di Donata Levi, Marco Mozzo, Martina Visentin, Elisa Bertaglia
ABSTRACT
The article illustrates a pilot project on ICT and cultural heritage (InfoBC), organized by Lida, the Laboratory for Art History and ICT of the University of Udine. The project is based on the integration of existing electronic databases on the art heritage of the Region Friuli Venezia Giulia and the diffusion of data through both Web and mobile phones. The project develops a multifaceted tool useful for local authorities and Institutions who want to preserve and promote the cultural heritage of their territory as well as for ordinary citizens and tourists who want to improve their understanding of the complex historical values of landscapes and urban settings.
Gli articoli che seguono illustrano, nelle sue premesse e nei suoi esiti, un progetto relativo all’applicazione delle tecnologie informatiche ai dati sul patrimonio storico artistico e culturale, elaborato dal Laboratorio Informatico per la Documentazione storico artistica dell’Università di Udine, in collaborazione con Friuli Innovazione (Centro di Ricerca e di Trasferimento Tecnologico) e con la Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia.
Pensiamo sia un esempio di utile interazione fra il mondo della conoscenza e della ricerca (sia in campo informatico, sia in campo storico artistico), il mondo della tutela e della valorizzazione delle memorie storiche e quello di una divulgazione di contenuti scientificamente fondati che si ponga come obbiettivo finale la crescita di consapevolezza, anche da parte dei non addetti ai lavori, del valore del patrimonio artistico e del paesaggio.
In quest’ottica abbiamo cercato di dar corpo ad una di quelle che oggi vengono definite “infrastrutture immateriali”, sperimentando i modi in cui sia possibile coniugare le potenzialità degli strumenti tecnologici, vagliati in base alla loro adeguatezza a precise necessità culturali, e le risultanze di ricerche umanistiche, altrimenti destinate ad una fruizione più limitata.
Il progetto, cui hanno partecipato numerosi studiosi, docenti, assegnisti e specializzandi di varie discipline, è stato coordinato per la parte informatica da Paolo Coppola e per quella umanistica, di cui qui si tratta, da Donata Levi (responsabile del LIDA). Marco Mozzo e Martina Visentin hanno curato la realizzazione del progetto; Elisa Bertaglia ha collaborato alla redazione di alcuni itinerari.
Donata Levi
Informatica e beni culturali: un modello di raccordo tra i ‘saperi’[1]
Se ci si fermasse a visioni stereotipate, apparentemente nulla apparirebbe più distante dal mondo della storia dell’arte e della critica d’arte (antica e moderna) che quello dell’informatica: da un lato impersonali e crudi procedimenti meccanici e severe regole di formalizzazione, dall’altro un campo in cui – sempre secondo stereotipi ormai in declino, ma duri a morire – predominerebbero soggettività e sensibilità percettiva, creatività ed intuizione illuminante e imprevedibile.
Al contrario va registrata la fortuna – anche piuttosto precoce – di questo binomio, una fortuna che certamente rientra nel campo più ampio dell’applicazione dell’informatica agli ‘studia humanitatis’, settore anch’esso in rapida espansione e che continua a trovare, ad esempio con la digitalizzazione e l’elaborazione dei testi letterari o filosofici, nuovi ambiti di sperimentazione e ad offrire suggestioni teoriche ed operative. Più di recente, sul piano ‘visivo’, il binomio ha trovato alimento nella sempre più ampia disponibilità offerta dall’agevole archiviazione e gestione di immagini, fino alle ricostruzioni di realtà virtuali ed al riconoscimento delle immagini.
Il connubio tra informatica e discipline umanistiche si sostanzia però nel campo specifico dei beni archeologici ed artistici di elementi più concreti e nello stesso tempo di accezioni più ampie. Due punti in particolare sembrano degni di menzione. Il primo riguarda il fatto che in questo campo ci si misura inevitabilmente con le concrete esigenze di gestione di un patrimonio reale. Ciò sollecita l’adozione di una strumentazione in grado di offrire mappature sistematiche ed un rapido recupero di informazioni che possano essere utili anche a livello operativo. Le problematiche relative alla gestione implicano infatti, in prima ed ineludibile istanza, operazioni mirate alla conoscenza dell’esistente, cioè all’inventariazione e al censimento. Ed è proprio in questo contesto che ha avuto inizio, fin dagli Settanta, il connubio beni artistici – informatica, che si è mosso sulla scia di quell’attenzione per l’informatizzazione che ha precocemente caratterizzato un settore importante di quelli che chiamiamo beni culturali, cioè i beni librari. Operazioni catalografiche, basate per loro natura su strutturazioni di dati, apparivano particolarmente adatte ad una trasposizione in campo informatico, che, mentre imponeva criteri univoci, vocabolari normalizzati e l’elaborazione di sistemi descrittivi adatti alle varie tipologie di oggetti, assicurava una più agevole consultazione. I progetti inizialmente si incentrarono su inventariazioni e catalogazioni sistematiche, promosse dai programmi nazionali con il “miraggio di imponenti operazioni quantitative” e sollecitate, fin dal 1976, anche da organizzazioni internazionali come l’Unesco. E’ il caso della Francia, del Canada ed anche dell’Italia, dove l’ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione), istituito – in quanto Istituto Centrale – nel 1975, iniziò subito ad elaborare un progetto di automazione del catalogo dei beni culturali.
Agli inizi degli anni Ottanta era ormai pienamente riconosciuto il fatto che lo strumento elettronico offriva varietà di applicazioni e opportunità di indagini che non potevano più essere ignorate da parte degli umanisti. Così scriveva Paola Barocchi, che ha svolto un ruolo pionieristico nel promuovere e sperimentare la ricerca informatica nel campo della documentazione storico artistica, in un rapporto presentato al CNR nel 1984: “è necessario che gli studiosi considerino con molta serietà anche le nuove possibilità di indagine e, superati gli ingenui entusiasmi (o rifiuti) iniziali e i successivi pessimismi, affrontino anche in questo senso le loro responsabilità”. Purtroppo, solo due anni dopo, indizio (disgraziato) della fortuna del binomio informatica – beni culturali sarà anche la sciagurata iniziativa dei ‘giacimenti culturali’ (ex. art. 15 legge 28/2/1986, n. 41), nata all’ombra dell’ingerenza politica e degenerata in improvvisazioni dispersive ed eterogenee.
Il secondo punto da sottolineare concerne l’opportunità, offerta ed amplificata dalle nuove tecnologie, di elaborare nuovi e talora più efficaci modi di valorizzazione di questo patrimonio, al fine di favorirne una fruizione più ampia e consapevole. La disponibilità e la facilità di circolazione e di reperimento di informazioni e dati, sia testuali sia visivi (si pensi agli archivi di immagini), resi possibili dalla diffusione della rete, si abbinano alle nuove potenzialità nel campo della didattica, dell’educazione, della promozione anche turistica, legate allo sviluppo di specifiche tecnologie (come il 3D, la realtà virtuale ecc.). Anche in questo caso è doveroso che i depositari dei ‘saperi’ umanistici esercitino una funzione di controllo di qualità; infatti, se, grazie a ricostruzioni virtuali il pubblico dei non specialisti può fruire dei risultati della ricerca archeologica e storico artistica in modo piacevole, immediato e talora spettacolare, bisogna sempre fare attenzione al rischio che una simile fruizione, ricca di suggestioni anche sensoriali, non possa favorire una passività di acquisizione ed una fruizione acritica che non rende conto dei modi e dei limiti di ricostruzioni ipotetiche.
Emergono dunque varie e molteplici responsabilità di tutela, gestione e valorizzazione che impongono, forse più che in altre discipline umanistiche, di analizzare e ripensare i modi in cui si è articolato il raccordo fra i due ‘saperi’, fra il sapere della storia dell’arte e dell’archeologia e quello dell’informatica, e di riflettere sui modi in cui questo raccordo dovrebbe articolarsi. Ed è subito chiaro che, trattandosi di armonizzare due ‘saperi’ così specialistici, il raccordo può funzionare solo se ha luogo un dialogo fra informatici e storici dell’arte e archeologi, dialogo che non deve significare rinuncia alle specializzazioni disciplinari, né implicare una gretta strumentalizzazione delle altrui competenze, ma deve portare ad un processo di arricchimento reciproco: da un lato gli informatici devono comprendere ed assimilare alcune sottigliezze e particolarità della gestione dei dati nel settore storico artistico, dall’altro “gli umanisti devono capire ed essere aggiornati sulle potenzialità ed i limiti degli strumenti”.
