in Lorenzo ... cit., p. 206.

[105]Per l'altare dedicato a san Pietro martire: L. Pesce, La visita pastorale di Giuseppe Grasser nella diocesi di Treviso (1826-1827), Treviso 1969, p. 31; Per la scuola: L. Pesce, La chiesa di Treviso nel primo Quattrocento, 1, Roma 1987, p. 98. Nel 1448 fu commissionata, presso una bottega ignota (di Venezia o Treviso?) una tavola raffigurante san Pietro Martire, collocata sull'altare omonimo nel 1452: L. Pesce, Ludovico Barbo, vescovo di Treviso (1437-1443). Cura pastorale, riforma della Chiesa, spiritualità, I, p. 325.

[106]Per una riflessione sulla produzione marchigiana di Lorenzo Lotto, rimandiamo ai recenti: Lotto nelle Marche, a cura di Vittoria Garibaldi e Giovanni Carlo Federico Villa, Cinisello Balsamo 2011; Lorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, Atti del convegno internazionale di studi, 14-20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009.

[107]Riporto le osservazioni di Francesca Coltrinari che, giustamente, sottolinea: “L'accento posto sulla qualità artistica del dipinto, che abbiamo ravvisato nella supplica del 17 giugno, diventa nel contratto esplicita sottolineatura di valori materici e suntuari, espressi tramite tre aggettivi - sumptuosam et splendidam et deuratam - che suonano tanto più preganti se rapportati alla stringatezza estrema del documento, un veloce appunto contenente solo i dati essenziali della transazione”, cit.: F: Coltrinari, Ipotesi ... cit., p. 52.

[108]I1 contratto tra Lorenzo Lotto e i frati di San Domenico venne rogato dal notaio Piergiorgio di Antonio il 20 giugno 1506 e prevedeva il pagamento al pittore di 700 ducati, di cui 100 a carico del Comune; Lotto avrebbe inoltre alloggiato a Recanati a spese della confraternita. I1 24 novembre del 1506 i frati di San Domenico chiedono al Comune 25 tavole da destinarsi al polittico, che potrebbe essere intesa come possibile data di inizio dei lavori: “Dictis die loco et testibus. Congregato et cohadunato capitulo fratrum Sanctii Dominici, sono premisso campanelle, de mandato et commissione fratris Augustini hispani prioris dicti loci et conventus, in quo quidem capitulo interferunt dictis prior, magister Johannes Dominicus, frater Dominicus de Recaneto, frater Tomas de Aquila, frater Vincentius de Recaneto, frater Ludovicus de Recanato, Johannes Andrea Fulginato ut sindicus et procuratur dicti loci et conventus, qui prior, fratres et sindicus unanimiter et concorditer promiserunt et convenerunt dicto Gasparri Jannini presenti et recipienti pro se et suis heredibus ipsum Gasparem et eius hereds semper et omni tempore conservare indepnes a dicta fideiussione. Promiserunt etc juraverunt etc. renumptiaverunt sub pena dupli et obligatione” (Archivio Notarile Recanati, notaio Piergiorgio di Antonio, 393 (1506), cc. 47 r. 48 v.). Trascrizione di F. Coltrinari, Ibidem, p. 52, n. 20).

[109]Nel testamento del marzo 1546 Lorenzo Lotto dichiara di avere “66 anni in circa” (trascrizione in P. Humfrey, Lorenzo Lotto, New Haven 1998, pp. 179-180). Di conseguenza alla data del 17 giugno 1506, quando Lorenzo Lotto è a Recanati per firmare l'accordo per il polittico, era entrato da poco nell'età della gioventù (juvenis), superando l'adolescenza (adulescens)che cessava al compimento dei venticinque anni. Da questo momento il giovane poteva stipulare contratti e agiure in ogni altro atto legale. Queste riflessioni sull'identità legale e anagrafica di Lotto al momento del suo arrivo a Recanati sono in: F. Coltrinari, Ipotesi ... cit., p. 50.

[110]Una riflessione degna di nota sul dialogo tra Lorenzo Lotto e le Marche è quella di: M. Lucco, Lotto e le Marche, in Lorenzo Lotto a Recanati "nel corprofondo un amoroso affetton, catalogo della mostra (Recanati, 5 luglio - 4 ottobre 1998), a cura di M. Lucco, Venezia 1998, pp. 3-9. Significativo per illustrare la realtà politica marchigiana: “Parlare di Marche, in questo contesto corrisponde a un'astrazione, una sorta di media statistica: regione soggetta al dominio pontificio, essa era tuttavia variegata, costellata di piccole realtà locali [...] E del resto, il territorio frequentato da Lotto corrisponde soltanto a quello delle Marche centrali, che si irradia per pochi chilometri, una cinquantina al massimo nei casi più eclatanti, intorno a Ancona” (cit., da p. 3). L'autore sottolinea la centralità di Loreto e Recanati, per spiegare l'inizio del viaggio marchigiano di Lotto, seguito su questa linea da D. Frapiccini, Lorenzo... cit., p. 149. Naturalmente Recanati non era paragonabile a Venezia, ma l'importanza della città e di Loreto, giustifica il viaggio di un pittore giovane e ambizioso quale era Lorento Lotto, peraltro molto ben pagato, come abbiamo visto riguardo alla commissione del polittico di San Domenico. Giustamente anche Vittoria Garibaldi, recentemente (V. Garibaldi, in Lotto... cit., p. 22), ha sottolineato l'entità considerevole del compenso, come motivo primario, accanto alla possibilità di poter sfruttare, attraverso Loreto, quel 'trampolino di lancio' (cit. da M. Lucco, p. 3) verso Roma. Il percorso interno all'ordine Domenicano, comunque, appare il viatico più solido, come abbiamo ribadito nel testo e come, recentemente, ha sottolineato Frapiccini:“poi mi viene il sospetto che il de rossi possa averci messo lo zampino, scomodando i suoi amici domenicani e indirizzando il suo pupillo verso il recanatese convento di san Domenico. Del resto perché Lotto avrebbe dovuto abbandonare la piccola corte del prelato anzitempo, per andare a soddisfare committenti così periferici?”, cit. da: D. Frapiccini, Dialogo ... cit., p, 43. Forse l'autore è stato un poco ingeneroso verso Recanati e Loreto, accentuando la dimensione periferica dei committenti dei due centri marchigiani.

