notate (ad esempio da F. Lollini, La cappella Bessarione…cit.) le analogie tra questa veduta e i paesaggi dipinti nella cappella bessarionea, anche in dettagli come le barche o i sassi e le conchiglie sul suolo (individuati con una stesura luminosa e a corpo che ricorda Domenico Veneziano e Alesso Baldovinetti, di cui si possono vedere simili dettagli nei pochi resti del ciclo di S. Egidio e nei pannelli baldovinettiani dell’Armadio degli Argenti alla SS. Annunziata), elementi che si ritrovano peraltro anche nella successiva impresa antoniazzesca, il ciclo con Storie di santa Francesca Romana a Tor de’ Specchi (1468, cfr. A. Cavallaro, Antoniazzo Romano…, cit. pp. 44-49 e cat. 44 pp. 211-216).
[140]Singolari corrispondenze si riscontrano tra la Natività Mazzatosta e le incisioni del ciclo con Storie della Vergine e di Cristo di Francesco Rosselli (1448-post 1508): uno schema simile (ma sviluppato in verticale) e l’ampia e calma apertura marina punteggiata di imbarcazioni nella Natività; il san Giuseppe che incede nella Visitazione e, invertito e recante colombe, nella Presentazione al Tempio; e, in entrambe queste due scene, i pavimenti prospettici a lastre marmoree. La serie rosselliana, stampata in più tirature successive, è stata legata al’iconografia dei quindici Misteri del Rosario e datata agli anni Ottanta da M. Cirillo Archer (The dating of a Florentine Life of the Virgin and Christ, in “Print Quarterly”, 5.1988, 395-402), seguita da M. Zucker (The illustrated Bartsch…cit. [1993], pp. 1-23, con riepilogo della vicenda critica e bibliografica); tuttavia appare evidente che aveva buone ragioni K. Oberhuber (in Early Italian Engravings…cit., pp. 48 sgg.) nell’assegnare la prima elaborazione del ciclo al 1465-70 c., per gli evidenti legami con la pittura fiorentina di quegli anni (e con i predecessori di Rosselli Maso Finiguerra e Baccio Baldini).
[141]Il motivo classicissimo della canefora che regge sul capo una cesta o un vaso compare negli stessi anni ad esempio in Benozzo, nel Camposanto di Pisa, e nel ciclo di Atri di Andrea Delitio.
[142]Su tale variante, e sulle sue occorrenze da Gentile da Fabriano in avanti, si veda il saggio di G. Dalli Regoli in questo numero di “Predella”.
[143]“VIRGINIS ISTA PIAE MERITIS PICTURA MINISTRAT / QUAE SPE[S] H[UMANIS] UNICA REBUS INEST”; “HAEC EST QUAE GREMIO VITERBI CONTINET URBIS / MOENIA MIRACLIS MOENIA TUTA SUIS”.
[144]S. Valtieri, Rinascimento a Viterbo: Bernardo Rossellino, in “L’Architettura”, 17, 1972; al Rossellino si deve in particolare il Palazzo Lunense, a due ordini di colonne in facciata, trabeato in basso, ad archi in alto (cfr. pure Ead., in Il Quattrocento a Viterbo… cit., p. 91).
[145]All’importanza dell’architettura nella pittura di Benozzo è dedicato il volume collettaneo Benozzo e l’architettura, atti del convegno (Firenze 1998), a cura di E. Andreatta, V. Tesi, Firenze 2002.
[146]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., pp. 102-103; C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., pp. 191 e sgg.; S. Petrocchi, Artisti viterbesi…cit., p. 377.
[147]M. Salmi, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Domenico Veneziano, Spoleto 1938, pp. 82-83.
[148]Ibidem.
[149]M. Meiss, Mortality among Florentine Immortals, in “Art News”, 57, 1959, pp. 26-29, 46-47, 56-57: 56; R. Bartalini, Alesso Baldovinetti, Frammento di figura e finti marmi, scheda in Pittura di luce…cit., p. 168.