Questa citazione è tratta – non a caso – dallo scritto di un informatico, Oreste Signore, esperto fra l’altro in semantic web, proprio per dimostrare che anche fra i depositari del sapere scientifico è viva la consapevolezza della strumentalità dell’informatica. Io credo che, a scanso di equivoci, si debba partire proprio da questo assunto, dell’informatica come uno strumento che si offre a molteplici funzionalità che l’umanista deve essere in grado di cogliere e di sfruttare. Non è assunto pacifico, anzi è attualmente messo in discussione ed avversato non tanto dagli informatici, quanto da coloro che – “con forza, talora con arroganza, ma spesso con motivazioni poco solide” – sostengono l’autonomia disciplinare dell‘ ‘informatica umanistica’, della ‘Humanities Computer Science’, della ‘Computerphilologie’. E menziono queste varie diciture a dimostrazione dell’internazionalità di un movimento che non può essere ridotto – come pure è stato fatto – a mera rivendicazione di un peso in ambito accademico, ma che tradisce una concezione in cui da un lato i contenuti sono subalterni rispetto alle forme di rappresentazione dei contenuti stessi ed ai codici, molto complessi, che li organizzano e li comunicano, dall’altro risulta fortemente impoverita la diversificata e stratificata complessità delle discipline umanistiche, ridotte a mera testualità.
E’ chiaro d’altronde che, quando si dice che l’informatica è uno strumento, non manca la consapevolezza che uno strumento materiale di produzione culturale non è mai neutro rispetto alle forme di questa cultura; né ciò significa non riconoscere il rilievo metodologico e addirittura fondativo delle nuove tecnologie. Già nel 1979 Lyotard, in quel rapporto sulla conoscenza nelle società sviluppate, svolto per il Consiglio delle Università del governo del Quebec, che reca il titolo di “La condizione post-moderna”, aveva posto l’accento sul cambiamento che le nuove tecnologie e specialmente la computerizzazione provocano nella struttura stessa della conoscenza. Come la fotografia ha trasformato la nostra percezione dell’immagine, così il computer influenza la nostra concezione dei processi di pensiero e della natura della conoscenza. Ciò è verificabile anche nel concreto delle applicazioni: nello studio di testi letterari o della storiografica artistica l’utilizzazione dell’informatica può favorire l’adozione di nuovi procedimenti di analisi ed una loro esplicitazione in termini formalizzati, così come, analogamente, nella descrizione ed analisi di opere o manufatti comporta l’adozione di strutture logiche che possono portare ad individuare modalità espressive e schemi concettuali prima trascurati. All’inverso però non dobbiamo nasconderci che l’adozione dello strumento informatico può portare anche ad un impoverimento di talune possibilità espressive e ad un appiattimento dell’analisi. E’ significativo che Paola Barocchi, il cui ruolo pionieristico è stato or ora ricordato, abbia scelto di proseguire manualmente “l’umile fatica” della complessa e monumentale indicizzazione delle “Vite” di Giorgio Vasari: “non consiglierei – scriveva – una indicizzazione elettronica dei testi vasariani proprio perché è necessario rilevare casistiche e relazioni che non sono formalmente verbali. L’analisi della macchina rischierebbe di fornire una quantità indiscriminata e livellante da cui potrebbero recuperarsi, solo con grande spreco, i casi significativi”. E’ una consapevolezza di metodo che nasce, oltre che da una raffinata capacità di analisi critica del proprio oggetto di studio, dalla conoscenza delle tecnologie e delle loro potenzialità e da un’estrema lucidità nell’individuazione degli obbiettivi.
Ciò significa che non ci si deve porre in maniera passiva di fronte alle soluzioni informatiche. Ed è spesso improduttivo ricorrere a prodotti forniti dal mercato, affidandosi – come pure spesso accade – a piattaforme e soluzioni sviluppate in campo commerciale, riciclate con minimi adattamenti ed inadatte ad esperienze di ricerca. Più in generale, non bisogna lasciare agli informatici il compito di disegnare un sistema entro il quale collocare i dati raccolti dagli specialisti, ma appare più proficua la progettazione congiunta di sistemi di gestione dei dati accuratamente modellati sulla base delle esigenze di ricerca.
Tale approccio implica uno sforzo da parte degli umanisti per costruire, a partire da una precisa e puntuale analisi dei requisiti e delle loro specifiche, un modello concettuale in grado di ‘rappresentare’ schematicamente, ma esaustivamente il campo d’interesse, le sue entità e le relazioni fra queste, e di procedere, in un serrato confronto e dialogo con gli informatici, alla progettazione logica. E’ su questo piano che deve attuarsi una concorrenza di saperi specifici, ma arricchiti vicendevolmente, senza spirito di prevaricazione: saperi che possono cooperare nella misura in cui siano incanalati secondo un processo metodologico condiviso, mirato ad obbiettivi che devono rimanere ancorati ai contenuti, quindi radicati nell’ambito della tradizione umanistica.
E’ chiaro che più che ad un astratto raccordo fra saperi si dovrà pensare alla possibilità di nuove e più estese forme di collaborazione, all’opportunità di superare steccati disciplinari ed approcci mentali settoriali, creando “luoghi di incubazione” per la convivenza e la proficua compenetrazione fra cultura umanistica o storica e cultura scientifico tecnologica.
L’università e le sue strutture di ricerca possono e devono giocare in questo contesto un ruolo fondamentale. Esemplare è stata in questa direzione l’esperienza del CRIBECU (Centro di Ricerche Informatiche per i Beni Culturali) della Scuola Normale Superiore di Pisa, nato sull’onda dei primi congressi internazionali pisani (1978 e 1984) su quello che allora veniva chiamato il ‘trattamento informatico’ di dati e documenti storico artistici. Nel corso di quasi un ventennio di attività il CRIBECU ha sperimentato nuove tecnologie per le complesse problematiche dei beni culturali, all’insegna di un connubio strettissimo fra l’alto valore scientifico dei contenuti e l’attenzione per nuove sperimentazioni tecnologiche. Esiti importanti si sono avuti nella memorizzazione elettronica di fonti e documenti per la storia dell’arte, nell’analisi dei lessici tecnici in un’ottica di riflessione sul rapporto fra lessici storici e lessici normalizzati, nell’applicazione di tecniche informatiche quale supporto sia alla tutela sia alla promozione dei beni culturali, nella progettazione e creazione di archivi integrati di dati e di immagini. Al di là dei risultati, l’esemplarità dell’esperienza del CRIBECU – ora conclusa, ma proseguita da un lato coi vari laboratori della Scuola Normale di Pisa, in particolare con il Laboratorio di Arti visive diretto da Massimo Ferretti e con LARTTE, Laboratorio per l’Analisi, la Ricerca, la Tutela, le Tecnologie e l’Economia per il Patrimonio Culturale, diretto da Salvatore Settis, dall’altro con l’attività della Fondazione Memofonte a Firenze – è consistita anche nelle possibilità offerte agli studiosi – studenti e perfezionandi, ricercatori e docenti, ma anche funzionari e curatori – di saggiare le potenzialità dello strumento informatico applicandolo ai loro specifici campi di ricerca. Se una metodologia è stata sviluppata, questa è scaturita dal confronto continuo, a volte problematico, ma indispensabile fra gli informatici e gli umanisti ed ha messo in evidenza, in parallelo, la necessità di un addestramento sul campo, di una didattica particolare e non astratta, che possa rispondere non solo ad esigenze di ricerca, ma anche preparare a quei compiti di tutela e gestione, da un lato, e di promozione e divulgazione, dall’altro, che i laureati in storia dell’arte dovrebbero svolgere nella loro attività lavorativa. Da questo punto di vista è risultata particolarmente importante la presenza a Pisa, accanto ai laboratori universitari, di una Soprintendenza che, nella persona di Clara Baracchini e del suo gruppo di lavoro, si è fatta promotrice di una sistematica applicazione dell’informatica alla conoscenza ed alla gestione del patrimonio artistico con l’elaborazione di strumenti che sono stati poi sperimentati e adottati su scala nazionale.
Si deve infatti all'approfondita analisi del funzionamento della soprintendenza, condotta per il Cribecu da Umberto Parrini, la nascita di SUE, il Sistema Informativo degli Uffici Esportazione ormai entrato a regime; di SIMBA, che informatizza il procedimento di tutela dei beni architettonici e paesaggistici, e di SicaR, il sistema per i cantieri di restauro, che sviluppa e porta in rete l'esperienza condotta dal Cribecu con l'ICR nel corso del restauro materico della Torre di Pisa.