[111]Cfr. Coltrinari, Ipotesi ... cit., 2009, p. 52. L'autrice ipotizza che Lotto avesse portato a Recanati dal veneto, alcuni dipinti o disegni per mostrare un saggio della sua opera. Lorenzo Lotto è documentato con certezza a Treviso nel luglio 1505 e vi ricompare il 18 ottobre 1506, quando stipula un contratto di affitto con Agostino Bono, proprietario della casa dove abitava già, riservandosi una stanza fino al suo ritorno. Nel documento è citato anche l'allievo, maestro Domenico, probabilmente il famulus citato nel documento di Recanati. Il pittore lascia in garanzia per la pigione di 16 ducati tutti gli oggetti che si trovavano nella stanza, di cui concorda un inventario. Nell'inventario non risultano dipinti o attrezzi del mestiere.

[112]Sull'affresco le schede di: P. Humfrey, in Lorenzo ... cit., p. 38; A. Vastano, in Lotto ... cit., pp. 78-79, con una datazione tra il 1514-1515 con una datazione tra il 1512-1513.

[113]Sul dipinto: G. Dillon, La pala di Asolo, in Lorenzo Lotto a Treviso. Ricerche e restauri, a cura di G. Dillon, Treviso 1980, pp. 125-147; A. Gentili, I giardini ... cit., pp. 118-128; la recente scheda di: G. C. F. Villa, in Lorenzo ... cit., p. 98.

[114]San Vincenzo Ferrer fu canonizzato nel 1455. Considerata l'importanza della chiesa e del convento di San Zanipolo a Venezia l'omaggio al culto del Domenicano spagnolo, commissionato circa dieci anni dopo la canonizzazione, a Venezia e nel Veneto doveva assumere il valore di un manifesto iconografico. Sull'iconografia del polittico di Giovanni Bellini: R. Goffer, Giovanni Bellini and the Altarpiece of St Vincent Ferrer, in Renaissance Studies in Honor of Craig Hugh Smyth, a cura di A. Morrogh, Firenze 1985, II, pp. 277-85; M. Zucker, Problems in Dominican iconography: the case of St. Vincent Ferrer, in 'Artibus et Historiae', 25, 1992, pp. 181-191. Sul polittico il recente: E. Zucchetta, il Polittico di San Vincenzo Ferrer,in Bellini a Venezia, sette opere indagate nel loro contesto, a cura di Gianluca Poldi e Giovanni Carlo Federico Villa, Cinisello Balsamo 2008, pp. 31-50.

[115]Cfr. Gianuizzi 1894, pp. 39-40. L'autore commentando la supplica formulata dai Predicatori al consiglio comunale di Recanati, ipotizza che il San Vincenzo Ferrer sia la prima opera nota di Lorenzo Lotto a Recanati. Francesca Coltrinari commenta questo giudizio critico come “non troppo felice”, ipotizzando come la scarsa adesione della critica al suggerimento di Gianuizzi, ne abbia decretato un progressivo offuscamento nella storia critica, cfr.: F. Coltrinari, Ipotesi ... cit, p. 49.

[116]Sulla figura e il culto di San Vincenzo Ferrer, cfr. U. Tomarelli,San Vincenzo Ferreri apostolo e taumaturgo, Bologna 2005; C. del Popolo, Per i santi Vincenzo Ferrer e Caterina da Siena, in 'Archivum Fratrum Praedicatorum', 74, 2005, pp. 273-286.

[117]Cit. da A. Nesselrath, Il periodo ... cit., 2009, p. 35. Lo studioso ipotizza che “L'affresco del santo può essere servito come raccomandazione per il lavoro dell'artista nelle Stanze Vaticane, vuoi come pittore indipendente alla Corte di Papa Giulio II, vuoi come collaboratore nella bottega di Raffaello”. Per Stefania Castellana (S. Castellana, Un nuovo ... cit., p. 137): “Il San Vincenzo Ferrer in gloria potrebbe fungere da cerniera tra l'esperienza di Lorenzo Lotto a Roma e le pale con la Deposizione a Jesi e la Trasfigurazione a Recanati, opere in cui il raffaellismo del pittore veneziano risulta più articolato rispetto all'affresco in San Domenico, nel quale si avverte l'urgenza di riportare le emozioni ancora fresche della Segnatura”. Recentemente Frapiccini (D. Frapiccini, Dialogo ... cit., p. 46), ipotizza una collocazione dell'affresco a un momento precedente o contemporaneo al polittico di San Domenico.

[118]Sull'attività vaticana di Lorenzo Lotto: A. Nesselrath, Il periodo ... cit.; A. Nesselrath, Lorenzo Lotto in the Stanza della Segnatura, in "The Burlington Magazine", 1162, 2000, pp. 4-12, dove si ipotizza un riconoscimento della paternità di Lotto nell'affresco raffigurante Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano nella Stanza della Segnatura; A. Nesselrath, Lotto as Raphael's collaborator in the Stanza di Eliodoro, in 'The Burlington Magazine', 1220, 2004, pp. 732-741; F. Cortesi Bosco, Per Lotto a Roma e Raffaello, in 'Notizie da Palazzo Albani', XIX, 2, 1990, pp. 45-74. Per una lettura compiuta di questo tema è utile anche la lettura delle riflessioni di: R. Longhi, Lorenzo Lotto “accanto” a Raffaello a Roma, in Lorenzo Lotto nel suo e nel nostro tempo, a cura di P. Zampetti, in 'Notizie da Palazzo Albani', IX, 1980, pp. 105-131; C. Volpe, Lotto a Roma e Raffaello, in Lorenzo Lotto, atti del convegno internazionale di studi per il V centenario della nascita, a cura di Pietro Zampetti e Vittorio Sgarbi, Treviso 1981, pp. 127-145.

