di Gabriele Fattorini
ABSTRACT: In November 1490 Francesco di Giorgio Martini (Siena, 1439-1501) was in the service of the Lord of Bracciano Gentil Virginio Orsini for twenty days. Although impossible to recognize certain results, this attested presence provides an opportunity to try to consider how – before and after this date – the modern language of Francesco di Giorgio circulated in the complicated network of the territories set under the feudal jurisdiction of many different branches of the Orsini family: from Abruzzi (see the fortresses of Scurcola Marsicana and Avezzano built by Gentil Virginio, or some “ornato” sculptures of the Palace of Tagliacozzo commissioned by his predecessors and derived from the activity of Martini in Urbino) to Pitigliano (see the fresco cycle painted in the early seventies inside the palace of the Lord and a series of “ornato” sculptures made in 1490 by the workshop of the Sienese Giovanni di Stefano, both under the patronage of Niccolò III Orsini). The Tomb of Giovan Francesco Orsini in the Cathedral of Spoleto, carved by Ambrogio Barocci in 1498-1502 by order of Niccolò III Orsini, is also to mention in this context.
Nel novembre del 1490 Francesco di Giorgio Martini (Siena, 1439-1501) fu per venti giorni al servizio del signore di Bracciano Gentil Virginio Orsini, che lo aveva chiamato per progettare la nuova fortezza del vicino castello di Campagnano, approfittando dell’occasione per richiedere consulenze quanto ad “alchune altre cose” a lui “necessarie” in questi lochi”[1].
Ubicato a poche miglia da Bracciano, Campagnano era stato venduto dal Senato romano agli Orsini nel 1410 e nel 1485 era stato danneggiato e incendiato dai Colonna, nell’ambito di uno degli innumerevoli episodi di sangue che andarono a macchiare il secolare conflitto che oppose le due grandi casate romane, riaccesosi negli ultimi tempi del pontificato di Sisto IV e nei primi anni di quello del successore Innocenzo VIII. Francesco di Giorgio, evidentemente, fu chiamato per porre rimedio ai danni conseguenti l’attacco e, molto probabilmente, per adattare quanto restava delle antiche fortificazioni alle nuove esigenze difensive imposte dall’utilizzo delle armi da fuoco. Pur certi dell’antica rilevanza strategica del sito, al riguardo possiamo fare soltanto delle ipotesi, perché il castello è andato completamente distrutto e al suo posto sorge oggi il Palazzo Comunale. L’intenzione di Gentil Virginio di “edificare fortellezze in Campagnano” è comunque attestata anche dalla lettera che Bartolomeo da Bracciano, suo ambasciatore a Roma, gli inviava il 3 febbraio 1491, avvertendolo che la Camera Apostolica aveva intenzione di scrivergli per ricordare che “in terre subjecte a la Chiesia non se possa edificare sine licentia pontificis” e invitarlo quindi a chiedere la debita autorizzazione, prima di avviare i lavori[2]. Quando giunse a Bracciano, Francesco di Giorgio era una delle più eminenti personalità dell’Italia artistica del tempo; ancor più che per le qualità di pittore e scultore, i signori dell’Italia del tempo lo richiedevano per le sue straordinarie e ben note capacità di architetto e ingegnere, basta qui ricordare che pochi mesi prima, per volontà di Gian Galeazzo Maria Sforza e di Ludovico il Moro, aveva soggiornato a Milano per offrire consulenze per la progettazione del tiburio del Duomo, recandosi inoltre a Pavia, insieme con Leonardo, per ispezionare il cantiere della Cattedrale[3]. La missione era stata autorizzata dal governo di Siena, controllato allora da una oligarchia che rappresentava una precisa emanazione del così detto “Monte dei Nove”: la fazione antipopolare che nel 1487 era rientrata definitivamente in città, riuscendo a prendere il potere. Con i più eminenti membri della fazione “novesca”, primo tra tutti il futuro signore di Siena Pandolfo Petrucci, Francesco condivideva amicizia e interessi e proprio questo epocale cambiamento politico doveva averlo convinto a rientrare in patria da Urbino. Come insegna la trasferta milanese, nell’ultima fase della sua lunga attività Francesco di Giorgio seppe essere anche una sorta di vero e proprio ambasciatore del nuovo establishment senese[4]. Negato il 3 novembre 1490 al prefetto di Roma Giovanni della Rovere, l’architetto fu concesso invece il giorno successivo a Gentil Virginio Orsini per un periodo di dieci giorni (che sarebbero però diventati venti)[5].
La corte di Bracciano non era certo confrontabile, per prestigio e ricchezza, con quella di Milano; unico figlio di Napoleone Orsini, Gentil Virginio (documentato dal 1463 – Napoli 1497) rappresentava comunque uno dei maggiori esponenti di una delle principali casate della nobiltà romana che, attraverso i molti rami del suo albero genealogico, vantava una rete di piccoli domini signorili soprattutto nei dintorni di Roma, era stata capace di legarsi con alcuni dei massimi lignaggi d’Italia (ricordo per tutti il caso di Clarice Orsini del ramo di Monterotondo andata in sposa a Lorenzo il Magnifico) e di specializzarsi nel mestiere delle armi, vantando alcuni dei più celebri comandanti militari della penisola. A ciò va aggiunto che, a queste date, Gentil Virginio poteva essere ben considerato come il più potente dei baroni romani, annoverando tra i suoi possedimenti anche la contea di Tagliacozzo e gli annessi feudi marsicani: un piccolo stato signorile bipolare (allargato nel 1492 anche alla contea di Anguillara e ai castelli di Cerveteri, Monterano, Viano, Rota e Ischia) e strategicamente fondamentale per il controllo del Patrimonium Petri e delle vie di comunicazione con il meridione aragonese. Già appartenuta a suo padre, la contea di Tagliacozzo era stata restituita a Gentil Virginio nel 1484 dal re di Napoli Ferrante d’Aragona, dopo una breve parentesi durante la quale era stata assegnata agli odiati Colonna. Con la riconsegna delle terre abruzzesi Gentil Virginio divenne un fedelissimo di re Ferrante e, in conseguenza del matrimonio tra il suo erede Gian Giordano e Maria Cecilia d’Aragona figlia naturale del sovrano partenopeo (15 aprile 1487), ebbe quindi il privilegio di portare il cognome e l’arme degli Aragonesi: il 5 settembre 1489 giunse inoltre la nomina a capitano generale dell’esercito napoletano. Per il rampollo di casa Orsini formatosi nella Napoli di Giovanni Pontano (che però non avrebbe avuto un’ottima opinione di lui), era il culmine di una carriera di condottiero iniziata inevitabilmente sotto il vessillo aragonese (aveva sposato Isabella, figlia di Raimondo Orsini principe di Salerno ed Eleonora d’Aragona): nel 1463 si era conquistato l’ordine dell’Ermellino combattendo contro Carlo d’Angiò agli ordini del duca di Calabria e al fianco delle truppe pontificie guidate dal padre Napoleone. Da lui aveva evidentemente ereditato la passione delle armi e con lui fu anche nel 1465 per marciare, su ordine di Paolo II, contro Deifobo e Francesco Anguillara in un esercito che aveva tra i comandanti pure Federico da Montefeltro: signore di Urbino e buon amico del padre Napoleone[6].
I legami con Federico da Montefeltro e con la corte aragonese emergono dunque come fattori quanto mai utili per spiegare la presenza a Bracciano di Francesco di Giorgio, che dal 1477 era stato per diversi anni “architetto” del duca di Urbino (lavorando quindi negli anni ottanta pure per il suo erede Guidubaldo) e quindi, tra il 1491 e il 1495, fu ripetutamente al servizio del regno di Napoli. Né si scordi come nel 1479 Federico e il duca di Calabria Alfonso d’Aragona avessero fatto parte della schiera senese che, nell’ambito della guerra scatenatasi dopo la Congiura dei Pazzi, aveva sconfitto i Fiorentini nella Battaglia di Poggio Imperiale e come costoro, a seguito di tale evento, si fossero alleati con la fazione “novesca” nell’auspicio di una svolta politica oligarchica e signorile. In proposito non va dimenticato come fosse il duca d’Urbino, nel 1480, a esortare il governo senese a fare rientrare in città Francesco di Giorgio, che nell’occasione fuse peraltro medaglie celebrative dell’impresa militare, aventi per protagonisti Alfonso d’Aragona e il capitano delle truppe senesi Borghese Borghesi. In quanto capitano generale dell’esercito napoletano, Gentil Virginio Orsini rientrava perfettamente nelle alleanze del governo senese e la trasferta di Francesco di Giorgio a Bracciano rappresenta una sorta di preludio a quelle successive nel regno di Napoli[7]. E quanto a questo circolo di coalizioni nel quale Francesco di Giorgio seppe muoversi agilmente c’è da immaginare che, ancor prima di Gentil Virginio, l’architetto senese debba avere conosciuto suo padre Napoleone, buon amico del duca di Urbino.
A Napoleone si attribuisce peraltro l’avvio, verso il 1470, della ristrutturazione del Castello di Bracciano nelle forme tardoquattrocentesche che conserva ancora oggi, contraddistinte dalla irregolare pianta cuneiforme impostata sul cortile centrale e dominata dai sei torrioni semicircolari che ne segnano il prospetto, insieme con l’ininterrotta merlatura del coronamento. Ristrutturazione che sarebbe stata proseguita dal figlio Gentil Virginio negli anni ottanta e per la quale è stato fatto il nome di Francesco di Giorgio, ovviamente anche in ragione del documentato soggiorno del 1490. Per quanto possa sembrare incredibile, non mi pare che gli studi sull’attività di architetto di Francesco di Giorgio abbiano approfondito il problema, che riguarda comunque uno dei castelli tardoquattrocenteschi meglio conservati e più imponenti del Lazio. In attesa di indagini più accurate da parte degli storici dell’architettura, mi limito qui a sottolineare semplicemente che l’elegante maniero braccianese manca del compatto rigore militare delle fortezze progettate dal maestro senese per le terre feltresche, per quanto nella tipologia della pianta e nell’utilizzo dei torrioni semicircolari dichiari palesemente di sorgere con il medesimo intento: rispondere alle nuove esigenze difensive imposte dall’utilizzo delle armi da fuoco. A dover pensare a un modello viene in mente piuttosto il Castel Nuovo di Napoli che Guillem Sagrera riallestì per Alfonso d’Aragona: un parallelo che, considerando i legami aragonesi degli Orsini, non dovrebbe essere casuale. Semmai è da notare come – al confronto tanto della reggia napoletana, quanto delle più tipiche architetture militari martiniane – nel profilo del Castello di Bracciano la funzionalità militare appaia ingentilita dall’eleganza della merlatura e soprattutto dei torrioni angolari, che rinunciano alle forme estremamente espanse, assumendo così un aspetto più slanciato, quasi da “torricini” di Urbino, pur senza gli aguzzi coronamenti e la serie sovrapposta e parallela di finestre. A indurre verso questa scelta sarà stata forse non solo la funzione di corte, ma anche la felicissima ubicazione strategica a guardia del sottostante lago[8]?