Dalla stretta collaborazione tra Soprintendenza e Cribecu nascono anche molteplici e via via più complesse piattaforme per la valorizzazione del patrimonio, dalle prime esperienze funzionanti solo off line, studiate per accompagnare iniziative espositive, al varo di veri e propri portali in rete che, coniugando database catalografici con articolate presentazioni destinate a scuole e turisti, si cimentavano alla fine degli anni Novanta con i beni di un vasto territorio (la provincia di Lucca, http://sacrumluce.sns.it/mv/html/sacrumluce.html e http://www.luccaterre.it/) o di un complesso monumentale come la piazza del Duomo di Pisa (http://piazza.opapisa.it) dove, grazie alla collaborazione con il laboratorio PERCRO della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, si sperimentava anche l'uso del 3D, con animazioni tese a restituire le trasformazioni del luogo nei secoli.
E’ cercando di tener presenti tutte queste sollecitanti esperienze che nel 2004 è stato istituito presso il Dipartimento di Storia e tutela dei beni culturali un Laboratorio Informatico per la Documentazione Storico Artistica (LIDA http://www.uniud.it/lida) che, inserito in un ambito umanistico, si vale dell’apporto delle competenze scientifico-tecnologiche del Dipartimento di Matematica ed Informatica. Operando in un contesto come quello friulano, in cui già esiste una solida tradizione di catalogazione informatica, testimoniata dal lavoro svolto dal Centro Regionale di Villa Manin, il LIDA si è focalizzato su settori legati alla museologia e alla storia del collezionismo, alla storia del restauro e della tutela ed a quella della critica: l’attenzione è rivolta non tanto alle opere ed agli oggetti d’arte in sé, quanto alla loro molteplice e multiforme fortuna, intesa nell’accezione più ampia.
Due sono state quindi le linee lungo le quali si sono orientate le attività del LIDA. Da un lato, si è approntata e si sta sperimentando una piattaforma di archiviazione di testi, immagini e file audiovisivi che sia in primo luogo strumento di agevole utilizzazione da parte di utenti non esperti e che permetta una personale modellazione di dati e di modalità di ricerca, in altre parole che sia funzionale alle esigenze di lavoro dei singoli studiosi (piattaforma E-Dvara; http://edvara.uniud.it/render.userLayoutRootNode.uP). Dall’altro lato, nell’ambito di un progetto finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia, si è creato il prototipo di un complesso sistema informativo territoriale che mira a promuovere la conoscenza del patrimonio artistico e storico ed a facilitarne la fruizione. Basato su uno strumento di ricerca che permette di recuperare simultaneamente informazioni presenti in vari database e di riproporle con un interfaccia semplice e facilmente leggibile, InfoBC (http://infobc.uniud.it/)prevede varie modalità di restituzione dei dati, in particolare mediante la creazione di itinerari fruibili tramite la telefonia mobile[2] oppure tramite il collegamento contestualizzato fra le banche dati e modelli 3D navigabili.
La convinzione di fondo è stata che la migliore e più duratura valorizzazione passa necessariamente attraverso una conoscenza diffusa e condivisa (dai cittadini come dai turisti) dei molteplici significati (religiosi, estetici, culturali, ecc.) delle ‘cose’ di interesse storico e storico artistico. Il quadro teorico entro cui si colloca il progetto si nutre delle riflessioni, molto vive specialmente nel dibattito architettonico e storico, sui fenomeni di trasformazione di contesti spaziali, determinati e segnati dalle stratificazioni delle memorie che vi sono depositati, sui processi di eliminazione e di accumulazioni, materiali e immateriali, e sul rapporto – sempre conflittuale – tra la tutela delle tracce fisiche del passato e le esigenze di adeguamento alla “modernità”. L’intento è stato dunque di promuovere, nel turista, ma anche nel cittadino, la consapevolezza dello spessore di significati e valori che sta dietro l’immediata percezione dei monumenti e del tessuto urbano e paesaggistico, facilitando la conoscenza delle trasformazioni cui i siti ed i contesti sono andati soggetti e proponendo una “lettura” dell’aspetto odierno di un luogo come risultato di un lungo ed articolato processo storico.
Tale intento può trovare nelle potenzialità offerte dalle tecnologie informatiche nuove occasioni per un’efficace disseminazione, a patto però che non si privilegi la spettacolarità delle soluzioni formali a discapito di un severo controllo dei contenuti e che le innovazioni tecniche non diventino portanti rispetto all’impostazione scientifica di un discorso critico ed alla correttezza dei materiali utilizzati per costruirlo. Anche la scelta di creare, nell’ambito di questo progetto, uno spazio – denominato e-tourism – dedicato alla registrazione di scelte e preferenze personali ed alla creazione di itinerari individuali è stata operata per adeguarsi alle nuove modalità di fruizione del web ed avvicinarsi ad un pubblico che con esso ormai quotidianamente interagisce, ma tenendo rigidamente separati il campo dell’offerta guidata e convalidata degli esperti da quello della libera espressione di singole predilezioni.
Una risorsa per il turismo culturale del Friuli Venezia Giulia
di Marco Mozzo
La piattaforma digitale[3]
Entrate ormai a pieno titolo nelle attività di gestione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, le tecnologie informatiche hanno conosciuto in questi ultimi anni una sempre maggiore applicazione nei settori della promozione e dello sviluppo del turismo culturale quali strumenti per la conoscenza, la divulgazione e la fruizione in grado di generare positive ricadute sul territorio anche in termini economici[4]. Allo sviluppo di questa filiera “beni culturali - tecnologia – turismo” contribuiscono programmi specifici di finanziamento europei, nazionali e regionali, a cui partecipano istituzioni, centri di ricerca e università, e una continua sperimentazione tecnologica in rapida evoluzione. L’utilizzo però delle tecnologie di ultima generazione, che puntano su un maggior coinvolgimento del pubblico sfruttando la capacità di attrarre l’interesse e la curiosità in modo talora spettacolare e suggestivo (3D, “realtà aumentata”, web 2.0), pone dei seri interrogativi sia sul piano della comunicazione sia su quello di una corretta trasmissione dei saperi.
Si tratta di una questione non secondaria che riveste un rilievo particolare soprattutto alla luce delle opportunità che dischiudono oggi i sistemi di web intelligence. Poter attivare processi di selezione intelligente per il reperimento simultaneo di risorse digitali già presenti sul web, che sappiano garantire la provenienza e il corretto uso delle informazioni, evitando la ripetitività e la frammentazione dipendenti molto spesso da dati sovrabbondanti, qualitativamente disomogenei, slegati fra loro e non sempre rispondenti alle richieste di interrogazione formulate on line, può rivelarsi una straordinaria opportunità sia per la conoscenza del patrimonio culturale sia per la ricerca scientifica. Non deve però venir mai meno la capacità di controllo di questi processi e il modo in cui le risorse digitali vengono gestite, avendo cura di saperle raccogliere, selezionare e mettere in relazione tra loro nel rispetto di una corretta interpretazione storico filologica del bene culturale e dei suoi valori materiali. Un’interpretazione che purtroppo viene spesso trascurata per compiacere una tendenza che punta a ottenere effetti sensazionalistici, “a fare colpo”, sul pubblico/visitatore/turista sminuendo e travisando il valore storico, sociale ed educativo del patrimonio culturale.
Cercando di rispondere anche a queste sollecitazioni, uno dei principali obbiettivi conseguiti dal progetto InfoBC riguarda la realizzazione di una piattaforma digitale o meta-motore di ricerca per la condivisione e l’accessibilità di contenuti consultabili via web, provenienti da data-source esterni distinti e fruibili per l’utente attraverso un unico sistema di ricerca integrato.
L’intento, particolarmente ambizioso, è quello di offrire una nuova strumentazione per la comprensione, la conoscenza e la fruizione dei beni culturali del territorio regionale in grado di restituire, insieme alle informazioni di natura catalografica, anche quei dati che possono ripercorrerne a ritroso la storia conservativa, prendendo in considerazione gli eventi storici principali (i danni subiti in seguito alle distruzioni belliche o naturali, i furti, i restauri, le esposizioni d’arte, i cambiamenti di sede), ma anche gli autori o chi si è occupato della conservazione e del restauro.