[119]Il 7 marzo 1509 Lorenzo Lotto è pagato 100 ducati per “Laurentio pictori pingenti in camera nostra”. Il 18 settembre 1509 il Lotto fu pagato 50 ducati per “facere depingere cameras novas”. Questo accordo fu annullato perché Giulio II commise a Raffaello l'intera decorazione delle stanze, cfr. E. Zocca, Le decorazioni della stanza dell'Eliodoro e l'opera di Lorenzo Lotto a Roma, in 'Rivista dell'Istituto nazionale d'archeologia e storia dell'arte', II, 1953, pp. 329-343.

[120]Cfr. A. Nesserlath, La stanza d'Eliodoro, in Raffaello nell'appartamento di Giulio II e Leone X, Milano 1993, pp. 202-245; A. Nesselrath,Werkstatt des Luca Signorelli, Groteskenornament (1504–1508/9), in Kunst und Kultur im Rom der Päpste, in. Hochrenaissance im Vatikan(1503 – 1534), a cura di Petra Kruse, Bon 1998-1999, pp. 240-258; M. De Luca, Raffaello: il restauro della Stanza della Segnatura in Vaticano, in I grandi Maestri del Rinascimento: Michelangelo, Raffaello, Correggio, Tiziano, a cura di M.G. Bernardini, Modena 2008, pp.153-170.

[121]Sul capolavoro di Signorelli: La cappella Nuova o di San Brizio nel Duomo di Orvieto, a cura di Giusy Testa, Milano 1996.

[122]Sull'attività di Signorelli nelle Marche: C. Galassi, Luca Signorelli nelle Marche, in Terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, a cura di S. Blasio, Ospedaletto 2007, pp. 91-112.

[123]Per una scheda aggiornata sulla Deposizione di Jesi: L. Mozzoni, Deposizione in Lotto nelle Marche, a cura di V. Garibaldi e C. F. Villa, Cinisello Balsamo 2011, pp. 62-72.

[124]Cfr. A. Nesselrath, Viandante ... cit., p. 28: “L'attività marchigiana si concilia perfettamente con le commissioni romane, come era consuetudine a quei tempi, ad esempio per i pittori fiorentini che operavano a Roma o per gli umbri che si spostavano a Siena, Firenze, o Roma, a seconda di dove fosse richiesta la loro arte”. Arnold Nesselrath valuta la possibile realizzazione di alcune delle opere marchigiane nella bottega romana di Lorenzo Lotto. In particolare lo studioso, evidenzia la similitudine delle misure nelle tavole della Trasfigurazione e della Deposizione, cfr. Ibidem, p. 31.

[125]Sulla Trasfigurazione (Recanati, Museo civico, Villa Colloredo Mels) si veda: M. Minardi, Trasfigurazione di Cristo, in Lotto nelle Marche, a cura di V. Garibaldi e C. F. Villa, Cinisello Balsamo 2011, pp. 47-57. Lo studioso (p. 54) sottolinea il carattere neomedievale e arcaizzante delle iscrizioni visibili sul dipinto, per supportare l'identificazione dei personaggi. Giustamente l'autore evidenzia come tale soluzione, con molta probabilità, fu richiesta dalla committenza. A nostro giudizio merita di essere evidenziato come il culto della Trasfigurazionefosse di reintroduzione recente, rispetto alla data di realizzazione della pala d'altare, di conseguenza non è improbabile che le iscrizioni dovessero accompagnare la lettura di quella che, alla massa dei fedeli, poteva apparire una novità iconografica. La scelta di far raffigurare la Trasfigurazione a Recanati, città frequentemente minacciata insieme a Loreto dalle incursioni dei pirati islamici, potrebbe leggersi anche in relazione al carattere emblematico di questo soggetto nella propaganda crociata. La festa della Trasfigurazione fu inserita nel calendario liturgico da papa Callisto III nel 1457, dopo che il 6 agosto 1457 le truppe guidate da re Ladislao d'Ungheria sconfissero i turchi a Belgrado, impedendone l'avanzata in Europa centrale. A questa campagna crociata partecipò anche san Giovanni da Capistrano, predicatore francescano osservante molto popolare in Italia centrale. Sulla festa: L. von Pastor, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Roma 1942, 1, p. 720-722.

[126]Per un profilo biografico del cardinale: G. Benzoni, L. Bortolotti, G. Benzoni, L. Bortolotti, Grimani, Domenico in Dizionario Biografico degli Italiani, 59, Roma 2002. Come ricorda Battista Casale, Domenico Grimani (addottoratosi a Padova nel 1487), “non lasciava passar ora senza fare qualcosa: leggeva, pensava, scriveva sempre qualcosa”. Il nobile veneziano nel 1498 aveva acquistato i 15.000 volumi della biblioteca di Pico della Mirandola, che avrebbe donato al convento di Sant’Antonio di Castello. Creato cardinale nel 1493 da Alessandro VI, alla fine del 1504 acquisì il titolo cardinalizio di San Marco, che gli permetteva di lustrare il suo ruolo di ambasciatore e alfiere degli interessi veneziani a Roma, unitamente alla pertinenza del palazzo romano di San Marco, di cui prese possesso ufficialmente il 30 maggio 1505 ma nel quale già risiedeva da mesi. Fino alla sua morte nel 1523, Domenico Grimani fu uno dei porporati più potenti e ricchi di Roma. In particolare nel1508 raggiunse il suo acme politico, conducendo al successo le trattative per comporre la pace tra Giulio II e la Repubblica di Venezia. Da questo momento Domenico riuscì a far riabilitare alle cariche pubbliche il padre Antonio (che aveva raggiunto a Roma il figlio nel 1502), condannato al confino a Cherso dalla Serenissima, preludio alla sua nomina dogale nel 1521, all'età di 87 anni.