[150]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., p. 97.
[151]Sull’influenza donatelliana in Andrea del Castagno cfr. L. Bellosi, Intorno ad Andrea del Castagno, in “Paragone”, 18, 1967, pp. 3-18.
[152]Per i rimandi bibliografici si vedano supra le note 2, 5, 6, 9, 11, 77. Tale congiuntura stilistica mi appare ora meno stringente di quanto non mi sia apparsa in passato (G. de Simone, Melozzo e Roma cit.), ma prendo tuttora in considerazione la possibilità ivi argomentata di un incrocio tra Lorenzo, Mantegna e Cossa a Firenze nel 1466 (il soggiorno mantegnesco è documentato – cfr. G. Agosti, Su Mantegna, Milano 2005, p. 354, nota 178 – quello degli altri due è reso certo in quel giro di anni da stringenti indizi di stile e di committenza – per Cossa si veda C. Cavalca, Francesco del Cossa e Firenze: tre ricami e la pala con l’Annunciazione di Dresda, in “Nuovi studi”, 9/10, 2004/2005, 11, pp. 39-67); ma, ripeto, le assonanze di forbito eloquio curtense tra lo Sposalizio Mazzatosta e certi brani della Camera degli Sposi (1465-74) e del ciclo di Schifanoia (in particolare il mese di Aprile, 1469), enfatizzate soprattutto da Strinati, vanno ricondotte fino a prova contraria anzitutto, se non in toto, a premesse culturali comuni o affini (Piero, Donatello).
[153]Inverificabile purtroppo è l’eventuale rapporto con il perduto Sposalizio della Vergine di Piero della Francesca in S. Ciriaco ad Ancona (R. Longhi, Piero della Francesca… [1927, ed. 1963], p. 111; M. Mazzalupi, Ancona nella metà del Quattrocento: Piero della Francesca, Giorgio da Sebenico, Antonio da Firenze, in Pittori ad Ancona nel Quattrocento, Federico Motta Editore, Milano 2008, pp. 224-228). Sull’iconografia dello Sposalizio si veda in dettaglio infra. Anche nelle storie dipinte in S. Egidio da Andrea del Castagno (Presentazione della Vergine e Dormitio Virginis) Vasari loda i molti ritratti “di naturale”, di cui Lorenzo si ricorderà nella Presentazione della Mazzatosta.
[154]Si confrontino le versioni fiorentine di Giotto (Padova), Taddeo Gaddi (S. Croce), Lorenzo Monaco (S. Trinita), Andrea di Giusto (Prato), Beato Angelico (Prado e Museo di San Marco), Benozzo Gozzoli (Pinacoteca Vaticana), con quelle senesi di Lippo Vanni (S. Leonardo al Lago), Bartolo di Fredi (San Gimignano), Sano di Pietro (Pinacoteca Vaticana; testimoniante l’aspetto dell’affresco perduto di Simone Martini sulla facciata di S. Maria della Scala, cfr. G. Fattorini, La lezione trecentesca e le immagini dell’identità civica, in Da Jacopo della Quercia…cit., pp. 142-147; A. De Marchi, scheda ivi, pp. 170-173).
[155]E. Borsook, The Frescoes at San Leonardo al Lago, in “The Burlington Magazine”, 98, 1956, n. 643, pp. 351-358; E. Carli, Lippo Vanni a San Leonardo al Lago, Firenze 1969; A. Cornice, San Leonardo al Lago. Gli affreschi di Lippo Vanni, in AA. VV., Lecceto e gli eremi agostiniani in terra di Siena, Cinisello Balsamo 1990, pp. 287-308.
[156]Più canonica era la collocazione sull’arcone d’ingresso, come nella cappella degli Scrovegni o già in mosaici siciliani del XII secolo (E. Borsook, The Frescoes…cit., p. 355).