Benché la piattaforma sia pensata come “sistema aperto” alla possibilità di una continua implementazione e aggiornamento con altri contenuti, va premesso che il raggiungimento di un simile obbiettivo è stato preceduto da una attenta verifica delle risorse digitali disponibili e più compatibili con le finalità del progetto.
Un ruolo di rilievo sia da un punto di vista quantitativo, sia per la qualità delle informazioni accessibili on line, ha necessariamente rivestito il SIRPAC, il Sistema Informativo Regionale del Patrimonio storico artistico operativo dal 2005. Oltre a ospitare i dati catalografici del patrimonio culturale regionale che dal 1973 in poi il Centro Regionale di Catalogazione e Restauro di Villa Manin di Passariano continua a raccogliere e implementare seguendo gli standard della normativa nazionale ICCD, il SIRPAC permette anche una catalogazione via web in modalità partecipata e di accedere on line ai dati alfanumerici, iconografici e cartografici attraverso diverse modalità di interrogazione nel sito internet appositamente creato ed attivo dal 1997[5].
Inoltre, sono state individuate altre importanti risorse digitali in due Sistemi Informativi a disposizione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: ARISTOS e SICAR. Entrambi i sistemi sono stati adottati in via sperimentale dalla Soprintendenza dei Beni Storico Artistici ed Etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia nell’ambito del progetto nazionale per la digitalizzazione del patrimonio ARTPAST, finanziato dal CIPE e coordinato dalla Direzione Generale per l’innovazione tecnologica e la promozione, tra il 2005 e il 2007[6]. ARISTOS (Archivio Informatico per la Storia della Tutela degli Oggetti Storico artistici) è uno strumento informatico dedicato all’organizzazione e alla gestione di informazioni conservate negli archivi delle Soprintendenze relative alla storia della tutela concepita nei suoi molteplici aspetti[7]. SICAR (Sistema Informatico per i cantieri di restauro) è un gis funzionante via web[8], concepito come supporto della progettazione di un restauro e contemporaneamente come consuntivo scientifico di esso, che consente di mettere in relazione con la specifica area dell'opera cui si riferiscono le informazioni di carattere tecnico prodotte durante il restauro (metodi, materiali e strumenti usati nell'intervento, analisi chimiche, fisiche, petrografiche), incrociandole con i dati relativi alla conoscenza del bene e alla sua storia, anche residenti in altri server, primo tra tutti ARISTOS.
Oltre a far conoscere il patrimonio artistico regionale a un pubblico quanto più ampio possibile attraverso collegamenti flessibili con le risorse digitali, la scelta di adottare queste tre banche dati per dare vita a una piattaforma condivisa di informazioni risponde alla necessità di volere affermare e comunicare il significato del bene culturale come un insieme integrato di valori fra loro inscindibili. Le azioni catalografiche e inventariali (SIRPAC) sono rinsaldate con quelle riguardanti più in generale la tutela (ARISTOS, SICAR) per far emergere il significato culturale del bene, mantenendone inalterata la sedimentazione storica a beneficio non solo degli specialisti in tutela e valorizzazione o di chi è interessato a studiare le vicende della storia conservativa, ma anche del cittadino e del turista.
Partendo da questi presupposti si è proceduto alla modellazione e allo sviluppo della piattaforma grazie a una intensa attività di progettazione condotta da un gruppo di ricerca interdisciplinare[9].
Il lavoro è stato preceduto dall’analisi dei requisiti per la definizione dello schema di modellazione concettuale. Dopo aver preso in esame la strutturazione dei dati per una razionalizzazione e allineamento dei tracciati di ciascun database, si è passati alla definizione delle procedure di reperimento e “cattura” delle informazioni originarie dai data-source esterni (operazione di harvesting condotta con protocollo SOAP[10]), alla predisposizione dei metadati, il più possibile standardizzati, utili per consentire l’identificazione delle informazioni che risiedono nelle banche dati originarie, e infine, all’individuazione di quali informazioni dovevano essere restituite in uscita e secondo quali modalità (fig. 1).
Tra i possibili collegamenti che la piattaforma è in grado di operare fra le schede provenienti dalle banche dati, a titolo esemplificativo va segnalato quello che permette il riconoscimento del bene sia mobile che immobile. Il collegamento, che rappresenta il primo esempio a livello nazionale e si pone, quindi, come esperienza pilota anche per altre Regioni, è reso possibile in modalità automatica grazie a una procedura di mapping condotta su alcuni campi delle schede A, OA e F di SIRPAC, su quelle BA e BAS di ARISTOS e Bene mobile ed immobile di SICAR, strutturate secondo gli standard della normativa ICCD[11]. L’identificazione avviene tramite il codice univoco NCT, cioè il numero identificativo di dieci cifre assegnato dall’ICCD[12], sfruttando anche i riferimenti orizzontali e verticali (ROZ e RVE) qualora presenti nel caso di oggetti aggregati e complessi.
L’identificazione in automatico attraverso il codice NCT permette di procedere anche al reperimento di tutte le informazioni alfanumeriche e iconografiche correlate al bene e contenute nelle singole schede delle banche dati di provenienza, evitando possibili rischi di duplicazione. La presentazione dei dati in uscita avviene sulla base di una scelta gerarchica che tiene conto in primo luogo dei dati di SIRPAC, come fonte principale di informazione, a cui vengono integrate le risorse digitali presenti nelle altre due banche dati ministeriali.L’esito finale è una scheda di facile consultazione che contempla non solo i dati descrittivi del bene, georeferenziati su una mappa, ma anche tutte quelle informazioni riguardanti le sue vicende conservative ed espositive. Inoltre, se si tratta di bene immobile (una chiesa o un museo), ad esempio, è possibile ancheconsultare le schede di dettaglio corrispondenti delle opere mobili associate (figg. 2-8)[13].
L’elevato grado di specificità delle banche dati, adatte a una consultazione per soli esperti in gestione e tutela del patrimonio artistico[14], e l’eccessiva codifica dei contenuti hanno rappresentato uno dei principali ostacoli durante la progettazione della piattaforma soprattutto alla luce della qualità e della quantità delle informazioni da selezionare, da mettere in relazione tra loro e da rendere fruibili a diversi livelli attraverso una visualizzazione personalizzata secondo la tipologia di utenza. Anche la predisposizione di thesauri utili ad interpretare i valori dei singoli elementi presenti nelle banche dati di provenienza ha rappresentato un altro elemento di difficoltà derivante dalla molteplicità delle informazioni da gestire. Pertanto lo sforzo maggiore si è concentrato nel tentativo di semplificare e ridurre la mole dei dati originari cercando di evitare di incorrere nel rischio di una loro banalizzazione o, peggio ancora, di un travisamento. Aspetti che sono stati affrontati e risolti anche attraverso il supporto dei metadati in grado di raccogliere e normalizzare la varietà delle informazioni originarie[15].
Infine, la definizione delle modalità di ricerca e prospettazione dei dati ha rappresentato un altro capitolo importante nel lavoro di sviluppo della piattaforma. Era indispensabile che il sistema rispondesse a requisiti di semplicità e chiarezza in grado di facilitare e guidare l’utente nelle sue interrogazioni. Si è deciso di optare su due soluzioni: una più semplice “Sfoglia per località” e una avanzata che permette di lanciare interrogazioni su un numero maggiore di campi e di ricorrere all’ausilio di indici che si creano dinamicamente e a cascata restringendo il campo dell’indagine. Le maschere della “Ricerca avanzata” - ciascuna delle quali contraddistinta da campi specifici - sono in tutto quattro. Le prime due, “Bene architettonico” e “Bene storico artistico”, permettono di muoversi agevolmente alla ricerca di opere e monumenti (figg. 9-10); le restanti, “Persona/Ente” ed “Evento”, sono dedicate alla conoscenza della storia conservativa e dei suoi protagonisti. La maschera di ricerca “Persona/Ente”, ad esempio, permette di effettuare interrogazioni non solo sul nome dell’autore dell’opera, ma anche su chi è coinvolto nelle attività di conservazione e tutela: restauratori, architetti, funzionari di soprintendenza, ditte e laboratori di restauro, soprintendenze, diocesi (fig. 11). Altrettanto deve dirsi per la maschera di ricerca “Evento” attraverso cui è possibile accedere alle informazioni sulla storia conservativa di un determinato bene mobile o di un edificio e sulle persone o gli enti coinvolti, avvalendosi anche del vocabolario controllato sulle tipologie di evento (Indagine conservativa, Restauro, Musealizzazione, Esportazione, etc.).
eTourism 2.0
Accanto alla possibilità di accedere a contenuti strutturati e provenienti da banche dati dedicate al patrimonio storico artistico regionale, il progetto InfoBC ha previsto in via sperimentale la creazione di un sistema che, avvalendosi delle opportunità offerte dal web 2.0, permette agli utenti (visitatori, cittadini e turisti) di interagire fra loro per condividere esperienze di viaggio, materiali turistici, itinerari e percorsi di visita dentro e fuori le città alla scoperta del territorio del Friuli Venezia Giulia (fig. 12)[16].