[127]Cfr. F. Seneca, Venezia e Papa Giulio II, Padova 1962, pp. 77 ss. passim. Per una cronologia del viaggio e degli appuntamenti romani della legazione, cfr. N. Giannetto, Bernardo Bembo, umanista e politico veneziano, Firenze 1985, pp. 66-67. Protagonista di questa legazione veneziana e oratore ufficiale di fronte a Giulio II, il 5 maggio 1505, fu Girolamo Donà, che beneficiava personalmente della stima e della considerazione papale. Su questa figura: P. Rigo,Girolamo Donà, in Dizionario biografico degli italiani, 40, Roma1991, pp. 741-753; M. Zorzi, V. Venturini, Girolamo Donà Dispacci da Roma 19 gennaio - 30 agosto 1510, Venezia 2010, pp. III-XV; Di questa fastosa legazione veneziana a Roma, parla Baldassar Castiglione (cfr. Baldassar Castiglione, Lettere, a cura di G. La Rocca, Milano 1978, I, p. 67). Il diario del tedesco Giovanni Burcardo,vescovo d'Orta e maestro pontificio di cerimonie,  ricorda che era la legazione era composta da otto ambasciatori e centoquarantanove familiares (cfr.G. Burcardo, Alla corte di cinque papi. Diario 1483-1506, a cura di L. Bianchi, Milano 1988, p. 465 ss.). Il codice della Biblioteca nazionale Marciana (Ms. It., XI, 67, 7351), conserva la descrizione del percorso da Venezia a Roma.

[128]Cfr.: M. Sanudo, Diari, VI, 1505, Venezia 1881, pp. 172-175. Sul collezionismo di Domenico Grimani: P. Paschini, Le collezioni archeologiche dei prelati Grimani del Cinquecento, in 'Rendiconti della Pontificia Accademia romana di archeologia', V, 1927, pp. 140-190; D. F. Jackson, A list of the Greek MSS of Domenico Grimani, in 'Scriptorium', 62, 2008, p. 164-169; Bibliotheca graeca manuscripta Cardinalis Dominici Grimani (1461 – 1523), a cura di Aubrey Diller, Henri D. Saffrey, Leendert G. Westerink, Mariano del Friuli 2003; G. Tamaini,I libri ebraici del cardinal Domenico Grimani, in 'Annali di Ca'Foscari', 34, 3, 1995, pp. 5-52;R. Gallo,Le donazioni alla Serenissima di Domenico e Giovanni Grimani, in 'Archivio Veneto', 50/51, 1953-1953, p. 34-73; Lo Statuario pubblico della Serenissima: due secoli di collezioni di antichità. 1596-1797, a cura di Ilaria Favaretto e Giovanna Luisa Ravagnan, Cittadella 1997, pp. 38-44 e 97-103; M. Perry, The Statuario pubblico of the Venetian Republic, in 'Saggi e memorie di storia dell'arte', VII, 1972, pp. 76-85;Collezioni di antichità a Venezia nei secoli della Repubblica, a cura di M. Zorzi, Roma 1988, pp. 25-40; M. Perry, Cardinal Domenico Grimani's legacy of ancient art to Venice, in 'Journal of the Warburg and Courtauld Institutes', XLI, 1978, pp. 215-245;  I. Favaretto, Arte antica e cultura antiquaria nelle collezioni venete al tempo della Serenissima, Roma 1990, pp. 84-99.

[129]Marco Antonio Michiel nella Notizia d'opere del disegno, dedica una descrizione della quadreria di Domenico Grimani, che visitò nel 1521 (Cfr.: Marc'Antonio Michiel (l'Anonimo Morelliano), Notizia d'opere di disegno, I ediz. (con commento dell'abate I.Morelli), Bassano 1800; II ediz. (con integrazioni di Gustavo Frizzoni), Bologna 1884, pp. 189-205; Marcantonio Michiel, Notizia d'opere del disegno: edizione critica, a cura di Theodor Frimmel, Vienna 1896, con saggio introduttivo di Cristina De Benedictis, Firenze 2000, pp. 56 ss.). L'elenco delle opere “ponentine” contempla dipinti di Hans Memling, Joachim Patinir, Hieronymus Bosch, Gérard David e altri maestri fiamminghi non identificabili, L'autore ricorda anche il celebre Breviario Grimani della Biblioteca Marciana di Venezia (cod. Lat. I, 99), cfr.: I. Favaretto, Arte antica e cultura antiquaria nelle collezioni venete al tempo della Serenissima, Roma 1990, pp. 84-86; Domenico Grimani è stato ritratto nella Festa del Rosario (Praga, Nàrodni Galerie), dipinta da Dürer nel 1506 per la chiesa veneziana di San Bartolomeo di Rialto, su commissione del banchiere Jacob Fugger e del Fondaco dei Tedeschi, nel cardinale alle spalle di Giulio II, cfr: H. Wölfflin, The Art of Albrecht Dürer, ediz. Londra 1971, pp. 147-148. Sul dipinto anche: P. Humfrey, La Festa del Rosario di AlbrechtDurer, in 'Eidos', 2, 1988, pp. 4-15;M. Heimbürger, Dürer e Venezia: influssi di Albrecht Dürer sulla pittura veneziana del primo Cinquecento,Roma 1999, pp. 14 ss.passim.

[130]Milano, Biblioteca Ambrosiana, cat. F 284 inf. n. 40, cm. 33.6 x 24, cfr.: U. Ruggeri, Disegni veneti della Biblioteca Ambrosiana, 1979. pp. 56-57, no. 48; A. Nesselrath, Viandante ... cit., 2009, p. 23.