Nei reiterati intrecci orsinei-aragonesi rientra perfettamente l’ipotesi che Francesco di Giorgio abbia fornito una consulenza per due notevoli fortezze erette da Gentil Virginio nei territori marsicani, che ben corrispondono con il suo linguaggio architettonico: la poderosa rocca di Scurcola (con una pianta pseudo-triangolare contraddistinta ai vertici da un massiccio puntone semiellittico e da due possenti torrioni circolari, che pare ispirata dalla rocca martiniana di Sassocorvaro) e quella di Avezzano, dall’impianto quadrangolare protetto da quattro torri cilindriche angolari, che prima di essere danneggiata dal terremoto del 1915 appariva veramente simile a certe fortificazioni pianificate dall’architetto senese per Federico da Montefeltro. Per la cronologia di quest’ultima si può contare sulla data “MCCCCLXXXX” posta a chiusura della lunga epigrafe soprastante il portale, nella quale si dice che Gentil Virgilio provvide a ricostruire il castello avezzanese dei suoi avi, dopo esserne tornato in possesso grazie a Sisto IV e avendo saputo quindi conservarlo reprimendo una serie di rivolte. Nei venti giorni trascorsi insieme nel novembre del 1490, Francesco di Giorgio e l’Orsini avranno parlato pure di queste imprese, che pure dovevano essere già state avviate ed è verosimile che Francesco di Giorgio abbia poi visitato quelle terre rientrando da una delle trasferte napoletane della prima metà degli anni novanta Adriano Ghisetti Giavarina ha insistito sulla possibilità che nell’occasione la visita a Bracciano possa essersi estesa a un sopralluogo marsicano; se tuttavia la rocca avezzanese era compiuta o comunque assai avanti nell’esecuzione nel 1490 (dovrebbe certificarlo la citata epigrafe, a meno che non si tratti di una pietra di fondazione e non di inaugurazione) c’è da credere che l’architetto senese possa avere progettato i castelli marsicani prima, trovando magari il tempo di scendere in Abruzzo verso il 1488, quando era ancora al servizio del duca di Urbino[9].
Nei feudi marsicani degli Orsini la diffusione della cultura artistica urbinate aveva d’altronde preceduto il documentato soggiorno braccianese di Francesco di Giorgio, come si intende da certi elementi architettonici di stile rinascimentale del Palazzo Ducale di Tagliacozzo. Adolfo Venturi notava i richiami martiniani nei portali della Loggia del Palazzo ed era nel giusto: quello principale (figg. 1, 3), in particolare, dipende chiaramente nell’attorcigliato rincorrersi dei decori a fogliami dai motivi a girali d’acanto che il lombardo Ambrogio Barocci, dietro la regia di Francesco di Giorgio, aveva intagliato a partire dalla metà degli anni settanta in alcuni degli elementi di ornato più belli del Palazzo Ducale di Urbino (si vedano a confronto le lesene del maturo portale che dalle logge si apre, in prossimità della scala, nella sala del trono; fig. 2)[10]. Questo motivo si ripete negli stipiti di alcune finestre al secondo piano del palazzo comitale (fig. 4), dove è alternato peraltro con il tema delle panoplie (fig. 5) in ornati di gusto pienamente rinascimentale per i quali, in passato, è stato fatto addirittura il nome di uno scultore del calibro di Giovanni da Nola – pensando dunque che rientrassero nei tempi della “maniera moderna” – quando la presenza degli emblemi orsinei assicura invece di una esecuzione antecedente il passaggio del palazzo ai Colonna (1497) e da associare ai tempi in cui il palazzo appartenne a Napoleone e Roberto Orsini (1464-1480)[11]. Quanto alle panoplie, il tipo di ornato rimanda assolutamente a quella predilezione per i partiti decorativi riempiti di armi e trofei guerreschi che si manifestò nel cantiere del Palazzo Ducale di Urbino intorno al 1477, quando, sotto la direzione di Francesco di Giorgio, lo scultore senese Giovanni di Stefano eseguì le formelle del fregio “dell’arte della guerra” per il sedile esterno del Palazzo Ducale e la “prima” Porta della Guerra (con il coronamento dovuto al lombardo Ambrogio Barocci; (fig. 6)[12]. C’è dunque da chiedersi se gli scalpellini che lavorarono a queste opere, con modi ovviamente un po’ più grossolani rispetto al sempre delicatissimo Barocci, non possano essere giunti dal cantiere urbinate. Mi pare invece ovvio che un simile lessico abbia trovato facile diffusione presso gli Orsini non solo per l’amicizia di Napoleone con Federico da Montefeltro[13], ma anche per il soggetto: i trofei di armi “all’antica”, come nel caso del Duca di Urbino, erano infatti una sorta di emblema parlante della professione dei signori di Tagliacozzo; professione alla quale allude con evidenza la “finestra dei guerrieri” che si apre sul cortile.
Dovette essere per questa ragione che la fortuna di simili elementi decorativi – precocemente accolti anche nella Napoli aragonese nel corredo ornamentale della Porta Capuana, realizzata negli anni ottanta su progetto di Giuliano da Maiano – finì per essere veramente trasversale nell’ambito delle signorie orsinee, come dimostra il caso della Pitigliano di Niccolò III. La piccola contea della Tuscia era sotto il dominio degli Orsini da quando Romano, nel 1293, aveva sposato Anastasia, ultima erede degli Aldobrandeschi e Niccolò III, nato nel 1442, ne fu ufficialmente a capo dal 1466 alla morte, che avvenne nel 1510 ben lontano dai suoi primitivi domini. A coronamento di una carriera militare che lo aveva visto giovanissimo con Giacomo Piccinino e quindi al servizio della Chiesa (tanto che Innocenzo VIII gli avrebbe concesso il privilegio di inalberare nel suo stemma le chiavi di San Pietro), nel 1495 Niccolò ebbe l’onore di essere nominato governatore generale dell’esercito veneziano, ottenendo tra l’altro di farsi signore di Ghedi, presso Brescia, dove non mancò di costruire una magnificente residenza. Sarebbe stato lui il capitano generale dell’esercito della Serenissima sconfitto dalla Lega di Cambrai nella battaglia di Agnadello del 1509, capace tuttavia di guidare di lì a poco la resistenza di Padova e riconquistare prontamente parte della terraferma perduta alla Repubblica di Venezia, che dopo la sua morte (1510) volle innalzargli un magnificente monumento funebre con statua equestre nella prestigiosa chiesa domenicana dei Santi Giovanni e Paolo[14]. Finché non si trasferì in Veneto, Niccolò fece di Pitigliano il centro di una corte nella quale non difettarono committenze di un certo valore, che ben si prestano a individuare connessioni con altri centri signorili della famiglia. Il gusto per le panoplie e la scultura “all’antica” già propagatosi a Tagliacozzo si ritrova infatti nel portale che impreziosisce l’ingresso al palazzo comitale (oggi Museo Diocesano; fig. 7): una chiarissima rievocazione della Porta della Guerra urbinate, inevitabilmente più debole dell’originale nelle panoplie degli stipiti e infarcita nel coronamento di emblemi del committente, primo tra tutti il centralissimo collare di caniforte tenuto da due mani trafitte. Nella Piazza del Duomo si innalza inoltre il “monumento alla progenie orsinea” (fig. 8): un fastoso e massiccio pilastro di gusto antiquario ove ancora una volta gli emblemi familiari si alternano ai trofei di armi e sul quale svetta, al di sopra di un’anfora di sapore federighiano, un’immagine tridimensionale dell’orso di casa Orsini. Questa sorta di curioso cippo encomiastico – certamente dedotto dagli esperimenti di rievocazione antiquaria attuati a Siena da Antonio Federighi e proseguiti dal suo allievo Giovanni di Stefano (penso ovviamente ai plinti adattati sulla facciata della Cappella del Battista in Duomo, che in età moderna sarebbero stati scambiati per frammenti antichi) – porta infatti sul fronte una lunga e divertente epigrafe celebrativa degli emblemi animali e vegetali della dinastia (l’orso e la rosa), la quale si chiude con i nomi del conte Niccolò e di alcuni funzionari pitiglianesi, accompagnati dalla data “mcccclxxxx”, ovviamente associabile con l’anno di esecuzione[15]. Per tutti questi lavori sono stati chiamati in causa prima uno scultore del giro di Antonio Federighi, quindi un lombardo dipendente dal lessico di Ambrogio Barocci[16], finché Alessandro Angelini ha giustamente ricondotto la maestranza attiva a Pitigliano nel 1490 entro la cerchia dell’allora capomaestro del Duomo di Siena Giovanni di Stefano, lo stesso che poco più di dieci anni prima aveva scolpito la “prima” Porta della Guerra urbinate[17]. Tale presenza non risulta affatto anomala a Pitigliano; al contrario si comprende facilmente una volta che si tenga conto delle felici relazioni che Niccolò III aveva saputo istituire con Siena, riparando ai pessimi rapporti avuti dal padre e stringendo con la Repubblica un atto di “accomandigia” fin dal 1471, per poi essere chiamato, nel 1480, addirittura a guidarne l’esercito[18]. Al proposito mi piace notare che, a confermare la provenienza dell’autore degli intagli orsinei pitiglianesi dal cantiere della Cattedrale di Siena, sono d’altronde i due pilastri di accesso al cortile del palazzo comitale (fig. 9), dove il sovrammettersi di elementi araldici e antiquari è una palese variazione su di una soluzione adottata da Andrea Bregno in una specchiatura del grandioso Altare Piccolomini completato nel 1485 in Duomo (fig. 10): capolavoro del grande scultore della Roma di secondo Quattrocento che molto dovette stupire gli artefici senesi.