Se con la piattaforma è possibile usufruire di contenuti qualificati e certificati, la creazione di una community web, denominata eTourism 2.0[17], rappresenta l’ultimo degli obbiettivi conseguiti dal progetto finalizzato al coinvolgimento diretto dell’utente, il quale può creare un ambiente interattivo dove organizzare in maniera autonoma le proprie visite culturali e scambiare le proprie esperienze e conoscenze. Chiunque può far parte della community previa autenticazione, utilizzando gli account di Facebook e Google. Una volta effettuato l’accesso, è possibile creare e visualizzare su una mappa della regione i punti di interesse, denominati con un titolo e una descrizione, con i quali i membri della community possono interagire aggiungendo altri contenuti multimediali (immagini, commenti) ed esprimendo anche un voto di preferenza che influenza la valutazione complessiva del punto di interesse (fig. 13).
I punti di interesse sono stati classificati in due tipologie “Punti Social”, ricavati sfruttando i contenuti e i contatti di altri due social network geolocalizzati più famosi come Foursquare e Gowalla[18], e “Punti Community”, che riguardano quelli creati da tutti gli utenti della community e possono essere impiegati per la creazione di veri e propri itinerari consultabili su telefonia mobile. La creazione degli itinerari, inoltre, può giovarsi dei percorsi predisposti dagli esperti nell’ambito del progetto InfoBC, consultabili sui dispositivi di telefonia mobile (i-phone e smarthphone). In particolare, visualizzando sulla mappa fino a un raggio di circa 300 metri di distanza dal punto in cui l’utente si trova i punti di interesse della community, quelli creati da altre persone appartenenti ai social network Foursquare e Gowalla e, infine, quelli realizzati dagli esperti, ogni membro della community può realizzare itinerari personalizzati.
Il sistema prevede la possibilità di memorizzare le informazioni culturali, ma anche quelle di tipo turistico (ad esempio pernottamenti, prezzi e orari di visita dei musei, punti di ristoro, manifestazioni, eventi culturali, curiosità etc...) e le attività svolte da ciascun utente della community che possono essere utilizzate da altri membri e arricchite con ulteriori suggerimenti e pareri, oltre ad essere visualizzate su dispositivi di telefonia mobile tramite l’applicazione sviluppata per il progetto InfoBC[19]. L’idea in prospettiva è quella di predisporre un sistema che si alimenta e cresce in modo autonomo integrandosi perfettamente con la guida multimediale creata dagli esperti.
Uno strumento di conoscenza
di Martina Visentin
Fin dalle prime stesure, il progetto InfoBC si è posto obiettivi di comunicazione dei saperi relativi al patrimonio storico artistico attraverso strumenti e contenuti adatti all’esperto (anche fuori dal suo contesto professionale), al conoscitore, all’appassionato, ma anche alla persona semplicemente interessata o – come si auspica – da ‘interessare’.
Del resto le stesse banche dati specialistiche non sempre risultano di facile consultazione neanche da parte degli esperti. È tutt’altro che scontato che l’addetto alla catalogazione – in Friuli Venezia Giulia chi lavora cioè a SIRPAC – abbia consuetudine con le banche dati adottate dalle Soprintendenze, ARISTOS e SICAR. O viceversa. Si tratta di informazioni complesse, non sempre facili da strutturare: grande quantità di dati, con molteplici e stratificati livelli di relazione per descrivere il bene e raccontarne la storia (e il presente) di gestione e conservazione.
A una esigenza di semplificazione e di immediatezza risponde quindi primariamente il motore di ricerca messo a punto da InfoBC, strumento di grande utilità per la ricerca e la gestione, quel primo elemento di interazione concreta tra informatica e beni culturali di cui parla Donata Levi. Si tratta di uno strumento rivolto allo studioso, al funzionario di soprintendenza e al restauratore, all’amministratore, al personale di musei, o comunque a una tipologia ancora ristretta di utenti. Malgrado lo sforzo - e gli esiti - di sintesi delle informazioni, il motore di ricerca richiede infatti un tipo di interesse e una motivazione all’interrogazione che ancora rimangono in gran parte limitati a un pubblico di conoscitori. D’altra parte in nessuna maniera InfoBC intende sostituirsi alle singole banche dati, alle quali il sistema rimanda – con eventuali filtri di password – per la consultazione delle informazioni nella loro complessità: dalla descrizione del bene, alla visione sul proprio desktop di documenti magari conservati in archivi fisicamente lontani o di difficile accesso, come di informazioni - ancora ad esempio - di tecniche e di materiali di un recente restauro.
Più difficile raggiungere un pubblico nuovo. A tale tipologia di utenza, o comunque a un pubblico quanto più ampio possibile, il progetto InfoBC guarda con lo sviluppo di strumenti in grado di valorizzare il patrimonio come risorsa, elemento di processi integrati di sviluppo del territorio, che siano di qualità e sostenibili. A tale ambiziosa prospettiva appartengono anche le finalità di comunicazione dell’attività della pubblica amministrazione, in particolare relativamente alla gestione del patrimonio, quale elemento fondante di identità e di appartenenza, in Italia forse più che in altri contesti nazionali. Del resto nell’efficacia della comunicazione si individua lo strumento privilegiato per il sempre invocato miglioramento dei processi di circolazione della cultura e della conoscenza del patrimonio, con particolare attenzione alla dimensione storica.
Nella struttura di InfoBC a tali finalità hanno risposto le diverse modalità di restituzione e consultazione dei dati, a partire dal portale web, contenitore ed illustrazione delle diverse componenti e servizi del progetto, passando per lo sviluppo di modelli 3D e di prodotti per la telefonia fino alle funzioni della community e-Tourism 2.0.
Una delle unità di sperimentazione e ricerca attive in InfoBC ha coordinato il lavoro di ingegneri, informatici e storici dell’arte per la realizzazione di modelli 3D navigabili di importanti complessi monumentali della regione. La nuvola di punti rilevata a cura degli esperti ingegneri del Dipartimento di Georisorse e Territorio attraverso tecnologia laser scanner (Terrestrial Laser Scanning TLS) integrata con camera digitale fotogrammetrica ha fornito i dati, i milioni di punti che rappresentano gli interni degli edifici individuati per la sperimentazione, la Chiesa di Sant’Antonio Abate a San Daniele del Friuli con i celebri affreschi di Pellegrino e il pavimento musivo della Basilica di Aquileia. I dati oggetto del rilievo laser scanner, elaborati e modellati, hanno fornito la struttura delle informazioni in seguito ‘colorate’ con le immagini fotogrammetriche digitali che danno ora la possibilità di navigare ed interagire in uno spazio tridimensionale[20]. Da una parte il dato ingegneristico, oggetto di una misurazione che senza precedenti interessa due dei principali monumenti del Friuli fornendo un dato di grande importanza soprattutto dal punto di vista conservativo – e qui ancora quella gestione di cui si parlava -, dall’altra nella versione navigabile per il web l’applicazione delle tecnologie informatiche per lo sviluppo di modelli destinati alla divulgazione. Al lavoro degli ingegneri[21] si è affiancato infatti quello degli informatici che alla precisione, e alla ‘pesantezza’, dei dati del rilievo hanno offerto le funzioni di VEX, strumento per la gestione e la fruizione di contenuti in ambienti 3D[22].
Nessuna ricostruzione ipotetica, e nessuno dei suoi rischi, da una parte. Dall’altra un unico spettacolo, quello del monumento, quello che si deve al valore delle testimonianze artistiche del patrimonio nazionale, anche nelle periferie: la meraviglia nell’arrivare ad un palmo di naso dagli affreschi di Pellegrino a San Daniele, o di ‘camminare’ sui mosaici del IV secolo ad Aquileia.