[131]La statua pervenne in Vaticanodal palazzo di Giuliano della Rovere ai Ss. Apostoli nel 1508 e nel 1511-1512 fu collocato nel cortile delle statue, cfr.: S. Magister, Arte e politica: la collezione del cardinale Giuliano della Rovere nei palazzi ai Santi Apostoli, in 'Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche', XIV, 2002, 389-631, pp. 549-552; A. Nesselrath, Il cortile delle statue: luogo e storia, in Il cortile delle statue. Der Statuen des Belvedere im Vatikan, a cura di M. Winner, B. Andreae, C. Pietrangeli, Mainz am Rhein 1998, pp. 1-16. Lorenzo Lotto, 15 anni dopo, nel 1527 lo riprodusse nel 1527 nello sfondo del ritratto di Andrea Odoni (Hampton Court, The Royal Collection), scheda di: E. Dezuanni, in Lorenzo ... cit., p. 214.

[132]Su questa figura rimandiamo alla lettura del recente: Melozzo da Forlì. L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, catalogo della mostra di Forlì, a cura di Daniele Benati, Mauro Natale, Antonio Paolucci, Milano 2011.

[133]Sull'attività lauretana di Bramante: A. Bruschi, Loreto: città, santuario e cantiere artistico, in Loreto crocevia religioso tra Italia Europa e Oriente, a cura di F. Citterio e L. Vaccaro, Brescia 1997, pp. 441-470; E. Renzulli, La crociera e la facciata di Santa Maria di Loreto: problemi di ridefinizione, in'Annali di Architettura', 15, 2003, pp. 89-106. Per l'autrice: “Da questo momento la serie dei progetti lauretani costituisce a tutti gli effetti una successione parallela a quelli promossi a Roma. Così al Belvedere vaticano fa da contrappunto la piazza di Loreto, ai palazzi apostolici romani quelli lauretani, e alle più moderne soluzioni per l'interno di San Pietro fanno eco le riproposizioni dei disegni per il santuario marchigiano. Anche gli artisti sono i medesimi qui e li: Donato Bramante, Andrea Sansovino e Antonio da Sangallo il giovane” (cit. p. 89).

[134]Si pensi in quest'ottica ai lavori per ammattonare o manutenere le tre strade principali che immettevano al santuario o al sistema di fontane e pubbliche a Recanati e Loreto e all'ammodernamento della rete degli ospedali, necessari a sostenere il flusso crescente dei pellegrini. Per un panorama sull'impatto dei pellegrini a Loreto: F. Grimaldi, Pellegrini e pellegrinaggi a Loreto nei secoli XIV-XVII, Loreto 2001.

[135]Sostiene questa proposta, seguito poi dalla quasi totalità della storiografia su Lotto: D. Oldfield, Lorenzo Lotto1508-1513, in Omaggio a Lorenzo Lotto, atti del convegno, Jesi-Mogliano, 4-6 Dicembre 1981, in 'Notizie da Palazzo Albani', 1, 1984,pp. 22-38; Sul tema anche: B. Cleri, Bramante e Lotto. Probabili incontri, in Lorenzo Lotto nelle Marche. Per una geografia dell'anima, atti del convegno internazionale di Studi, 14-20 aprile 2007, a cura di L. Mozzoni, Firenze 2009, pp. 254-265.

[136]Gian Cristoforo Romano morirà a Loreto nel 1512, su questa figura i recenti: P. Leone De Castris, Studi su Gian Cristoforo Romano, Napoli 2010; S. Hickson, Gian Cristoforo Romano in Rome with some thoughts on the mausoleum of Halicarnassus and the tomb of Julius II, in 'Renaissance and reformation', 33, 2010, pp. 3-30. Sull'attività lauretana: K. Weil Garris Brandt, 1511-1512: Gian Cristoforo Romano, a Prelude, in Id.,The Santa Casa di Loreto. Problems in Cinquecento Sculpture, a New York 1977, I, pp. 17-18; F. Grimaldi, L'ornamento marmoreo della Santa Cappella di Loreto, Loreto 1999, pp. 29 ss. passim.

[137]Per un panorama esauriente dei legami tessuti da Enrico Bruno e la famiglia de' Cuppis, Cfr.: D. Frapiccini, Lorenzo ... cit., pp. 152-154. Lo studioso sottolinea che Lotto operò al servizio del Tesoriere generale pontificio, Enrico Bruni, particolarmente vicino alla famiglia de' Cuppis. Enrico e Bernardino De Cuppis frequentavano la chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo, erano al servizio di Girolamo Basso della Rovere e entrambi lavoravano nella Cancelleria e Camera Apostolica. Frapiccini suggerisce un possibile interessamento di Bernardino per far giungere Lotto a Roma, anche se questo non osta al ruolo di Bramante poiché Enrico Bruni era prefetto della Fabbrica di San Pietro. Entrato nella Curia papale come notaio, Enrico Bruni nel 1492 fu eletto coadiutore del vescovo di Orvieto, Giorgio Della Rovere. Nello stesso anno fu nominato vescovo di Orte e di Civita Castellana. Arcivescovo di Taranto dal 1498, nel 1501 fu collettore generale delle decime per la spedizione contro i Turchi e assunse la carica di segretario pontificio e, durante la vacatio seguita alla morte di Pio III, fu custode del sacro palazzo. Da 1505 fu il Tesoriere generale di Giulio II, carica che resse fino alla sua morte nel 1509. Importante fu la sua attività di riforma della zecca, che arricchì chiamandovi al servizio illustri incisori come Cristoforo Foppa detto il Caradosso, Vittore Gambello detto il Camelio, Gian Cristoforo Romano. Per un profilo biografico: L. Bertoni, Bruni Enrico, in DizionarioBiografico degli Italiani, 14, Roma 1965, pp. 609-610.

L'impegno della famiglia de' Cuppis al servizio della Camera apostolica e delle amministrazioni finanziarie era comunque precedente a Bernardino. Nel 1457 Galcerán Borgia governatore di Civitavecchia e di Spoleto, nipote di Callisto III e zio del futuro Alessandro VI, sollecita al Comune di Siena la nomina del suo collaboratore Bartolomeo de' Cuppis di Montefalco, all'ufficio della gabella grande (cfr.: F. Senatore, Callisto III nelle corrispondenze diplomatiche italiane. La documentazione sui Borgia nell’Archivio di Stato di Siena, in 'Revista Borja', 2, 2008-2009, p. 167.