A chiudere il cerchio sulla predilezione per gli ornati antiquari di gusto urbinate di Niccolò III vi è infine il sepolcro del figlio Giovan Francesco, scolpito nel Duomo di Spoleto da Ambrogio Barocci tra il 1499 e il 1502 (fig. 11). Nella contaminazione tra le guerresche panoplie delle paraste e gli emblemi araldici di casa Orsini, il monumento rievoca palesemente il gusto delle citate sculture pitiglianesi, con in più la finezza di intaglio peculiare del maestro lombardo, la quale risalta nell’esecuzione di quei “mirabil fogliami” che Giovanni Santi aveva magnificato nella sua celebre Cronaca rimata (XXII, capitolo XCVI, vv. 134-136, in particolare 135) quale vera e propria specialità del maestro. Bellissimo il sarcofago, dove risalta l’epigrafe che dà atto della responsabilità della committenza: “io[anni] fran[cisci] eqviti vrsino / n[icolavs] pater b[ene] m[erenti] posvit”[19].
Nella Pitigliano di Niccolò III il successo degli ornati di gusto antiquario si giocò non di meno nel campo della pittura. Approfondendo una ventina d’anni fa lo studio del ciclo di affreschi del palazzo comitale, fino ad allora inedito, Cecilia Alessi rilevava intelligentemente la significativa corrispondenza tra il motivo dei grifi affrontati che ne decora il fregio e quello che Antonio Federighi aveva scolpito nel coronamento della Cappella di Piazza di Siena, compiuto nel 1470[20]. Dunque ancora un canale senese per la Pitigliano di Niccolò III, ma questa volta proiettato direttamente verso la Roma antica, poiché quei grifi, come ben noto, riprendono il leit-motiv dell’architrave del Tempio di Antonino e Faustina nel Foro[21]. Al di sopra di queste bestie mitologiche è una curiosa galleria di figure a mezzo busto nella quale, secondo Alessi, i ritratti di Niccolò III (fig. 15), della moglie Elena Conti di Montelanico (sposata nel 1467), del cugino Giampaolo e di altri membri della corte potrebbero convivere con le effigi di alcuni personaggi esemplari, tratte dal celebre e fortunatissimo ciclo di Uomini famosi dipinto da Masolino per il Palazzo di Monte Giordano a Roma: un vero e proprio tema trasversale per le residenze signorili della famiglia, presente infatti anche a Tagliacozzo nel ciclo di affreschi staccati e conservati oggi nel Castello di Celano. Comunque sia, l’elemento caratterizzante della galleria è che i mezzibusti sono inseriti entro clipei prospettici chiaramente ispirati alla geniale partitura spaziale della così detta Madonna “del perdono” scolpita intorno al 1458 da Donatello per l’Altare della Madonna delle Grazie nel Duomo di Siena (ora nel Museo dell’Opera); pertanto abbiamo un ennesimo aggancio senese, poiché questa soluzione ebbe una fortuna sfacciata nella Siena postdonatelliana del Vecchietta e di Francesco di Giorgio. Richiamano tanto il mondo di Francesco di Giorgio, quanto quello di Federighi le figure che compaiono in un secondo fregio, ora staccato, nel quale si alternano i due emblemi del compasso con la scritta “tenpvs ordo nvmervs et mensvra” e del collare di caniforte con la rosa orsinea. Ma forse, mi si permetta una parentesi, dall’eterogeneo universo artistico degli Orsini Siena ebbe anche a ricevere, oltre che dare: sospetto infatti che le teste a monocromo che fanno capolino dagli archetti gotici del Palazzo Piccolomini Clementini alle Logge del Papa, tradizionalmente ed erroneamente assegnate al pittore cinquecentesco soprannominato Capanna, possano trovare origine in prototipi del perduto ciclo di Monte Giordano e siano state eseguite negli settanta del Quattrocento da un maestro forestiero assai ben aggiornato sulla cultura pierfrancescana centro-italiana[22]. Viene addirittura da chiedersi se tali pitture non possano essere la conseguenza di un passaggio senese di Lorenzo da Viterbo e della sua bottega, tenendo conto di alcune significative consonanze di pose e di resa volumetrica con certe figure del ciclo eroico di Tagliacozzo (figg. 12-13) e altresì dell’attestata familiarità del pittore con il clan piccolomineo. Il 17 agosto 1473 il cardinale Ammannati Piccolomini scriveva infatti da Siena a Lorenzo de’ Medici in Firenze per raccomandare il pittore viterbese, che nel capoluogo gigliato, come comunicato da Ammannati pure a Donato Acciaioli, aveva fatto certi fregi per conto dello stesso cardinale papiense, il quale lo aveva in gran parte pagato per mezzo del banco mediceo[23]. Al di là della misteriosa impresa fiorentina, la missiva testimonia dell’apprezzamento del cardinale per le qualità del maestro. C’è da immaginare che i due si fossero conosciuti a Roma e da lì fosse nato un rapporto di stima che legittimerebbe un lavoro senese, oltre tutto per un palazzo che in quegli anni apparteneva a un non meglio identificato Piccolomini e sorgeva nella piazza di famiglia “per eccellenza”, dove Pio II aveva voluto la monumentale loggia dedicata alla sua gens.
Nel palazzo comitale di Pitigliano vi furono altre stanze affrescate per volontà di Niccolò III. Al primo piano, in quella che è stata appena ribattezzata la “sala d’armi”, sono stati rinvenuti e restaurati alcuni lacerti di affreschi con panoplie ed emblemi orsinei che rimandano a una committenza del grande condottiero: è facile riconoscervi una tema iconografico affine a quello delle sculture della quali si è detto e il suo autore mi pare possa essere ricondotto allo stesso cantiere cui si deve il fregio con ritratti del piano superiore[24]. I frammenti recuperati nella Sala delle armi sono stati inaugurati ufficialmente il 2 gennaio 2012 insieme con gli affreschi assai più tardi rinvenuti nella vicina volta della Sala dello Zodiaco (decorata con un gusto che richiama, pur in versione provinciale, motivi elaborati dalla bottega raffaellesca nella seconda metà del secondo decennio del Cinquecento): quest’ultima era visibile ancora nel secolo XVIII, quando la menziona l’Anonimo Apatista autore di una eruditissima Descrizione della contea di Pitigliano, aggiungendo peraltro che “la camera detta del Conte, ch’è allato della sala, è dipinta a fresco, e sotto l’arcate della volta si osservano i ritratti in lungo ordine distesi de’ più rispettabili soggetti della Famiglia Orsini con le proprie inscrizioni, dalle quali ho rilevato che vi siano quelli di Niccolò III Conte di Pitigliano e Nola, di Francesco Duca di Gravina, di Paolo Marchese della Tripalda e Generale de’ Fiorentini, di Virgilio Conte di Tagliacozzo e Conestabile del Regno di Napoli, di Orsino Conte di Nola, Marchese della Tripalda, Duca di Ascoli e Grancancelliere del Regno e di altri valorosi soggetti, che per essere cancellati e logori dal tempo non ho saputo rilevare i loro nomi”[25]. Il ciclo oggi non è più visibile e magari, come avvenuto per lo Zodiaco, aspetta di essere rimesso in luce; se ciò fosse possibile si potrebbe capire se esso fu voluto da Niccolò III (come farebbero pensare i personaggi effigiati, poiché sono tutti antenati o contemporanei del conte) oppure da un suo successore (il citato Anonimo, infatti, dice che la “memoria” sottostante il ritratto di Niccolò III esprimeva “le cose stesse” contenute nell’epigrafe del monumento funebre eretto al condottiero nella chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo dopo la sua morte)[26]. Comunque sia questa serie di immagini familiari dice della predilezione che gli Orsini ebbero per i cicli celebrativi della propria dinastia, peraltro confermata dal notevole esempio del disperso ciclo dipinto dal giovane Romanino per Niccolò a Ghedi (oltre che dall’affresco di Bracciano del quale dirò oltre)[27].