Per quanto riguarda i contenuti, InfoBC aggiunge alla modellazione del dato numerico del rilievo le suggestive possibilità offerte dalle tecnologie per i modelli 3D. Così, in particolare per gli affreschi di Pellegrino, si propone l’integrazione tra i modelli navigabili – e tutte le implicazioni anche ludiche che essi permettono – e i contenuti delle banche dati specialistiche, che interrogate automaticamente cercano di rispondere all’ambizioso obiettivo di restituire lo spessore storico della realizzazione degli affreschi e della loro storia di conservazione e restauro (figg. 14-16)[23].
Di questi anni, in un progetto di valorizzazione del patrimonio, non potevano certo mancare le sperimentazioni per la telefonia, estensione contemporanea del fare e del pensare, anche in materia di beni culturali. E tanto centrale nel nostro tempo deve essere lo strumento della telefonia mobile che, pur avendone previsto l’impiego all’avvio del progetto nel 2008, nel corso della ricerca si è assistito al rapido avvicendarsi della leadership dei produttori e dei vari modelli, e con essi delle funzioni e delle opportunità fino alle oggi necessarie Apps. Si giunge così alla fine del progetto con lo sviluppo di un’applicazione per gli iPhone, gli iPad e i telefoni Android. In linea con quanto sta avvenendo nelle capitali nell’ambito della promozione e della valorizzazione dei beni culturali[24], se non anche con qualche anticipo, l’Università di Udine ha sviluppato uno strumento che si distingue da molti altri prodotti simili perché frutto della collaborazione quotidiana tra informatici e storici dell’arte. È il dialogo faticoso, quanto necessario, tra lo strumento e i contenuti - e con essi la specificità di una disciplina, la complessità della gestione dei formati diversi delle informazioni (il testo, le immagini, l’audio, insieme alle funzioni di ricerca del web) - che rendono interessante l’uso dei telefoni come guida contestuale rispetto alla tradizionale stampa cartacea. Come in molti dei prodotti analoghi, il sistema applica le funzioni GPS per il riconoscimento della posizione e dei movimenti dell’utente. Il telefono è in grado così di fornire contenuti contestuali, suggerendo la prossima tappa dell’itinerario prescelto o, se è ancora un viaggiatore al quale in qualche maniera piace perdersi, i punti di interesse da raggiungere a pochi passi[25]. Diversa la soluzione applicata invece negli interni, dove le funzioni del posizionamento dell’utente sono state realizzate con l’applicazione dei comuni QR-code: è l’utente stesso a segnalare la propria posizione riprendendo il codice grafico, immagine che è link alla descrizione di un’opera o all’illustrazione di un snodo significativo di un’esposizione, ad esempio[26]. I contenuti, frutto della ricerca di storici dell’arte e modellati ad hoc per le possibilità offerte dalle caratteristiche dei supporti mobili, sono gestiti direttamente nel web[27] , permettendo così facilità e immediatezza nel caricamento, nella gestione, nell’aggiornamento oltre che il collegamento con i più comuni servizi di ricerca (Wikipedia, Flickr, Picasa, Youtube)[28].
Il risultato è uno strumento certo non neutro, una modalità per la proposta e la consultazione dei contenuti che fa preferire le immagini ai testi, la parola ascoltata a quella letta. È un mezzo però ricco di suggestioni, che ad esempio nelle funzioni touch dei telefoni delle ultime generazioni offre una maniera efficace per rappresentare quello stratificarsi delle cose di cui la storia - e la storia delle arti in particolare - intende dare conto. Quell’usabilità, spontanea e immediata, cui negli ultimi anni tendono in maniera caratterizzante le ricerche sull’interazione uomo-computer.
Sapere è piacere
di Elisa Bertaglia
Riflettendo sul titolo che meglio si adattasse al mio contributo, posto a chiusura della presentazione del progetto InfoBC, mi è sembrato che Sapere è piacere fosse quello maggiormente rispondente alla situazione. La mia partecipazione all’iniziativa ha previsto la realizzazione di tre itinerari turistici della città di Udine, fruibili da cellulari di ultima generazione con sistemi operativi adeguati, dimensioni maggiori e display avanzati. Aspetti che hanno cambiato la modalità di interazione con l’oggetto telefono, oramai utilizzato non solo per gestire le comunicazioni personali, ma anche per ottenere contenuti scelti dal soggetto.
Il lavoro si è articolato in tre fasi: individuare i possibili itinerari turistici per la città di Udine, approfondire le conoscenze degli argomenti proposti come punti del percorso (fig. 17), secondo i criteri della ricerca scientifica, ed infine svilupparli nelle modalità previste dallo strumento. Detto in termini operativi si è trattato di tradurre il piacere dello studio di un bene culturale nella forma dell’applicazione informatica. Questa prassi ha assicurato la correttezza e scrupolosità dei dati inseriti e allo stesso tempo si propone di stimolare l’interesse e la curiosità dell’utente, che nel processo di visita giunge a ritroso alla nozione di bene culturale (fig. 18).
I criteri della ricerca scientifica, da cui inizia la prima fase, hanno permesso la conoscenza approfondita dello spazio urbano e del bene culturale, relativamente non solo ai dati minimi corretti identificativi, come autore, data, titolo e tecnica, ma anche di informazioni e contenuti supplementari, che riguardano il luogo, come la toponomastica, gli aspetti sociali, economici e le curiosità, elementi cioè in grado di restituire la loro storia culturale. Se si considera il patrimonio una stratificazione di significati ed aspetti, si potrebbe dire che impossessarsi della sua storia corrisponde a scoprire gli elementi che lo rendono tanto speciale, riconoscendo anche quelli segreti, meno noti o non più noti, ma tali da rendere unica un’opera d’arte ed un luogo. Una volta individuati questi elementi, non rimane che decidere e scegliere quali rivelare in una composizione nuova, che seppur parziale avrà parte di quella specialità. La nuova composizione si baserà sull’architettura dell’informazione data, poiché partendo dai dati minimi corretti, si aggiungeranno tante ulteriori parti, quante sono i singoli aspetti che si vogliono trattare. A questo punto l’utente deciderà autonomamente il proprio livello di conoscenza del bene e del luogo, iniziando dalla lettura della presentazione, e aggiungendo solo le parti di suo interesse, per giungere in questo modo ad una personale ri-costruzione della storia culturale di quel bene o luogo che ha scelto di conoscere (fig. 19-21). I passaggi sono dunque questi: decostruire la storia di un bene per comprenderlo, riproporlo in una composizione nuova, ritenuta idonea a qualificare la nozione di bene culturale, e lasciare che l’utente liberamente scelga quale ri-costruzione portare con sé. Questa la sfida, questa la parte avvincente del lavoro.
Presentazione e sezioni si basano sul fondamentale binomio di testo ed immagine, ma a questo si aggiungono le possibilità offerte dallo strumento informatico, con spazi virtuali dedicati alla galleria di immagini e a contenuti audio e video. Ecco dunque che alcune di quelle fonti utilizzate per decostruire la storia del bene o del luogo, come le testimonianze orali, possono essere riproposte in forma ridotta come contenuti video o audio. Come accennavo in precedenza i display dei cellulari di dimensioni discrete, che consentono di ruotare l’orientamento di un’immagine, offrono la visione dettagliata di una fotografia d’epoca o i particolari di una mappa, in una costante interazione tra l’utente, il mezzo ed il contenuto. Nulla deve essere lasciato al caso. La presentazione grafica deve essere curata e l’utente si deve muovere attraverso il piacere delle scoperta. Ed infatti anche la successione dei punti di interesse, ove possibile, è un graduale accompagnamento e crescendo di informazioni alla conoscenza di bene culturale, della sua storia e di quello della città.