[157]Pietro Lorenzetti eseguì la Natività della Vergine, Ambrogio la Presentazione al Tempio, Simone Martini lo Sposalizio e il Ritorno alla casa dei genitori, cfr. G. Fattorini, La lezione trecentesca…, cit.; A. De Marchi, scheda cit. supra, nota 154.
[158]Un’ulteriore alternativa, meramente congetturale, è chiamare in causa il ciclo, pur’esso perduto, di Storie della Vergine di Pietro Lorenzetti nella Pieve di Arezzo: ma di esso non si conoscono derivazioni puntuali, neanche nel contesto aretino.
[159]L’ascendente senese della pittura viterbese è rappresentato al più alto grado dal pittore papale di Avignone Matteo Giovannetti (E. Castelnuovo, Un pittore italiano alla corte di Avignone: Matteo Giovannetti e la pittura in Provenza nel secolo XIV, Torino 1991); nel secolo successivo si pensi agli orientamenti del tardogotico viterbese (Balletta, Gabriele di Francesco, cfr. I. Faldi, Pittori viterbesi…cit., pp. 19-23 e 138-159) e ai dipinti senesi (Sano di Pietro, Matteo di Giovanni, Benvenuto di Giovanni) in città e nei località vicine (C. Strinati, Schede di altre opere presenti nel Viterbese, in Il Quattrocento a Viterbo, cit., pp. 207-210).
[160]“Piacciavi… havere per raccomandato decto maestro Lorenzo, il quale crediamo harà bisogno dello aiuto et favore v(ost)ro…”, in I. Ammannati Piccolomini, Lettere (1440-1479), a cura di P. Cherubini, Roma 1997, III, n. 681 pp. 1742-43; cfr. pure l’Introduzione, ibidem, I, pp. 148-150 – non è esatto tuttavia quanto è affermato ivi (e ripreso da Petrocchi, Artisti viterbesi…cit., p. 369) circa la presunta scomparsa di Monsindoli: la località, a pochi chilometri da Siena, con splendida veduta della città da sud-est, esiste tuttora, e il nucleo edilizio ivi presente, con annessa chiesetta, anche se purtroppo variamente rifatto e rimaneggiato nei secoli successivi e ancora in anni recenti a uso abitativo, insiste ad evidentiam su una struttura quattrocentesca, plausibilmente identificabile con la villa Ammannati (l’argomento necessita di ulteriori approfondimenti). In un’altra lettera spedita da Roma il 27 gennaio 1474 l’Ammannati rimprovera un non meglio specificato pittore – ma che ben si può supporre trattarsi dello stesso Lorenzo, unico pittore nominato nell’epistolario del cardinale – della ritardata esecuzione di una Madonna, con tono ironico e confidenziale (“…Se per ogni bugia vi chaschasse un dente, è già buon pezzo che vi sarebbe bisognato tornare un citolo de uno mese…”), e insieme tradendo l’alta considerazione della sua arte (“Non siamo mal pagatori, né ancho avari laudatori delle opere vostre… Preghiànvi adomque… farci una cosa excellente, degna di voi et delli ochi nostri… et farémovi in più luoghi honore del vostro ingegno”, ibid., n. 704 pp. 1781-1782). In una epistola successiva inviata nel luglio 1476 al suo segretario Jacopo Gherardi detto il Volterrano lo esorta a seguire i lavori (alla villa di Monsindoli?) di “Marianus faber lignarius” – già nominato in un’altra epistola di poco precedente – alle assi e tegole del soffitto, aggiungendo che “Lignario operante, poterit ex iisdem pontibus pictor depingere” (ibid., n. 855 pp. 2032-2034 e n. 872 pp. 2063-2064): che possa trattarsi di un estremo riferimento al nostro Lorenzo ormai specialista in ‘fregi’?
[161]A. Angelini, scheda in Francesco di Giorgio…[1993]cit., pp. 116-117.