[138]Cfr.: Frapiccini, Lorenzo ... cit., p. 156 e p. 171, n. 21. Frapiccini evidenzia come l'incarico vaticano di cui beneficiò il pittore veneziano in data 18 settembre, fu annullato in corrispondenza della morte di Bruni (defunto prima del 4 ottobre 1509). A Bruni successe Orlando Della Rovere figura che, per lo studioso, avrebbe favorito l'approdo di Raffaello, da Urbino a Roma.

[139]Cfr.: A. Nesselrath, Il periodo... cit., pp. 26-28. Lo studioso sulla base dei risultati preliminari dell'indagine tecnica e stilistica durante il cantiere di restauro della santa di Eliodoro, enuclea la partecipazione di Lorenzo Lotto a questa impresa. L'ipotesi di un soggiorno prolungato a Roma di Lotto è stata sostenuta, inizialmente, con validi argomenti da Francesca Cortesi Bosco (cfr. F. Cortesi Bosco,Per Lotto ... cit., pp. 45-55) La studiosa evidenzia nella pala Colleoni Martinengo di Bergamo la conoscenza da parte di Lotto, dei disegni e degli studi raffaelleschi, realizzati per affrescare il Mosè e il roveto ardente che decora la volta della stanza di Eliodoro, ridipinta nel 1514. Questa lettura è stata confermata dalla studiosa in: F. Cortesi Bosco,Lotto, Lorenzo, inDizionario Biografico degli Italiani, 66, Roma 2000, p. 204. Frapiccini non accoglie con favore le letture di Nesselrath e Cortesi Bosco: D. Frapiccini, Lorenzo ... cit., p. 171, n. 23; D. Frapiccini, Dialogo ... cit. p. 63-64. Lo studioso evidenzia come non esista alcun elemento di prova per attestare un impegno romano di Lorenzo Lotto dopo il 1509, evidenziando che (cit. da pp. 63-64): “In realtà dobbiamo riconoscere sia l'elevato grado di fallibilità dell'occhio umano, per quanto esperto nel riconoscere le materie pittoriche, sia l'opinabilità di conclusioni pseudoscientifiche basate su noiose relazioni di restauro, in certi casi volte a procacciare conferme dove l'occhio vuol vedere”. Recentemente studiando la Trasfigurazione di Recanati è tornato sul tema Mauro Minardi, cfr.: M. Minardi, Trasfigurazione ... cit. p. 53. Lo studioso evidenzia che: “Al momento non vi sono, tuttavia, elementi probanti di tale proposta, mentre non è da escludersi che Lotto abbia effettuato altre incursioni a Roma tra il 1511 e il 1512, allorché Raffaello, terminata la Stanza della Segnatura, si spostava nella successiva Stanza di Eliodoro. In quest'ultima si accentuano le intonazioni drammatiche, i contrasti, nonché quella tendenza al dinamismo delle figure che gli studi hanno in più occasioni qualificato come distintivi dei dipinti marchigiani posteriori al documentato viaggio romano”.

[140]La costruzione della Tribuna di Santa Maria delle Grazie a Milano si sviluppò dal 1492 al 1497, cfr.: R. V. Schofield,Bramante and Amadeo at Santa Maria delle Grazie in Milan, in 'Arte lombarda', 78, 1986, 3, pp. 41-58. Per una lettura complessiva dell'attività di Bramante a Milano: L. Patetta, Bramante e la sua cerchia a Milano e in Lombardia 1480-1500, Milano 2000.

[141]Sottolinea l'importanza politica della pala Martinengo Colleoni il lavoro di: F. Cortesi Bosco, Riflessi del mito di Venezia nella pala Martinengo di Lorenzo Lotto, in Archivio storico bergamasco, 5, III, 1983, pp. 213-238.

[142]La storia della Diocesi di Bergamo si lega due famiglie veneziane che ebbero importanti relazioni con Giulio II e la sua Curia, i Lippomano e i Gabriel. Questi ultimi furono vicini ai Domenicani da generazioni. I fratelli Lorenzo e Zaccaria Gabriel, ad esempio, acquisirono nel 1514 l'uso della cappella di Santa Maria della Pace nel chiostro della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo a Venezia. Lorenzo Gabriel dall'Ottavo decennio visse regolarmente a Roma dove era impegnato negli offici notarili della Curia papale, alternando i soggiorni nella città natale per curare i ricchi affari di famiglia. Nel 1506 con il fratello acquistò per 3000 ducati un palazzo a Roma, che divenne un punto di riferimento per la comunità dei veneziani a Roma. Nel 1484 Lorenzo divenne presule di Bergamo, ma non vi soggiornò mai.