I percorsi da me proposti hanno cercato di considerare gli aspetti che rendono stimata Udine, in particolare: la presenza di numerose e importanti opere d’arte di Giambattista Tiepolo e del figlio Giandomenico, che hanno valso alla città l’appellativo di “Città del Tiepolo”; hanno considerato gli aspetti della storia locale che connotano lo spazio urbano, ma che rischiano di cadere nell’oblio, se su di essi non si richiama la memoria, con il percorso dell’Archeologia Industriale; hanno creato un immaginario viaggio nel passato, che inizia da una passeggiata tra vie e piazze, presentando Udine oggi, per condurre il visitatore nella città alla fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento (fig. 22-23). Per questi ultimi due itinerari fondamentale è stato lo strumento informatico. In particolare, nel caso dell’itinerario sull’Archeologia Industriale, luoghi o fabbriche scelte come tappe, oggi inaccessibili perché dismesse o pericolanti, o peggio sostituite da improbabili recuperi o definitivamente abbattute, hanno potuto essere virtualmente visitate attraverso il corredo di immagini e documentari video. Anche nel caso del viaggio nel tempo l’informatica ha reso possibile uno spostamento nel passato. Decostruita la storia del luogo, via o piazza, ri-costruita la nuova proposta secondo lo schema Udine – oggi/ Udine – ieri/ la toponomastica, lo strumento informatico consente una visione simultanea, attraverso un ricco patrimonio fotografico d’epoca, che immerge il visitatore nel clima di Udine a fine Ottocento (fig. 24-27), Udine protagonista durante gli eventi della Prima Guerra Mondiale (fig. 28-32), Udine e la sua modernità durante il Ventennio fascista, preludio della fine di un’era (fig. 33); consente la comprensione di quel luogo e delle sue tradizioni linguistiche e popolari.
Gli itinerari percorsi dall’utente locale suscitano i ricordi delle narrazioni dei propri avi, testimoni diretti di quegli anni o della fabbrica del centro cittadino, ne impediscono la perdita di memoria e consapevolezza, richiamano l’attenzione a quel luogo, accendono nuovamente la luce su quel particolare ormai scontato (fig. 34-35). Lo stesso itinerario percorso del forestiero permette di instaurare naturali parallelismi con la propria città, con la stessa acciaieria o la stessa filanda, ricucendo e tessendo i fili della storia nazionale. Se poi si ha la fortuna che anche solo una di quelle fabbriche si sia guadagnata una fama nazionale, allora prevale lo stupore nel vederla nella città di Udine. È il caso della famosa Birra Moretti, che impianta il proprio stabilimento produttivo nel 1859 (fig. 36-41). Anche se ormai lo stabilimento è stato distrutto ed il marchio fa parte del gruppo Heineken, nell’immaginario comune il nome è collegato allo slogan pubblicitario del “Baffo d’oro” (fig. 42). Parte di quella letteratura grigia ritrovata, come pubblicità, sottobicchieri o cataloghi dei prodotti, è stata utilizzata e riproposta come curiosità (fig. 43-44).
Lo strumento informatico e i contenuti scelti mirano quindi a promuovere un turismo culturale “accreditato”, che sappia scegliere tra un’offerta sempre più ampia, ma a volte di dubbia qualità, e sia consapevole della stratificazione culturale di un bene.
Didascalie
1) Schema grafico - Piattaforma di ricerca
2) Screenshot risultati “Bene Architettonico”, per la ricerca “chiesa” a San Daniele del Friuli
3) Screenshot, scheda di dettaglio “Bene Architettonico”, Chiesa di Sant'Antonio Abate, San Daniele del Friuli
4) Screenshot, scheda di dettaglio “Bene Architettonico”, Chiesa di Sant’Antonio Abate, San Daniele del Friuli, visualizzazione risultati beni mobili associati
5) Screenshot, scheda di dettaglio“Bene Architettonico”, Castello di Udine
6) Screenshot, scheda di dettaglio “Bene Architettonico”, Castello di Udine, visualizzazione risultati beni mobili associati
7) Screenshot, scheda di dettaglio “Bene Storico Artistico”, Ludovico Thanner, Vesperbild, visualizzazione elenco vicende conservative
8) Screenshot, scheda di dettaglio “Bene Storico Artistico”, Ludovico Thanner, Vesperbild, visualizzazione elenco vicende conservative
9) Screenshot, “Sfoglia per località”, risultati per la ricerca “Castello di Udine”
10) Maschera di ricerca avanzata “Beni Architettonici” con vocabolario controllato delle tipologie del campo “Di che tipo”
11) Maschera della ricerca avanzata “Persone/Ente”, con visualizzazione dei risultati per la ricerca “Tiepolo”
12) Screenshot, pagina di accesso alla community web eTourism 2.0
13) Screenshot , Home page di eTourism 2.0
14)Screenshot, ricostruzione 3D, interno chiesa di Sant’Antonio Abate a San Daniele del Friuli
15)Screenshot, ricostruzione 3D, interno chiesa di Sant’Antonio Abate a San Daniele del Friuli
16)Screenshot, ricostruzione 3D, interno chiesa di Sant’Antonio Abate a San Daniele del Friuli
17) Screenshot, Itinerario Udine com’era, elenco dei punti di interesse.
18) Screenshot, Home page della Guida di Udine.
19) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “S.A.F.A.U. – Via Lumignacco”
20) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “S.A.F.A.U. – Via Lumignacco”, elenco sezioni
21) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse S.A.F.A.U., sezione “La prima colata di acciaio”
22) Screenshot, Guida di Udine, elenco degli itinerari guidati
23) Screenshot, Itinerario Udine com’era, indicazioni sulla modalità di svolgimento del percorso
24) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Piazza XX Settembre”
25) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Piazza XX Settembre”, elenco sezioni
26) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Piazza XX Settembre”, sezione “Come’era”
27) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Piazza XX Settembre”, sezione “Curiosità”
28) Screenshot, Itinerario Udine com’era, elenco punti di interesse in Via Mercatovecchio
29) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Palazzo Sacchia”
30) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Palazzo Sacchia”
31) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Palazzo Sacchia”, sezione “Com’era”
32) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Palazzo Sacchia”, sezione “Com’era”
33) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Visita del Re Vittorio Emanuele III, ottobre 1924
34) Screenshot, Itinerario Udine com’era, elenco dei punti di interesse alla fine di Via Gemona
35) Screenshot, Itinerario Udine com’era, punto di interesse “Via Molin Nascosto da Via Gemona”
36-37) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, elenco dei punti di interesse in Piazzale XXVI Luglio
38) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Corte secondaria per la movimentazione della merce
39) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Tettoia per veicoli e materiali
40) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Vasca di raffreddamento dopo la cottura con il luppolo
41) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Sala di lavatura e d’imbottigliamento automatico
42) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Pubblicità de “Il Baffo d’oro”
43) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Pubblicità negli anni Trenta
44) ) Screenshot, Itinerario Archeologia Industriale, punto di interesse “Birrificio Moretti – V.le Venezia”, Image Gallery, Sottobicchiere con il marchio della birra e stemma della città di Udine
[1] Il testo ripropone, con qualche correzione ed aggiornamento, un contributo già pubblicato ne Le scienze dell’uomo componenti essenziali dell’unità dei saperi (Atti del Convegno, Udine, 14 ottobre 2005), Pasian di Prato, Ribis, 2006, pp.5-7.
[2] Il progetto InfoBC. Informatica e web per i beni culturali (http://infobc.uniud.it/) è stato promosso dall’Università di Udine in collaborazione con Friuli Innovazione. Centro di Ricerca e di Trasferimento Tecnologico e con la Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia. Il progetto ha coinvolto i dipartimenti di Ingegneria Civile e Architettura, di Matematica e Informatica, di Storia e Tutela dei Beni Culturali.
[3]Desidero ringraziare Clara Baracchini e Massimiliano Valotto per i suggerimenti e le segnalazioni ricevuti durante la preparazione di questo contributo.
[4]L’Italia che verrà. Industria culturale, made in Italy e territori, a cura di Fondazione Symbola e Unioncamere, presentato il 30 giugno 2011 in occasione del seminario La bellezza del futuro, cultura innovazione, qualità talenti e territori, consultabile all’indirizzo http://www.symbola.net/html/article/LItaliacheverra.
[5] Nell’ambito della sperimentazione di InfoBC, il LIDA ha siglato una lettera di intenti con il Centro Regionale di Catalogazione e Restauro di Villa Manin di Passariano per l’accesso ai contenuti digitali di SIRPAC attraverso WebService.
[6] ARTPAST (Applicazione Informatica in rete per la Tutela e la valorizzazione del Patrimonio culturale nelle aree Sottoutilizzate), progettato e diretto da Clara Baracchini e attuato dalla Soprintendenza di Pisa con la consulenza scientifica della Scuola Normale di Pisa e dell'ICCD,si è svolto tra il 2005 e il 2008. Insieme alla Soprintendenza di Pisa, il LIDA ha svolto a livello nazionale un ruolo di supervisione scientifica, di verifica e controllo dei dati, di aggiornamento e arricchimento di Aristos e di coordinamento delle Soprintendenze PSAE e BAPPSAE del Friuli Venezia Giulia, del Veneto, della Basilicata e della Puglia. In particolare la Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia, sotto la responsabilità scientifica di Rossella Fabiani, ha partecipato alla sperimentazione di ARISTOS focalizzando l’attenzione sulla documentazione relativa agli interventi post terremoto (http://www.artpast.org). In qualità di partner del progetto InfoBC, la Soprintendenza PSAE del Friuli Venezia Giulia si è impegnata nel popolamento delle banche dati ARISTOS e SICAR.