Che il “Pittore di Niccolò Orsini” fosse senese e che il suo intervento a Pitigliano debba risalire ai primi anni settanta lo ha già evidenziato Cecilia Alessi[28]. Qui tengo però a sottolineare come il suo linguaggio testimoni di un coinvolgimento, intorno al 1460, in quell’entourage vecchiettesco particolarmente attratto dagli esiti dell’ultimo soggiorno senese di Donatello, che vide coinvolti maestri del calibro di Francesco di Giorgio, Neroccio di Bartolomeo e Benvenuto di Giovanni, ma anche artefici che nella scuola senese avrebbero finito per avere un ruolo di secondo piano, come Andrea di Niccolò[29]. Nella sensibile espressività di certi volti pitiglianesi – alternativamente inguastiti di malinconia, segnati dal metallico calligrafismo delle chiome, ingentiliti da gioielli preziosi e lucenti, nervosamente eccitati in profili alterati da nevrasteniche dilatazioni dei sopraccigli (un motivo curiosamente comune a un “quattrocentista” senese di spirito eminentemente gotico come Pellegrino di Mariano) – si coglie un parallelo con i modi più curiosi di Benvenuto di Giovanni, pur in un minore registro qualitativo, così come in alcune fisionomie di tre quarti pare di intuire un precedente delle molte opere documentate di Andrea di Niccolò, che però conosciamo soltanto a partire dal 1498[30]. Cercando in questo ambito viene in mente il malridotto affresco con la Madonna col Bambino e i santi Ansano, Gregorio, Matteo e Vito del Palazzo Comunale di Pienza, recuperato nel 1900 al di sotto di una imbiancatura, accompagnato da una data lacunosa che dovrebbe essere da leggere “mcccclxii” e attribuito a un anonimo senese di secondo Quattrocento. Sebbene distante dalle qualità di Lorenzo di Pietro (cui lo assegnavano Bernard Berenson e Raimond van Marle), si tratta di un dipinto di chiara filiazione vecchiettesca, tanto nelle figure (si osservi in particolare il san Gregorio) quanto nell’impostazione della sacra conversazione, allestita entro una “tavola quadrata” che fa il verso ai registri principali delle ben note pale del Duomo di Pienza e ancor più della pala dipinta dal Vecchietta sempre nei primi anni sessanta per la vicina chiesa di Spedaletto (oggi nel Museo Diocesano pientino). Nell’affresco risaltano la bizzarria delle espressioni di alcuni personaggi (la Vergine, il Figlio, Ansano, Vito; fig. 16) in linea con quanto andava facendo, pur a un livello più alto, Benvenuto di Giovanni intorno al 1460[31], e la scelta di una luminosa incorniciatura intesa a fingere due paraste e un fregio ormai di un curioso gusto antiquario: sono elementi nei quali sembra di cogliere una anticipazione di soluzioni adottate una decina d’anni dopo nel ciclo di Pitigliano[32]. Altri due affreschi che rimandano al lessico del ciclo pitiglianese per bizzarria di espressioni e resa degli elementi architettonici si trovano invece in Maremma, dunque non troppo lontano dall’antica contea orsinea: il primo di questi è la frammentaria Madonna col Bambino detta “della rondine” della chiesa di San Giorgio a Montemerano (per la quale è stato anche evocato il nome di Andrea di Niccolò, più come riferimento lessicale che come autore; fig. 14)[33], l’altro un dipinto murale oltre modo eccentrico, e assai rovinato, del Palazzo Pretorio di Sovana, dove la Madonna col Bambino, seduta su di un curiosissimo baldacchino è affiancata da un giovane santo monaco (Leonardo?) e da San Lorenzo[34]. A contrastare con la quadrata razionalità della composizione pientina e con il vocabolario antiquario del ciclo orsineo, in queste opere risaltano le curiosissime soluzioni architettoniche dei troni intarsiati, di un gusto ancora gotico e riecheggiante possibili incroci con la cultura viterbese (penso alle architetture che si notano nel trittico di Santa Maria delle Grazie a Capena di Antonio da Viterbo, dipinto a Roma nel 1451 o 1452; o alla Madonna del cardellino del Museo Civico di Viterbo di Francesco d’Antonio).
Mettendo in campo questa opere, dai registri anche contrastanti, non risulta facile chiudere il cerchio sul problema del “Pittore di Niccolò Orsini” e di un cantiere come quello pitiglianese che potrebbe avere accolto anche più di un maestro. A volere chiamare in causa qualche nome noto della scuola senese, l’impressione è che si debba puntare sull’attività di Andrea di Niccolò, del quale non mancano documentati passaggi in Maremma: nel 1481 era infatti a Sovana (come attesta la denuncia dei redditi che Benvenuto di Giovanni compilò per lui) e sulla base di questo soggiorno Diane Vatne gli ha riferito la frammentaria Santa Maria Egiziaca nella chiesa di Santa Maria, significativamente corredata nella cornice della data 1481[35]. Ci si potrà domandare allora se il “Pittore senese di Niccolò Orsini” regista dell’operazione altri non sia che il giovane Andrea di Niccolò, segnato da certe stilizzazioni di Benvenuto di Giovanni[36], o in alternativa se l’anonimo non possa essere da identificare in una personalità coinvolta nei primi tempi della carriera di questo maestro. In tal senso potrebbe emergere un buon candidato in Domenico di Cristofano: pittore di una generazione assai precedente che nel corso della lunga carriera (nato nel 1416, sarebbe vissuto almeno fino al 1484) fu ripetutamente attivo nello Spedale di Santa Maria della Scala fin dagli anni in cui Domenico di Bartolo dipingeva nel Pellegrinaio, intessendo in seguito rapporti di collaborazione con un pittore ancora di tradizione gotica come Pellegrino di Mariano (1450, 1459, 1475); dal 1466 al 1475 costui condivise la bottega con Andrea di Niccolò, come si evince dai documenti relativi alla lite che condusse alla fine della compagnia, dai quali si intende che per i due erano assai frequenti le commissioni lontano da Siena (nel 1471 Andrea era a Lucignano, mentre Domenico cita impegni a Casole e Piombino)[37].
Mi sono dilungato sulla questione del ciclo di Pitigliano anche perché mi pare di cogliere una inaspettata assonanza con le nervose stilizzazioni che segnano i suoi personaggi nel grande e malridotto affresco staccato del Castello di Bracciano nel quale si riconosce Gentil Virginio Orsini che accoglie Piero de’ Medici nel 1487 e rientra a Bracciano in qualità di capitano generale delle truppe aragonesi nel 1489 (e penso in particolare al principale drappello di uomini e soprattutto cavalli di quest’ultimo episodio). Non voglio certo alludere a una un’identità di mano, poiché la sintassi della vasta scena è assai più evoluta al confronto degli affreschi maremmani e preannuncia ormai il clima pinturicchiesco della Roma dei Borgia (soprattutto nell’elegante corteggio mediceo e nell’architettura all’antica che fa loro da sfondo); piuttosto si tratterà di una concordanza non troppo imprevedibile, considerando che si può provare a intuire qualche ulteriore corrispondenza di gusto tra i due poli orsinei (penso al tema di fregi “all’antica”, pur interpretati “alla senese” a Pitigliano e “alla romana” a Bracciano)[38]. Destinato a restare un problema aperto, l’ampio affresco celebrativo ci riporta comunque al punto di partenza: Gentil Virginio Orsini e Bracciano intorno al 1490. Infatti il dipinto è messo in relazione di norma con una lettera inviata il 1° gennaio 1491 da Antoniazzo Romano a Gentil Virginio, nella quale il pittore chiedeva al signore che provvedesse a fare montare i ponteggi “all’arco” e “nella sala” affinché, non appena la stagione fosse migliorata, potesse giungere a Bracciano con la sua “turba di lavoranti” per dipingere in quei due ambienti; tanto più che nei giorni appena precedenti un tal maestro Francesco era tornato da Venezia a Roma, presso Antoniazzo, “perché haveva comprato tutti quelli colori li quali li haveva iposto la vostra illustrissima signoria dovessi comprar. Et me sollecitava grandemente dovessi venir ad incomenzare il lavoro”. L’originale ubicazione dell’affresco era la parete sottostante il grande arco dell’androne con volta a botte che permette l’accesso al cortile: verosimilmente “l’arco” cui si allude nella lettera antoniazzesca. Eppure questo dipinto murale non trova sicuri nessi con lo stile di Antoniazzo e per questa ragione si è cercato di tirare in ballo il senese Francesco di Giorgio. Talvolta si è proposto di riconoscerlo nel “maestro Francesco” citato nella missiva per avere recato i colori da Venezia; una ipotesi contro la quale parlano, a queste date, la biografia del Martini e la sua enorme e sovranazionale fama di architetto militare[39]. Più di recente si è suggerito che durante il documentato soggiorno a Bracciano, Francesco di Giorgio possa avere delineato la composizione generale, che poi sarebbe passata alla “turba di lavoranti” antonazzieschi[40]: una soluzione indubbiamente “tortuosa” e per la quale non riesco a trovare conferme decisive chiamando a confronto quanto la bottega martiniana ha lasciato in campo pittorico intorno al 1490[41]. Piuttosto che alla civiltà artistica urbinate o senese, le scene con la Cavalcata di Gentil Virginio Orsini e l’Accoglienza di Piero dei Medici a Bracciano sono infatti da imputare a una irradiazione della cultura così detta umbra che, a monte della grande impresa Sistina dei primi anni ottanta, ebbe buon gioco nell’ambiente artistico romano degli ultimi due decenni del secolo intorno alle figure di Perugino prima e Pinturicchio poi; in tal senso questa coppia di affollati episodi allestiti entro una dilatata quinta paesaggistica appare, nonostante lo stato di conservazione come una esperienza intermedia tra la problematica e discussa Storia della croce dell’abside di Santa Croce in Gerusalemme a Roma e il ciclo di Storie antiche affrescato da Jacopo Ripanda, ormai nel nuovo secolo, in Palazzo dei Conservatori a Roma.