La vicenda dei fratelli Gabriel, in virtù dei loro legami con Venezia, Roma ed i Domenicani, è indicativa per riflettere sull'attenzione di cui Lorenzo Lotto dovette beneficiare a Roma, anche fuori dai palazzi Apostolici. I Gabriel in particolare erano molto ricchi. Emblematica la vicenda della malattia di Lorenzo, quando fu dichiarato moribondo nel 1508. Zaccaria per evitare che Giulio II incamerasse i beni del vescovo, memore dei 120.000 ducati incamerati da Alessandro VI nel 1503 alla morte del cardinale Giovanni Michiel (si sospettò di una morte ordita da Cesare Borgia per avvelenamento), fece trasferire due forzieri colmi d'oro e d'argento nel palazzo extraterritoriale di San Marco, sede degli ambasciatori veneziani. Giulio II tentò anche di incamerare il palazzo romano del vescovo, al momento della sua morte nel 1512, ma non vi riuscì e i Gabriel la vendettero con grande beneficio al ricco banchiere Agostino Chigi. Questo affronto Giulio II lo sanzionò nominando sulla Cattedra del Duomo di Sant'Alessandro a Bergamo un suo stretto collaboratore, il patrizio veneziano e protonotario apostolico Nicolò Lippomano. Il presule e suo nipote Pietro (successe a Lorenzo nel 1516 e fu vescovo di Bergamo fino al 1544), ingaggiarono una lunga e feroce battaglia legale contro Zaccaria Gabriel, per impossessarsi dell'eredita di Lorenzo, sostenendo come questa fosse parte della mensa bergamasca. I Lippomano furono sostenuti in questa controversia da Giulio II e poi da Leone X (Giovanni de' Medici fu ospite per lungo tempo a Venezia nella casa dei banchieri Lippomano), di conseguenza ottennero varie sentenze favorevoli. I decreti contro l'erede universale di Lorenzo Gabriel, Zaccaria, non divennero però esecutivi perché quest'ultimo percorse la via politica e si appellò al Senato della Serenissima Repubblica, il quale ordinò al vescovo Pietro Lippomano ed a suo fratello Girolamo (amico di lungo corso di Leone X) di non molestare il concittadino. Per queste vicende relative ai Gabriel: G. Del Torre, Carriera politica e benefici ecclesiastici in una famiglia veneziana del primo '500: Zaccaria e Lorenzo Gabriel, in Per Marino Berengo. Studi degli allievi, a cura di di Livio Antonielli, Carlo Capra, Mario Infelise, Milano 2000, pp. 159-181. Sui Lippomanno: G. Gullino, Lippomano, Girolamo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 65, Roma 2005, pp. 238-243.

[143]A. Nesselrath, Il periodo... cit. da p. 28: “Queste prestazioni che risalgono al 1511-1514, indurrebbero a pensare che l'artista sia divenuto a partire dalla prima collaborazione nella Stanza della Segnatura, una sorta di capomastro nella bottega di Raffaello, rivestendo o addirittura confezionandosi, un ruolo ad hoc che l'Urbinate affiderà dopo la sua partenza ad un altro artista dell'ambito veneziano, quasi coetaneo dello stesso Lotto: Giovanni da Udine”.

[144]Donato Bramante muore l'11 marzo 1514 e Raffaello gli succederà il 1° aprile. Per un' introduzione all'attività di Raffaello: C. L. Frommel, L'attività architettonica di Raffello, in C. L. Frommel, S. Ray, M. Tafuri, Raffaello architetto, Milano 2002, pp. 119-124.

[145]Questa lettura è stata proposta da Nesselrath: A. Nesselrath, Il periodo... cit. da p. 35: “Vista la decisione di Raffaello di non cedere il posto, bensì di mantenere l'incarico assieme ai suoi nuovi impegni, Lotto si orienta definitivamente verso Bergamo”.

[146]Su questa figura: P. Messina, Del Monte (Ciocchi Del Monte) Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, 38, Roma 1990, pp. 127-131. Figlio di un avvocato concistoriale, nacque a Monte San Savino nel 1462. Nel 1498 fu preconizzato da Alessandro VI vescovo di Città di Castello, nel 1503 fu creato da Giulio II, ma solo due anni più tardi prese possesso della diocesi tifernate, dopo che il papa mise a tacere con la minaccia le resistenze locali. Tra il 1502 e il 1503 seguì le imprese di Cesare Borgia ma quando il Valentino cadde, riuscì a mantenere il suo officio di governatore di Cesena e della Romagna. Nel 1506 e nel 1511 fu protagonista di primo piano nelle spedizioni di Giulio II contro Bologna e durante la seconda impresa, in un concistoro indetto a Ravenna, Antonio Ciocchi del Monte fu creato cardinale di San Vitale (mutato in Santa Prassede nel 1514). Nello stesso anno rinunciò al vescovato di Siponto, per conquistare la Cattedra di Pavia. Nel 1513 fu tra i grandi elettori di Leone X. Fino all'anno della sua morte, nel 1533, il cardinale aretino fu una figura centrale del Sacro Collegio, particolarmente apprezzato per la sua dottrina nel Diritto Canonico. Si ricorda il suo ruolo, nel 1528, per far giungere a buon fine il divorzio tra Enrico VIII Tudor e Caterina d'Aragona, impegnò che da allora gli valse la protezione e i benefici del re d'Inghilterra.

[147]Cfr.: F. Grimaldi, La Santa ... cit., p. 17. Antonio Ciocchi del Monte nel 1511, fu una figura centrale nel processo istituito da Giulio II contro i sette cardinali ribelli che avevano partecipato (o sostenuto) il “conciliabolo” di Pisa. Come scrisse il cardinale Bernardo Dovizi al cardinale Giovanni de' Medici: "li due pazzi Monte et Ancona ne cacciano più la cosa che non fa S. Santità" (lettera del 21 ott. 1511, in B. Dovizi da Bibbiena, Epistolario (1490-1513), a cura di G. L. Moncallero, I, Firenze 1955, p. 313). Il Dovizi insinuò anche, con il futuro Leone X, che questo zelo fosse funzionale a impadronirsi del palazzo del cardinale napoletano Federico Sanseverino (Ibidem, p. 359). Antonio Ciocchi del Monte acquisì in affitto l'attuale palazzo Braschi, già dimora di Oliviero Carafa, affidandone l'ampliamento a Antonio da Sangallo il giovane: C. Pietrangeli, Palazzo Braschi, Roma 1958, p. 72.Da Antonio da Sangallo il vecchio si fece costruire il palazzo avito di Monte San Savino e un palazzo a Montepulciano (1515 -1518), cfr.:  L. Satkowsky, The palazzo Del Monte in Monte San Savino and the codex Geymüller, in Renaissance studies in honor of Craig Hugh Smyth, a cura di A. Morrogh, F. Superbi Gioffredi, P. Morselli, E. Borsook, Firenze 1985, II, pp. 653-666; R. Pacciani, Nuove ricerche su Antonio da Sangallo il Vecchio ad Arezzo e a Monte San Savino (1504-1532), in 'Annali di architettura', III, 1991, pp. 40-57. Antonio Ciocchi del Monte, dovette esercitare un ruolo significativo nel sostenere la carriera romana e le committenze papali di Antonio da Sangallo il vecchio. A Jacopo Sansovino affidò la fabbrica della villa all'Acqua Vergine, poi ampliata dal nipote Giovanni Maria Ciocchi del Monte nella attuale Villa Giulia (M. degli Azzi Visentini, La villa in Italia: Quattrocento e Cinquecento, Milano 1995, p. 159). Sulle committenze architettoniche di Antonio Ciocchi: S. B. Butters, P. Pagliara,Il palazzo dei Tribunali, via Giulia e la Giustizia, in Il Palazzo Falconieri e il palazzo barocco a Roma: atti del convegno indetto all'Accademia d'Ungheria in Roma, Roma, 24-26 maggio 1995, a cura di Gábor Hajnóczi e László Csorba, Soveria Mannelli 2009, pp. 105 ss.