[7] Il programma Aristos è stato sviluppato dalla società Mbigroup di Pisa in collaborazione con la Soprintendenza BAPPSAEper le Province di Pisa e Livorno, la cattedra di Storia della critica d'arte della Facoltà di Lettere dell'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa(http://aristos.mbigroup.it).
[8] SICaR, invece, sviluppato dalla società Liberologico, è stato testato per la schedatura dei restauri alla facciata della chiesa di Sant’Antonio Abate eseguiti dalla Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia tra il 2002 e il 2003 (http://sicar.mbigroup.it/sicar_welcome/).
[9] Sviluppo, modellazione e grafica sono a cura del Laboratorio di Intelligenza artificiale dell’Università degli Studi di Udine, in particolare di Massimiliano Valotto, Alessio dal Bianco e Paolo Omero. Affiancamento nelle fasi di progettazione, analisi del dominio e predisposizione delle interfacce sono a cura di chi scrive. Consulente per l’architettura informatica è stato Paolo Coppola, mentre per la parte umanistica il lavoro è stato coordinato da Marco Mozzo e Martina Visentin.
[10] Acronimo che sta per Simple Object Access Protocol. La scelta di adottare il protocollo SOAP dipende dal suo grado di estendibilità e dalla sua capacità di poter operare su differenti protocolli di rete. La piattaforma interroga in modo opportuno le banche dati originarie allo scopo di estrarre le schede dei beni storici di interesse e le salva temporaneamente in un data repository locale.
[11]Ciascuna banca dati dispone di un WebServicedi tipo SOAP che permette alla piattaforma di effettuare ricerche incrociate.
[12]Il codice NCT presente in SIRPAC è stato assegnato in modo provvisorio dal Centro di Catalogazione e Restauro di Villa Manin di Passariano in attesa che l’ICCD provveda all’invio dei codici di riferimento nazionali.
[13]L’accesso alla piattaforma è dal sito InfoBC, http://infobc.uniud.it/progetto/attivita/ricerca. Al momento il funzionamento della piattaforma è sospeso in previsione di definire con il Centro Regionale di Villa Manin di Passariano le modalità di consultazione dei beni mobili ecclesiastici che, a seguito del recente protocollo d’intesa firmato dalla Regione Friuli Venezia Giulia con la CEI, impone di mascherare alcune informazioni del bene.
[14]Il SIRPAC risponde a esigenze legate alle attività di inventariazione e catalogazione promosse dal Centro Regionale di Villa Manin di Passariano. ARISTOS e SICaR nascono in primo luogo dalle necessità che maturano nell’ambito di una Soprintendenza come strumenti per la gestione degli archivi testuali e visivi o per la schedatura digitale della documentazione prodotta nel corso dei cantieri di restauro.
[15]Il metamotore estrae dalle schede originarie dei metadati per ricercare beni mobili ed immobili, autori, persone, eventi; normalizzare i dati inseriti al fine di poterli visualizzare in un formato standard; identificare relazioni fra schede dati di tipo diverso; identificare relazioni fra schede dati provenienti da archivi diversi. I metadati estratti, memorizzati in un data repository locale, non usano un formato particolare e vengono impiegati solo per uso interno, in particolare per le ricerche e le relazioni.
[16]La progettazione e lo sviluppo del sistema sono a cura di Danny Mischis in collaborazione con Mobe srl, spin off dell’Università di Udine, la consulenza scientifica di Paolo Coppola e del Laboratorio Informatico per la Documentazione storico Artistica (LIDA).
[17] Per iscriversi e visitare il social network occorre collegarsi alla pagina del sito InfoBC “Inserisci i tuoi contenuti e partecipa alle conservazioni”: http://infobc.uniud.it/progetto/attivita/condivisione.
[18] Come noto, entrambe queste applicazioni sono social network che sfruttano la geolocalizzazione tramite GPS e sono disponibili su applicazioni per dispositivi mobili e web per condividere informazioni e contenuti su punti di interesse creati da altri utenti della community.
[19] L’applicazione è denominata Context Aware Browser (CAB). Per informazioni http://www.mobe.it/modx/index.php?id=107.
[20] Per i dati tecnici rimando ai contributi oggetto di pubblicazioni e partecipazione a convegni nazionali e internazionale di L. Ieronutti, E. Mean, R. Ranon, E. Siotto, D. Visintini. In particolare segnalo: D. Visintini, E. Siotto, E. Menean,3D Modeling of the St.Anthony Abbot Church in S.Daniele Del Friuli (I): from Laser Scanning and Photogrammetry to VRML/X3D Model, in The International Archives of the Photogrammetry, remote sensing and spatial information sciences, vol. XXXVIII, part 5/W1, 2009, pp. 1-8; D. Visintini, E. Siotto, E. Menean, Dalle misure laser scanning e fotogrammetriche al modello VRML/X3D della Chiesa di Sant’ Antonio Abate a San Daniele del Friuli (UD), in Atti del Convegno Nazionale della SIFET, Mantova, 24-26 giugno 2009, p. 1-2; E. Siotto, D. Visintini, 3D texture modeling of an important cycle of Renaissance frescoes in Italy, inProceedings of the SCCH 2009 - Scientific Computing for Cultural Heritage, University of Heidelberg, 2009; L. Chittaro, D. Visintini, L. Ieronutti, E. Siotto, R. Ranon, A High-Level Tool for Curators of 3D Virtual Visits and its Application to a Virtual Exhibition of Renaissance Frescoes, in Proceedings of VAST 2010: 11th International Symposium on Virtual Reality, Archaeology and Cultural Heritage. Paris, 21-24 settembre 2010, pp. 147-154; D. Visintini, Surveying, Modeling and Navigating the Theodorian Mosaic Floor of the Aquileia Basilica, in Proceedings of the 1st Workshop "The New Technologies for Aquileia" NTA-2011. Aquileia, 2011, pp. L-1-L-11.
[21] Domenico Visintini, in particolare con la collaborazione di Elena Menean, per il Dipartimento di Georisorse e Territorio dell'Università di Udine.
[22] VEX è stato sviluppato dal Laboratorio di Interazione Uomo Macchina dell'Università di Udine. In particolare hanno collaborato per lo sviluppo dei modelli 3D Lucio Ieronutti e Roberto Ranon. (http://hcilab.uniud.it/index.html).
[23] Nella ricostruzione dell’intero dell’edificio sono stati predisposti sia visite libere sia itinerari con contenuti ad hoc integrati opportunamente con i link alle banche dati.
[24] In questi giorni ad esempio la notizia sulla stampa dell’avvio di un servizio di utilizzo del telefono come guida contestuale negli ambienti dei Musei Capitolini.
[25] Numerosi itinerari sono stati sviluppati per i principali centri della regione: Trieste (Il Colle di San Giusto, Le Rive, A Trieste con Camillo Boito); Udine (Archeologia Industriale, Udine com’era, Tiepolo, Sviluppo urbano ai tempi del Patriarca Bertrando, Architettura a Udine nel Novecento); Aquileia (Aquileia paleocristiana e cristiana, Aquileia romana: la vita pubblica); Parco Archeologico la Terra dei Castelli; Cividale del Friuli; Gemona del Friuli; Venzone; Lignano Sabbiadoro)
[26] L’applicazione delle funzioni dei QR-code si è resa necessaria negli interni dove non funziona il GPS. In particolare nell’ambito del progetto InfoBC il sistema è stato sperimentato nel 2010 a Udine negli ambienti del Castello sede della mostra dedicata al Tiepolo: Giambattista Tiepolo tra scherzo e capriccio. Disegni e incisioni "di spiritoso e saportissimo gusto".
[27] Il software Context Aware Browser è stato sviluppato da SMDC Lab dell’Università di Udine presso il quale collaborano Luca Castenetto, Mauro Mennazzi, Danny Mischis, Paolo Zuliani.
[28] Il collegamento con i diversi servizi di ricerca risponde alle linee più aggiornate della ricerca informatica indirizzate all’integrazione tra contenuti specialistici e informazioni generiche presenti sul web.