IMMAGINI
1. Tagliacozzo, Palazzo Ducale: portale (foto d’epoca, prima dello smontaggio degli affreschi).
2. Ambrogio Barocci, portale. Urbino, Palazzo Ducale.
3. Tagliacozzo, Palazzo Ducale: portale (particolare, stato attuale).
4. Tagliacozzo, Palazzo Ducale: finestra (prima del restauro).
5. Tagliacozzo, Palazzo Ducale: finestra (prima del restauro).
6. Ambrogio Barocci e Giovanni di Stefano, Porta della Guerra. Urbino, Palazzo Ducale, appartamento della Jole.
7. Giovanni di Stefano (bottega), portale. Pitigliano, Palazzo Orsini.
8. Giovanni di Stefano (bottega), Monumento alla progenie orsinea. Pitigliano, Piazza del Duomo.
9. Giovanni di Stefano (bottega), lesene. Pitigliano, Palazzo Orsini.Pitigliano.
10. Andrea Bregno, Altare Piccolomini (particolare). Siena, Cattedrale.
11. Ambrogio Barocci, Sepolcro di Giovan Francesco Orsini. Spoleto, Cattedrale.
12. Ambito di Lorenzo da Viterbo(?), busto di eroe. Siena, Palazzo Piccolomini Clementini (prima del restauro).
13. Lorenzo da Viterbo, Scipione. Celano, Castello Piccolomini (da Tagliacozzo, Palazzo Ducale).
14. Pittore di Niccolò Orsini(?), Madonna “della rondine”.Montemerano, San Giorgio.
15. Pittore di Niccolò Orsini, Niccolò III Orsini(?),Pitigliano, Palazzo Orsini.
16. Pittore senese (Andrea di Niccolò?), Madonna col Bambino e santi (particolare). Pienza, Palazzo Comunale.
NOTE
* Accolgo volentieri l’invito di Gerardo de Simone a partecipare a questo numero di “Predella”, perché mi offre l’occasione per mettere sul tavolo una serie di problemi cui ho fatto brevissimo accenno in un recente contributo (Gabriele Fattorini, L’area toscana, in Corti italiane del Rinascimento. Arti, cultura e politica, 1395-1530, a cura di Marco Folin, Milano 2010, pp. 249-265, in particolare p. 262), pur nella consapevolezza che anche in questo caso si tratterà soltanto di uno spunto su di un tema degno di più densi approfondimenti: penso a una panoramica sulla politica artistica messa a punto dai vari esponenti del clan Orsini nella seconda metà del Quattrocento, al fine di cercare di intercettare le connessioni di gusto e di patronage tra i diversi centri di potere della famiglia e le maggiori corti italiane del tempo. Il filo rosso srotolato di seguito rappresenta un primo tentativo di indagare una sorta di predilezione comune nell’ambito delle complicate diramazioni quattrocentesche delle committenze Orsini, tra le quali spiccano, al di fuori degli argomenti qui trattati, il perduto ciclo romano dipinto da Masolino per il cardinale Giordano, il tempietto di San Giacomo a Vicovaro cui lavorarono Domenico da Capodistria e Giovanni Dalmata e la notizia di un ritratto in bronzo promesso a Gentil Virginio Orsini da Antonio del Pollaiolo nel 1494.
[1] I testi della richiesta di Gentil Virginio Orsini del 4 novembre 1490, della risposta dell’8 novembre del Comune di Siena e della missiva di ringraziamento del signore di Bracciano del 23 novembre furono pubblicati da Gaetano Milanesi (Documenti per la storia dell’arte senese, 3 voll., 1854-1856, II, pp. 440-442 nn. 315-316); nell’ambito degli studi su Francesco di Giorgio e sul Castello di Bracciano non mancano trascrizioni successive (Allen Stuart Weller, Francesco di Giorgio 1439-1501, Chicago 1943, pp. 375-376, docc. XC-XCII; Bracciano e gli Orsini nel ‘400, catalogo della mostra [Bracciano 1981], a cura di A. Cavallaro, A. Mignosi Tantillo, R. Siligato, collana “Il ‘400 a Roma e nel Lazio”, Roma 1981,pp. 118-119 docc. 4-6) e l’episodio è ovviamente ben noto (se ne veda una sintesi in Biografia di Francesco di Giorgio ricavata dai documenti, a cura di L. Cavazzini e A. Galli, in Francesco di Giorgio e il Rinascimento a Siena 1450-1500, catalogo della mostra [Siena 1993], a cura di L. Bellosi, Milano 1993,pp. 512-517, in particolare p. 516.
[2] Su Campagnano e la sua storia: Giulio Silvestrelli, Città, terre e castelli della regione romana,[1914], II ed. con appendice di aggiornamenti e aggiunte a cura di M. Zocca, Roma 1970, pp. 538-540; Giuseppe Tomassetti, La campagna romana antica, medievale e moderna, nuova edizione a cura di L. Chiumenti, F. Bilancia, III, Vie Cassia e Clodia, Flaminia e Tiberina, Labicana e Prenestina, Firenze 1979, pp. 150-161 (con il nostro Francesco di Giorgio equivocato per “Francesco di Sangro); Otello Iolita, Campagnano di Roma, in “Storia della città”, 26-27, 1983, pp. 201-206; Michael S.A. Dechert, City and fortress in the works of Francesco di Giorgio: the theory and practice of defensive architecture and town planning, PhD Diss. (The Catholic University of America 1983), Ann Arbor 1984, pp. 204-206 (con il tentativo di identificare i resti di due torri riferibili all’intervento martiniano); Ilaria Bonincontro, Dario Scianetti, Campagnano: case e torri nel centro storico, in Case e torri medievali. II, atti del convegno La città, le torri e le case. Indagine sui centri dell’Italia comunale (secc. XI-XV). Toscana, Lazio, Umbria,(Città della Pieve 1996), a cura di E. De Minicis, E. Guidoni, Roma 2001, pp. 91-105 (ancora con l’equivoco “Francesco di Sangro” a p. 94). Per la lettera di Bartolomeo da Bracciano: Alain de Boüard, Lettres de Rome de Bartolomeo de Bracciano à Virginio Orsini (1489-1494), in “Mélanges d’Archéologie et d’Histoire. École Française de Rome”, XXXIII, 1913, pp. 267-336, in particolare pp. 304-305 n. XXVI. Tengo infine a evidenziare che nel corso del Quattrocento gli Orsini accolsero a Campagnano personalità di assoluto rilievo – da Pio II nel 1459 al cardinale Iacopo Ammannati Piccolomini nel 1468, da Eleonora d’Aragona nel 1473 a Sisto IV nel 1476 e 1481 – come riassunto adesso da Simona Sperindei, S. Maria deI Prato dal XIII al XVIII secolo nella realtà sociale e religiosa di Campagnano, in Santa Maria del Prato in Campagnano mille anni di storia, a cura di L. Mazzotti, M. Sciarra, Roma 2009, pp. 49-85 in particolare pp. 53-58.
[3]La missione milanese rappresenta uno dei momenti più celebri della carriera di Francesco di Giorgio; per i relativi documenti e un sunto della vicenda rimando rispettivamente a: Weller, Francesco di Giorgio cit., pp. 366-374 docc. LXXIV, LXXVI-LXXXV; Biografia di Francesco di Giorgio cit., pp. 515-516.
[4]Questo lato “politico” di Francesco di Giorgio emerge chiaramente, una volta che si incroci la storia di Siena dell’ultimo quarto del Quattrocento (per un sunto essenziale, ma quanto mai utile per i neofiti: Philippa Jackson, Cronologia, in Renaissance Siena. Art for a City, catalogo della mostra [Londra 2007-2008], a cura di L. Syson, traduzione italiana Siena nel Rinascimento. Arte per la città, London – Cinisello Balsamo 2007, pp. 74-77) con la personale carriera del maestro (riepilogata in Biografia di Francesco di Giorgio cit.).
[5]Dei documenti concernenti Gentil Virginio ho detto a nota 1; per il rifiuto a Giovanni della Rovere: Weller, Francesco di Giorgio cit., pp. 374-375 docc. LXXXVIII-LXXXIX.
[6]L’amicizia con la dinastia aragonese culminò nel maggio del 1494 con la nomina di Gentil Virginio a Gran Connestabile del regno di Napoli, ma finì qualche mese dopo, quando l’Orsini accolse a Bracciano il sovrano francese Carlo VIII, sceso in Italia per rivendicare il regno napoletano. Nelle vicende che seguirono Gentil Virginio ebbe scarsa fortuna: schieratosi con i francesi per cercare di difendere i propri feudi, morì prigioniero a Napoli nel 1497. A costui dedicò un breve ed elogiativo profilo già Francesco Sansovino (Degli huomini illustri di casa Orsina, Venezia 1565, pp. 69v-70r, pure per l’incisione con il ritratto e una quartina di Domenico Spirito: “Historie, Archi, Trofei, Colossi et Marmi / Meritando Costui, da un Re crudele / Hebbe empia morte, onde gli fu infedele / Quel ch’ei salvò con la fede, et con l’armi”); altro si deve ovviamente a Pompeo Litta (Famiglie celebri d’Italia, 16 voll., 1819-1883, VIII, tav. XXVII, con riferimento pure al Castello di Campagnano progettato da Francesco di Giorgio e a quello di Avezzano del 1490). Più recente e completa è la biografia compilata da Bruno Panunzi (Gentil Virginio Orsini: vita e imprese di un feudatario romano, in Bracciano e gli Orsini cit., pp. 28-35), che però ha il difetto di essere priva di note e bibliografia; per questa si può tuttavia fare affidamento sull’erudizione di Luigi Borsari (Il Castello di Bracciano. Guida storico-artistica, Roma 1895, in particolare pp. 12-23), nonché sul fondamentale studio dedicato recentemente agli Orsini da Christine Shaw (The political role of the Orsini family from Sixtus IV to Clement VII: barons and factions in the Papal States, Roma 2007), ricordando pure l’importanza dell’epistolario con l’ambasciatore Bartolomeo da Bracciano pubblicato da Boüard (Lettres de Rome cit.).Si deve ad Anna Cavallaro (Gentil Virginio Orsini: vita culturale e committenze artistiche, in Bracciano e gli Orsini cit., pp. 36-38) uno spunto sulla cerchia letteraria e artistica che ruotò intorno al signore di Bracciano (con riferimenti pure ai giudizi del Pontano).
[7]Si veda quanto detto alla precedente nota 4, con l’aggiunta di una scheda recentemente dedicata a un paio di medaglie martiniane da Luke Syson (in Renaissance Siena cit., pp. 194-196).
[8]Sul Castello di Bracciano mi limito a citare: Borsari, Il Castello di Bracciano cit.; Tomassetti, La campagna romana cit., pp. 95-111; Giacomo C. Bascapè, Carlo Perogalli, Castelli del Lazio, Milano 1968, pp. 95-97; Bracciano e gli Orsini cit. (in particolare per l’architettura i contributi di Rosalba Cantone, Il Castello Orsini di Bracciano equilibrio di architettura castellana e civile, e Pier Nicola Pagliara, Il Castello Orsini a Bracciano, rapporti con altre esperienze fortificatorie quattrocentesche, rispettivamente pp. 39-49 e 50-52); Linda Martino, Castello Orsini Odescalchi, Bracciano, Milano 1989; Carla Michelli Giaccone, Bracciano e il suo castello, Roma 1990; Eadem, Il Castello Orsini-Odescalchi di Bracciano, Roma 1991.