[148]La scelta di affiancare a Domenico Sebastoli, figura di notevole esperienza a Loreto, il più importante canonista curiale, testimonia la centralità che Giulio II attribuiva al santuario marchigiano. Per l'elenco dei governatori e dei protettori: F. Grimaldi,L'ornamento ... cit., p. 11.

[149]Nel 1507 Antonio Ciocchi del Monte, Arcivescovo di Manfredonia da cui dipendeva il santuario di Monte Sant'Angelo, fu l'artefice della commissione ad Andrea Sansovino della statua diSan Michele Arcangelo. Il 22 giugno 1513 Leone X nomina Andrea Sansovino soprintendente alla fabbrica del santuario e alla decorazione della Santa Casa a Loreto. Per il regesto documentario: Andrea Sansovino: i documenti,a cura di N. Baldini e Renato Giulietti, Firenze 1999, pp. 6-7, 29 passim. Su Andrea Sansovino ricordiamo i recenti: A. Bigi Iotti, Andrea Sansovino and the design for a funerary monument for Leo X, in 'The Burlington Magazine', 1268, 2008, pp. 757-759; D. Frapiccini, Disciplina etrusca e propaganda filo-fiorentina nelle opere romane di Andrea Sansovino al tempo di Giulio II, in Andrea Bregno, a cura di Claudio Crescentini e Claudio Strinati, Firenze 2008, pp. 531-545.

[150]Bramante controfirma a Roma, l'11 giugno 1509, un acconto ad Antonio di Pellegrino da Firenze per il modello in legno di “Santamarja di Loretto”, che gli ha effettuato Giancristoforo Romano. Segue a Loreto il 27 febbraio 1510 la “Quietanza di Antonio di Pellegrino per il modello di Santa Maria di Loreto, sottoscritta da Bramante [...] la capela de la nostra donna et del modelo del palasso si fa inassi a dita chiessa de chomisione de mesere Antonio dal Monte”. La quietanza è rilasciata il 27 febbraio 1510 e il fiorentino Antonio di Pellegrino riscosse trenta ducati d'oro, dal tesoriere lauretano don Tommaso da Recanati. Alla riscossione era presente anche in nobile recanatese di ascendenza veneziana, Francesco Venier. La presenza a Loreto nel 1510 di Antonio di Pellegrino, potrebbe testimoniare il suo ruolo di possibile supervisore dei lavori lauretani, incaricato da Bramante. Per il testo della quietanza: F. Grimaldi,L'ornamento... cit., p. 137. F. Grimaldi, Loreto. Palazzo Apostolico, Loreto, 1977, p. 3; F. Grimaldi, La basilica... cit., p. 212-214. Sottolinea il ruolo centrale di Antonio Ciocchi del Monte, in questa fase del cantiere lauretano:  M. Cozzi, Antonio da Sangallo il Vecchio: e l'architettura del Cinquecento in Valdichiana, Genova 1992, p. 157, n. 33.

[151]Su Antonio Pellegrino nelle fabbriche bramantesche vaticane: G. Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, Milano 2003, p. 65;  A. Bruschi, C. L. Frommel, F. G. Wolff Metternich, C. Thoenes, San Pietro che non c'è: da Bramante a Antonio da Sangallo il giovane,Milano 1996, pp. 32-40 passim.; C. L. Frommel, Architettura alla corte papale nel Rinascimento, Milano 2003, p. 260; B. Adorni, La chiesa a pianta centrale: tempio civico del Rinascimento, Milano 2002, p. 163.

[152]Sulla virtù della povertà in San Domenico: V. Benetollo, A. Omedè, San Domenico, Bologna 1989, pp. 28-29.

[153]L'episodio è raccontato in: R. Spiazzi, San Domenico e il monastero di San Sisto all'Appia: raccolta di studi storici, tradizioni e testi d'archivio, Bologna 1993, p. 16.

[154]Per la scheda dell'opera, illustrata dopo il restauro di Antonio Bigolin (2010), con la direzione scientifica di Gabriella Delfini e Elisabetta Gerhardinger: E. Dezuanni, in Lorenzo... cit., p. 212. Il ritratto sembra raffigurare il cellelario dispensiere del convento veneziano di San Zanipolo, Marcantonio Luciani. La tela, oggi conservata nei Musei Civici di Treviso è firmata e datata 1526 ed è attestata nel XIX secolo a Venezia in Palazzo Trevisan Cappello. La studiosa evidenzia come: “Le chiavi parlano del suo potere: le due piccole - legate insieme da un laccio di cuoio, con l'occhiello a forma di cuore rovesciato, come si usava a Venezia – servivano a chiudere i cassetti in cui riporre libro e denaro; l'altra più grande, con il cannello massiccio, abbellito da incisioni e da modanature, era fatta per serrature di porte”.

[155]Pietro Aretino, Dì aprile, in Vinezia, 1548. Cit. da Lettere sull'arte di Pietro Aretino commentate da Fidenzio Pertile e rivedute da Carlo Cordié, a cura di E. Camesasca, Milano 1957, II, p. 218 (lettera CDXX, IV, 492, car. 214 v.).