[9]Sugli interventi di Francesco di Giorgio ad Avezzano e Scurcola Marsicana: Alessandro Del Bufalo, Il Castello Orsini di Avezzano: storia e restauro, Roma 1977, in particolare pp. 20-21 e 25 (per la trascrizione del testo dell’epigrafe: “GENTILIS. VIRGILIVS. VRSINVS. CVM. AVITVM / IVS. PARVM SVCCEDERET. BELLIACAE. VIRTV/TIS CAVSA. RELICTVM. A. MAIORIBVS. HE/REDVM. RECVP. AVXITQ. XISTI. IV. PONT / MAX. COPIIS. TER. VICTOR. PRAEFVIT. IN. AE/TRURIA. LATIOQ. ET. GALLIA. EXERCITVS / FERDINANDI. REGIS. SICIL. IMPE. VARIOS / MOTVS. REPRESSIT. DELEVITQ. REMQ. RE/STITVIT POSTQ. BELLOR. FELICES. SVCCES/SVS. ARCEM. AVIANI. SEDITIONIS. EXITI/VM A. FVNDAMENT. POS / MCCCCLXXXX”); Dechert, City and fortress in the works of Francesco di Giorgio cit. pp. 207-210; Adriano Ghisetti Giavarina, Fonti documentarie e letture di fabbriche: Francesco di Giorgio Martini in Abruzzo, in Esperienze di storia dell’architettura e di restauro, atti del convegno (Roma 1983), a cura di G. Spagnesi, Roma 1987, pp. 99-105, in particolare, pp. 100-102; Nicholas Adams, L’architettura militare di Francesco di Giorgio, in Francesco di Giorgio architetto, catalogo della mostra (Siena 1993), a cura di F.P. Fiore, M. Tafuri, Milano 1993, pp. 126-162, in particolare p. 144; Loretta Salsiccia, La Rocca Orsini di Scurcola Marsicana. Note e studi su un monumento del Rinascimento italiano, Pescara 1999-2000 (in particolare pp. 48-49 per l’epigrafe di Avezzano); Adriano Ghisetti Giavarina, Francesco di Giorgio in Abruzzo. Brevi note aggiunte,in “Bollettino della Società di Studi Fiorentini”, Studi per il V centenario della morte di Francesco di Giorgio Martini (1501-2001), a cura di F. Canali, 11, 2002 (in realtà 2005), pp. 183-185. Sottolineo che per la carriera di Francesco di Giorgio il 1488 è anno avaro di imprese documentate (Biografia di Francesco di Giorgio cit., p. 515); in una attività che dovette dividere il maestro tra i lavori commissionatigli dal signore di Urbino Guidubaldo da Montefeltro e la natia Siena (dove si apprestava ormai a rientrare definitivamente), avrebbe potuto esserci spazio per una trasferta marsicana. Quanto ai molti problemi concernenti i progetti di Francesco di Giorgio per il meridione aragonese – oltre ad Adams, L’architettura militare di Francesco di Giorgio cit., pp. 139-150 – rimando in ultimo ai contributi di Claudia Rusciano (Presenza e interventi di Francesco di Giorgio in Campania), Giancarlo de Pascalis (Francesco di Giorgio e l’architettura militare in area pugliese) e Francesca Martorano (In Calabria sulle tracce di Francesco di Giorgio) in Francesco di Giorgio Martini: rocche, città, paesaggi, atti del convegno (Siena 2002), a cura di B. Nazzaro, G. Villa, Roma 2004, rispettivamente pp. 151-160, 161-172, 173-188.
[10]Adolfo Venturi, L’architettura del Quattrocento, parte prima, Milano 1923,pp. 836, 840, 843 fig. 643. Sul Palazzo di Tagliacozzo si vedano con bibliografia: C. Conforti, La residenza dei Signori di Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica in età angioina e aragonese. Aspetti di vita artistica, civile e religiosa, atti del convegno (Tagliacozzo 2002), a cura di F. Salvatori, Roma 2003, pp. 129-154; Maria Pia Fina, Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo e la sua decorazione, Avezzano 2004; per una scheda sul portale: Renzo Mancini, Preschedatura di opere d’arte marsicane, in.Architettura e arte nella Marsica 1984-1987, II, Arte, catalogo della mostra (Celano 1987), L’Aquila-Roma 1987, pp. 167-205, in particolare pp. 183-184 fig. 20. Sulla presenza di un gusto martiniano urbinate a Tagliacozzo ha quindi insistito Adriano Ghisetti Giavarina (Fonti documentarie cit., pp. 101-102; Francesco di Giorgio in Abruzzo cit., pp. 183-185). Per una galleria degli ornati del Palazzo Ducale di Urbino lo strumento migliore resta ancora il secondo volume – quello di immagini – della monografia di Pasquale Rotondi (Il Palazzo Ducale di Urbino, 2 voll., Urbino 1950, in particolare I, p. 285, II, p. 247 per il portale citato nel testo), ma per l’attività urbinate di Ambrogio Barocci si può adesso fare riferimento a Matteo Ceriana, Ambrogio Barocci e la decorazione del Palazzo Ducale di Urbino, in Francesco di Giorgio alla corte di Federico da Montefeltro, atti del convegno (Urbino 2001), a cura di F.P. Fiore, 2 voll., Firenze 2004, I, pp. 269-304. La datazione del portale di Tagliacozzo deve dunque tenere conto dei tempi dell’attività di Barocci e Francesco di Giorgio a Urbino, facendo ipotizzare una cronologia che dai tardi anni settanta può inoltrarsi nel decennio successivo. Non si deve nascondere che ciò può ripercuotersi sulla datazione dei celebri affreschi con Uomini famosi della loggia (oggi nel Castello di Celano), oggetto di una querelle quanto all’attribuzione a Lorenzo da Viterbo, proposta in ultimo da Maria Pia Fina (Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo cit., pp. 85-92) e confermata in questo numero di "Predella" da Gerardo de Simone, che ha saputo riconoscere la firma del pittore viterbese nel monogramma tradizionalmente associato con i nomi di Napoleone e Roberto Orsini. Di norma, sulla scorta di Margaret T. Jackson (Affreschi inediti a Tagliacozzo, in “L’Arte”, XV, 1912, pp. 371-384, in particolare p. 381) si dice che il portale precede i dipinti, perché le figure che lo affiancavano non apparivano tagliate dal suo inserimento ed erano pensate fin dall’origine come busti (si veda in ultimo Fina, Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo cit., pp. 78-79). A guardare le ben note fotografie che documentano l’assetto degli affreschi nella sala prima dello strappo a me pare tuttavia impossibile che la disposizione così poco equilibrata di quella parete possa essere originale. E infatti Daniela Del Pesco (Eroi e virtù. Due cicli di affreschi per gli Orsini di Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica in età angioina e aragonese cit., pp. 155-173, in particolare pp. 162-163 e nota 22) ha giustamente sostenuto che il portale sia stato inserito in un secondo momento, ipotizzando che possa essere stato scolpito per decorare la cappella del palazzo, laddove si trova un ciclo di affreschi con Storie di Cristo altrettanto ben noto e discusso che Roberto Longhi (dietro lo pseudonimo di Andrea Ronchi, Primizie di Lorenzo da Viterbo, in “Vita artistica”, 1, 1926, pp. 109-114, riedito in Idem, Saggi e ricerche: 1925-1928, “Edizione delle opere complete di Roberto Longhi”, II/1, Firenze 1967, pp. 53-61; si veda quindi con bibliografia Fina, Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo cit., pp. 48-59, 82-92) attribuiva a Lorenzo da Viterbo. Al di sotto delle scene corre peraltro un fregio che varia, in pittura, il motivo dei girali d’acanto del portale e degli stipiti delle finestre dei quali si dice oltre nel testo (lo si veda riprodotto in Dipinti murali del Palazzo Ducale di Tagliacozzo, in Architettura e arte nella Marsica 1984-1985, I, Architettura, catalogo della mostra (Celano 1984), L’Aquila-Roma 1984, pp. 206-215, in particolare p. 212, nonché 206 e 209 per un paio di immagini della loggia prima del distacco degli affreschi con gli Uomini famosi).
[11]Fina, Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo cit., pp. 32-35, 79 (con riferimenti bibliografici, ma senza immagini delle finestre, alcune delle quali sono invece riprodotte in Il Palazzo Ducale di Tagliacozzo, a cura di M. Galletti, in Architettura e arte nella Marsica 1984-1985, I, Architettura cit. pp. 200-204).
[12]Per questi interventi urbinati di Giovanni di Stefano: Alessandro Angelini, Il lungo percorso della decorazione all’antica tra Siena e Urbino, in Pio II e le arti. La riscoperta dell’antico da Federighi a Michelangelo, a cura di A. Angelini, Siena – Cinisello Balsamo 2005, pp. 307-385, in particolare pp. 315-322 (ripreso alla lettera da Alessandro Marchi, Urbino e la Toscana nel Quattrocento. Architetti e scultori nel palazzo di Federico di Montefeltro, in Marche e Toscana. Terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, a cura di S. Blasio, Firenze – Pisa 2007, pp. 11-34, in particolare pp. 24-26).
[13]Per l’amicizia tra Napoleone e Federico da Montefeltro piace ricordare la significativa attestazione letteraria dei versi di “M. Pietro Bart.” pubblicati da Francesco Sansovino (Degli huomini illustri di casa Orsina cit., p. 69r).
[14]Al di là dei profili di Francesco Sansovino (Degli huomini illustri di casa Orsina cit., pp. 73v-75r, pure per l’incisione con il ritratto e l’epitaffio del sepolcro nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia; inoltre ivi, pp. 39v-59r per quanto scrissero Cristoforo Landino “alla Repubblica Fiorentina, quando ella dette il bastone del Generalato al signor Nicola Orsino Conte di Pitigliano” e Giovan Battista Egnazio “nella morte del Conte Nicola Orsino da Pitigliano al Senato Vinitiano”, chiudendo peraltro con l’epitaffio contenuto nel sepolcro di Niccolò a Fiano Romano) e Pompeo Litta (Famiglie celebri cit., VIII, tav. XVII, con riferimento peraltro al matrimonio del 1467 con Elena di Giovanni Conti dei signori di Montelanico; tra le tavole in appendice al paragrafo sugli Orsini segnalo inoltre quella che illustra con incisioni i tre monumenti funebri di Niccolò III che ancora si conservano a Fiano Romano in Santo Stefano Nuovo, a Brescia nel Museo di Santa Giulia ma proveniente da Ghedi, a Venezia nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo; aggiungo che uno studio complessivo su questi tre complessi tanto diversi sarebbe auspicabile), per Niccolò III Orsini di Pitigliano restano fondamentali le notizie raccolte prima dall’Anonimo Apatista (Descrizione della contea di Pitigliano, [sec. XVIII], ed. a cura di A. Biondi, 2 voll., Pitigliano 2004-2008, I, pp. 191-204) e quindi da Giuseppe Bruscalupi (Monografia storica della contea di Pitigliano, a cura di G.C. Fabriziani, Firenze 1907, pp. 220-317 e le relative note alle pp. 625-651) nell’erudita monografia cui si rimanda pure per la storia pitiglianese e l’albero genealogico degli Orsini di quel ramo (ivi, tra le pp. 152 e 153 e ovviamente in aggiunta a quello compilato da Litta, Famiglie celebri cit., VIII, tav. XVII e relative). Più di recente, e per gli argomenti che ci interessano, si veda Cecilia Alessi, La saga degli Orsini a Pitigliano come ‘contaminatio’ familiare della “storia universale” di Monte Giordano, in Umanesimo a Siena. Letteratura, Arti Figurative, Musica, atti del convegno (Siena 1991), a cura di E. Cioni, D. Fausti, Siena 1994, pp. 231-262; non si dimentichi infine Christine Shaw, Lorenzo de’ Medici and Niccolò Orsini, in Lorenzo de’ Medici. Studi, a cura di G.C. Garfagnini, Firenze 1992, pp. 257-279 (con notizie anche sui rapporti con Gentil Virginio nel corso degli anni ottanta).
[15]“Post Nemea variis accessit adorea monstris / Alcidae, stomachum cavit at ille meum: / Tum specie atque alitu non ultra pollet amellus, / Mille aliis rosa et hoc praestat utroque modo / Hiis facile indiciis licitum est cognoscere cunctos; / Eminet haec flores, ursus et ipse feras. / Sic genus Ursinum, duo nos cui stemma ritemus, / Ante omnes dextra mente animoque valet. / Nicolao Ursin. III regente ac pr. et generali copiar. imperatore. Nicol. Turer. praetore, Feliciano Vannutio Sindico, Dominico Covelle et Angelo Dominici defensoribus. A.D. MCCCCLXXXX” (certamente dettato da un umanista, come detto da Alessi, La saga degli Orsini cit. pp. 240-241) e già trascritto dall’Anonimo Apatista (Descrizione della contea di Pitigliano cit., I, pp. 85-86 pur con qualche refuso) e Fabriziani (in Bruscalupi Monografia storica della contea di Pitigliano, pp. 633-634 nota 99) che volle corredarlo della seguente traduzione non sempre letterale “Ercole dopo la gloria della fatica Nemea operò vari altri portenti: ma si guardò bene dal tentare la collera mia (di me orso). L’amello (erba con fiore delicato giallo rossiccio) non ha merito che per la bellezza e la fragranza: la rosa supera questo e mille altri fiori in ambo i pregi. Da questi segni è dato conoscere facilmente che la rosa supera tutti i fiori e l’orso tutte le belve. E così la progenie orsinea che s’illustra d’ambedue questi simboli primeggia fra tutti per la virtù del braccio, della mente e del cuore. Niccolò III Orsini reggente e provveditore e capitano generale delle milizie. Niccolò Turero pretore, Feliciano Vannuzzi sindaco, Domenico Covelle e Angelo Dominici difensori. Anno del signore 1490”. Sul monumento ricordo peraltro Evandro Baldini, Pitigliano nella storia e nell’arte, estratto da “Maremma. Bollettino della Società Storica Maremmana”, IV-V, 1935-1936, Grosseto 1937, pp. 99-100.
[16]Si vedano rispettivamente: Carlo Del Bravo, Scultura senese del Rinascimento, Firenze 1970, p. 80, figg. 273-278; Alessi, La saga degli Orsini cit.,pp. 241-242, figg. 25-27 (che ha il merito di notare la dipendenza dalla Porta della Guerra di quella di Pitigliano). Il portale fu attentamente descritto da Evandro Baldini (Pitigliano nella storia cit., pp. 67-69), che lo datava alla fine del Quattrocento, credendolo opera di scuola romana e notando che all’arme orsinea di sinitra corrisponde di contro uno scudo con un’aquila che dovrebbe riferirsi all’araldica di Elena Conti, moglie di Niccolò III.
[17]Angelini, Il lungo percorso della decorazione all’antica cit., , pp. 323-324.
[18]Anonimo Apatista, Descrizione della contea di Pitigliano cit., I, pp. 185-194 (con riferimento però anche agli incarichi fiorentini di Niccolò III, che lo videro attaccare il territorio senese a più riprese tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta); Bruscalupi, Monografia storica della conte di Pitigliano cit., pp. 209-263 (per le guerre con i Senesi dei predecessori di Niccolò e la sua elezione a generale dell’esercito della Repubblica nel 1480); Alessi, La saga degli Orsini cit., p. 237.
[19]Per il monumento di Giovan Francesco Orsini a Spoleto, si veda in ultimo: Matteo Ceriana, Il portico rinascimentale e l’opera di Ambrogio Barocci a Spoleto, in La cattedrale di Spoleto. Storia Arte Conservazione, a cura di G. Benazzi, G. Carbonara, Milano 2002,pp. 289-303, in particolare pp. 297-299 e le relative note a p. 303. L’epigrafe attesta senza ombra di dubbio la committenza del conte di Pitigliano, per quanto i lavori siano stati seguiti poi da una apposita commissione della comunità di Spoleto. La scelta di un tal genere di sepolcro, certo favorita dalla presenza spoletina di Barocci, deve essere stata assolutamente consapevole; le alternative infatti non dovevano mancare, se si pensa non solo alla fortuna della tradizione bregnesca romana (cui è da associare il sepolcro di Niccolò Orsini in Santo Stefano Nuovo a Fiano Romano), ma anche al tipo di monumento sepolcrale con effigie equestre già sperimentato in famiglia per tramite della tomba di Giordano Orsini, dedicata dal fratello cardinale Battista nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Monterotondo (Pier Nicola Pagliara, Monterotondo, in Storia dell’arte italiana “Einaudi”, VIII, Inchieste su centri minori, a cura di F. Zeri, Torino 1980, pp. 233-278, in particolare pp. 255-257 e figg. 345-346, con errata attribuzione a Luigi Capponi), che di recente Linda Pisani (Francesco di Simone Ferrucci. Itinerari di uno scultore fiorentino fra Toscana, Romagna e Montefeltro, Firenze 2007, pp. 90-91) ha proposto come opera giovanile del toscano Andrea Ferrucci. La ragione della presenza a Spoleto del monumento di Giovan Francesco Orsini (morto in giovane età) è ancora da indagare, prendendo comunque spunto da quanto affermato da Francesco Sansovino (L’historia di casa Orsina, Venezia 1565, p. 7r): “fra tutti gli altri popoli, a quelli dell’Vmbria et specialmente à gli huomini di Spoleti, il nome degli Orsini è sempre stato gratissimo et caro...”.
[20]Alessi, La saga degli Orsini, pp. 231-262, in particolare pp. 236, 249 figg. 9-10.
[21]La ben nota citazione “classica” è stata richiamata di recente da Alessandro Angelini (Antonio Federighi e il mito di Ercole, in Pio II e le arti cit., pp. 105-149, in particolare p. 145) e Mirella Cirfi Walton (L’architettura di Antonio Federighi, Siena 2009, p. 51, nonché pp. 49-52 e 217-221 per le vicende del coronamento della Cappella di Piazza e relativi documenti).
[22]Sul Palazzo Piccolomini Clementini si veda con bibliografia: Fabrizio Nevola, Siena. Constructing the Renaissance City, New Haven – London 2007, p. 79 (dove per i busti dipinti si chiama in causa il modello degli Uomini famosi di Taddeo di Bartolo nel Palazzo Pubblico di Siena) e relative note a p. 231, tenendo conto che resta ancora da scoprire chi fosse il proprietario del palazzo – e dunque il committente – al tempo dell’esecuzione degli affreschi. All’equivoco sull’attribuzione dei busti al Capanna ho già accennato: Gabriele Fattorini, Alcune questioni di ambito beccafumiano: il “Maestro delle Eroine Chigi Saracini” e il “Capanna senese”, in Piero Torriti, Beccafumi. L’opera completa, Milano 1998, pp. 37-51, in particolare p. 45. Tre ragioni per pensare alla dipendenza di queste teste dal prototipo di Monte Giordano (per il quale rimando ad Annelies Amberger, Giordano Orsinis Uomini Famosi in Rom. Helden der Weltgeschichte im Frühhumanismus, München – Berlin 2003): le curiose fogge dell’elmo alato (nel ciclo masoliniano spettava a Enea) e dei copricapo all’orientale (degni per esempio del Cambise di Monte Giordano); il tipo di capigliature metalliche avviticchiate come quelle che si notano in molti personaggi illustrati da Leonardo da Besozzo nelle nota copia Crespi della Cronaca universale (illustrata in A. Delle Foglie, La Cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara, Milano 2011, figg. 87-96); le somiglianze di pose con il ciclo di Tagliacozzo, dipendente a sua volta da quello di Monte Giordano (come dimostrato da Paola Grassi, Due cicli di Uomini illustri per la famiglia Orsini nel XV secolo, in Temi profani e allegorie nell’Italia centrale, a cura di A. Cavallaro, Roma 1995, pp. 28-34; ripresa da Fina, Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo cit., pp. 59-73.
[23]Iacopo Ammannati Piccolomini, Lettere (1444-1479), a cura di P. Cherubini, 3 voll., Roma 1997,III, pp. 1742-1743 n. 681. Questa notizia – assente dalla recente voce biografica di Lucia Casellato (Lorenzo da Vierbo,in Dizionario biografico degli italiani, LXVI, Roma 2006, pp. 103-105), ma nota agli studi su Lorenzo da Viterbo, come riassunto da Gerardo de Simone (Melozzo e Roma, in Melozzo da Forlì. L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, catalogo della mostra [Forlì 2011], a cura di D. Benati, M. Natale, A. Paolucci, Cinisello Balsamo 2011, pp. 37-51, in particolare p. 49 nota 28) e registrata pure da Elisabetta Neri (in Alessandro Angelini, Piero della Francesca e la cultura prospettica, collana Il Sole 24 ORE “I grandi maestri dell’arte. L’artista e il suo tempo”, 12, Milano – Firenze 2007,p. 353) – è fondamentale per sfatare il mito che Lorenzo fosse morto nel 1472 (Federico Zeri, Una pala d’altare di Lorenzo da Viterbo, in “Bollettino d’Arte”, XXXVIII, 1953, pp. 38-44, riedito in Idem, Giorno per giorno nella pittura. Scritti sull’arte dell’Italia del Sei e Settecento, recensioni e altri saggi, Torino 1998, pp. 265-268). È ovvio che la grana larga delle figure di Palazzo Piccolomini Clementini è giustificata dalla distanza dalla quale erano destinate a essere osservate; questa è peraltro la chiave per comprendere come, in questi busti monocromi, le nette striature bianche che solcano le capigliature intendano richiamarsi a uno stilema “luminoso” tipicamente pierfrancescano, peraltro assai caro a Lorenzo da Viterbo, come si intende dalla pala di San Michele a Cerveteri del 1472. Se la cultura pittorica potrebbe essere in linea con gli esiti di Lorenzo da Viterbo (pensando però più a Tagliacozzo che alla viterbese Cappella Mazzatosta del 1469), per l’esecuzione e il tipo di commissione sarà comunque da chiamare in causa la bottega più che il maestro stesso.
[24] Essendo parte di un restauro ancora in corso, non sono stato purtroppo autorizzato a pubblicare le immagini di questi lacerti. [25]Anonimo Apatista, Descrizione della contea di Pitigliano cit., I, p. 89.
[26]Ivi, p. 204.
[27]Per il ciclo di Ghedi si veda in ultimo (e con bibliografia): Paola Castellini, Girolamo Romanino e Altobello Melone a Brescia tra il primo e il secondo decennio del Cinquecento: sugli affreschi del Palazzo di Gheri et alia, in “Commentari dell’Ateneo di Brescia”, 2006 (2009), pp. 327-359, in particolare pp. 330-336.
[28]Alessi, La saga degli Orsini cit., pp. 234-239.
[29]Ricordo che il Vecchietta volle omaggiare la soluzione dei lacunari scorciati della Madonna “del perdono” donatelliana già nelle arcate incise nell’oro dei laterali della pala dell’Assunta del Duomo di Pienza (1460-1462); Francesco di Giorgio lo fece nel maturo progetto per un cenotafio del Metropolitan Museum di New York (Lehman Collection, n. 1975.1.376), Andrea di Niccolò nei tondi con Evangelisti affrescati nella chiesa suburbana di Santa Maria degli Angeli a Siena. Su questi argomenti (e per ulteriori derivazioni): Alessandro Bagnoli, Donatello e Siena, in Francesco di Giorgio e il Rinascimento cit., pp. 162-169, in particolare pp. 163-164, 169 note 12-14; Giancarlo Gentilini, ivi, pp. 176-181 n. 20, in particolare p. 181; Gabriele Fattorini, Dalla “historia d’attone pel Battesimo” a “le porti di bronzo del Duomo”. Donatello e gli inizi della scultura senese del Rinascimento, in pp. 45-81, in particolare pp. 63, 79 nota 69 (con bibliografia); Francesco Caglioti, in Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento, catalogo della mostra (Siena 2010), a cura di M. Seidel, F. Caglioti, L. Cavazzini, E. Cioni, A. De Marchi, G. Fattorini, A. Galli, Milano 2010, pp. 332-333 n. D.13.
[30]Su Benvenuto di Giovanni e Andrea di Niccolò si vedano rispettivamente le monografie di Maria Cristina Bandera (Benvenuto di Giovanni, Milano 1999; da integrare per l’attività giovanile con Anna Rossi, Due note sull’attività di Benvenuto di Giovanni, in “Prospettiva”, 95-96, 1999, pp. 131-142; ) e Diane Vatne (Andrea di Niccolò: Sienese Painter of the Renaissance, PhD Diss. [Indiana University 1989], Ann Arbor 1990).
[31]SI confronti l’eccentrica Madonna col Bambino del Museo Diocesano di Siena attribuita al giovane Benvenuto di Giovanni da Anna Rossi (Due note sull’attività di Benvenuto di Giovanni cit., pp. 135, 138 fig. 10.
[32]Per l’affresco pientino rimando con bibliografia a Laura Martini, in Pienza e la Val d’Orcia. Opere d’arte restaurate dal XIV al XVII secolo, catalogo della mostra (Pienza 1984), Genova 1984,pp. 51-53 n. 13.
[33]Schedata e riprodotta da ultimo con attribuzione a “pittore di ambiente senese” e cronologia esageratamente inoltrata all’inizio del secolo XVI da Cristina Gnoni Mavarelli, in La chiesa di San Giorgio a Montemerano, a cura di C. Gnoni Mavarelli, L. Sebregondi, U. Tramonti, Firenze 2000,pp. 142-143 n. VIII.
[34]Che l’affresco di Sovana sia dello stesso autore di quello della Madonna “della rondine” lo ha notato già Anna Maria Emanuele (in Guida storico-artistica alla Maremma, a cura di B. Santi, Siena 1995, p. 304, con datazione di entrambi alla prima metà del Quattrocento).
[35]Vatne, Andrea di Niccolò cit., pp. 103-110 (e p. 291 n. 11 per il documento), dove si assegna ad Andrea anche il Giobbe della chiesa dell’Annunziata di Magliano, ma non il gruppo dei Santi Raffaele Arcangelo e Tobiolo, Mamiliano, Antonio da Padova e Lucia della sagrestia di Santa Maria a Sovana (riprodotti a colori in Alfio Cavoli, Sovana storia e arte, Pistoia 1982, pp. 77-78), che io credo invece rientrino facilmente nel suo catalogo.
[36]I due pittori dovevano essere in stretta familiarità, se nel 1481 Benvenuto compilò la dichiarazione dei redditi di Andrea, essendo quest’ultimo impossibilitato a farlo (ivi, p. 291 n. 11); poco più di dieci anni prima, il 3 agosto 1470, i due lavoravano insieme per lo Spedale di Santa Maria della Scala a Siena (ivi, p. 276 n. 4).
[37]I documenti relativi a Cristoforo di Domenico e alla sua compagnia con Andrea di Niccolò, molti dei quali inediti, sono stati raccolti da Diane Vatne (Andrea di Niccolò cit., pp. 278-288 nn. 6-8, pp. 313-323 nn. 1-15).
[38]Per Bracciano mi riferisco ovviamente al fregio “dei putti” per cui Anna Cavallaro (Il fregio dei “putti”, in Bracciano e gli Orsini cit., pp. 69-70) ha ben richiamato i precedenti delle decorazioni di Palazzo Venezia risalenti agli anni intorno al 1470 (e per questo non sono d’accordo sulla possibilità che tale fregio si possa assegnare alla bottega di Antoniazzo nei primi anni novanta).
[39]Un accenno alla questione in Biografia di Francesco di Giorgio cit., p. 516.
[40]Anna Cavallaro, Il dipinto con scene della vita di Gentil Virginio Orsini, in Bracciano e gli Orsini cit., pp. 57-68; Eadem, Antoniazzo e gli antonazzieschi, Udine 1992, pp. 100-109; Eadem, Il Lazio. i Colonna, gli Orsini e i Caetani, in Corti italiane del Rinascimento cit., pp. 362-375, in particolare pp. 365-367.
[41]Fatico infatti a seguire le associazioni richiamate al proposito da Anna Cavallaro (si veda la nota precedente), che pure cerca un link con il trecentesco affresco monocromo di Lippo Vanni nella Sala del Mappamondo nel Palazzo Pubblico di Siena, raffigurante i Senesi che, guidati da Giordano Orsini, sconfiggono la compagnia del Cappello in Val di Chiana. Ora, a cercare un link in quel luogo, si dovrebbe piuttosto guardare all’affresco adiacente, che cercando di armonizzarsi con il precedente trecentesco, illustra a monocromo la vittoria senese nella Battaglia di Poggio Imperiale del 1479; quell’affresco infatti fu eseguito nel 1480, con uno stile molto diverso da quello di Bracciano, dai senesi Giovanni di Cristoforo Ghini e Francesco d’Andrea (si veda quanto detto da Gabriele Borghini, in Palazzo Pubblico di Siena. Vicende costruttive e decorazione, a cura di C. Brandi, Siena – Milano 1983, pp. 256, 265, nonché p. 244 fig. 313) e ripropone quanto meno lo stesso soggetto di un perduto dipinto celebrativo della battaglia che sul finire del 1479 fu ordinato da Alfonso d’Aragona a un certo “maestro Francesco pinctore senese” che si è proposto di identificare in Francesco di Giorgio (ricordo per tutti Cavallaro, Il dipinto con scene cit., pp. 66, 68 nota 18), ma che in alternativa potrebbe essere stato anche il suddetto Francesco d’Andrea (Biografia di Francesco di Giorgio cit., p. 513). Prescindendo da questo problema, la tavoletta di Gabella del 1480 dell’Archivio di Stato di Siena, raffigurante la Presa di Colle di Val d’Elsa e attribuita a Pietro Orioli(?) da Alessandro Angelini (in Francesco di Giorgio e il Rinascimento cit., pp. 362-363) può lasciare intendere come si poteva interpretare nella cerchia martiniana un episodio non troppo diverso da quelli aventi protagonista a Bracciano Gentil Virginio Orsini: il risultato appare ben diverso.