[162]L’accostamento alle Città ideali (Baltimora, Urbino, Berlino) è stato proposto da C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., pp. 192-194, giungendo quasi a ipotizzare per esse una paternità laurenziana; e ripreso da A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 99-101, secondo cui invece la Presentazione Mazzatosta è prospetticamente meno evoluta. Ulteriori affinità con la cultura urbinate si possono cogliere nelle Tavole Barberini di Fra Carnevale (Presentazione della Vergine al Tempio, Boston, Museum of Fine Arts; Nascita della Vergine, New York, Metropolitan Museum of Art; 1467; il confronto è stato suggerito anche da C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., p. 125): esiti consimili al coevo classicismo senese (l’asse Siena-Urbino è notorio e fondamentale nelle vicende artistiche del Quattrocento) nella maturazione omologa delle premesse fiorentine, albertiane e pierfrancescane (cura per la rappresentazione architettonica, esuberanza decorativa e scultorea all’antica); mi limito a citare gli studi più recenti: Fra Carnevale. Un artista rinascimentale da Filippo Lippi a Piero della Francesca, a cura di M. Ceriana-K. Christiansen-E. Daffra-A. De Marchi-A. Di Lorenzo-C. Frosinini, catalogo della mostra (Milano 2004-2005; New York 2005), Milano 2004; Bartolomeo Corradini (Fra’ Carnevale) nella cultura urbinate del XV secolo, a cura di B. Cleri, atti del convegno (Urbino 2002), Sant’Angelo in Vado 2004; e, per la storia architettonica, F. P. Fiore, Siena e Urbino, in Storia dell’architettura italiana. Il Quattrocento, a cura di F. P. Fiore, Milano 1998, pp. 272-313. Giova ribadire che le assonanze urbinati di Lorenzo da Viterbo sono un esempio di parallelismi culturali (come per altri versi le tangenze con l’ambito padano-ferrarese, cfr. supra nota 152), mentre le sue relazioni con Firenze e Siena sono dirette e accertate su base sia stilistica che documentaria.
[163]L. Bellosi, Il ‘vero’ Francesco di Giorgio e l’arte a Siena nella seconda metà del Quattrocento, in Francesco di Giorgio… cit. [1993], pp. 19-89: 39-47; id., schede pp. 106-113. Le tre tavole raffigurano il Miracolo della mula di sant’Antonio da Padova (Benvenuto di Giovanni, Monaco, Alte Pinakothek), la Predica di san Bernardino (Francesco di Giorgio, Liverpool, Walker Art Gallery) e il Miracolo di san Ludovico di Tolosa (Vecchietta, Roma, Pinacoteca Vaticana); l’insieme di cui erano parte era con ogni probabilità l’altare di San Bernardino nella chiesa di San Francesco a Siena. Sugli affreschi di Benvenuto di Giovanni nel Battistero di Siena cfr. M. C. Bandera, Benvenuto di Giovanni, Milano 1999, pp. 23 sgg.
[164]Anche C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., p. 82, aveva notato le affinità di formato e incorniciatura con gli affreschi del Pellegrinaio.
[165]Su questa valenza della tavola di Piero cfr. A. Pinelli, Esercizi di metodo…cit., pp. 36-38; il confronto con l’affresco laurenziano era stato accennato da C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., pp. 125-126.
[166]Pure inosservata è l’estensione di questo effetto atmosferico alla volta: negli angoli l’azzurro trapunto di stelle cede il passo allo stesso rosato chiarore d’alba appena osservato nella Presentazione, tramutando in realistico e mutevole l’astratto cielo uniforme delle volte con Evangelisti del Trecento e primo Quattrocento.
[167]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., pp. 99-102: “Non è il fragile edificio centrico delle tradizione tardogotica, rappresentato da un Vecchietta, da un Francesco di Giorgio o da un Gozzoli… Lo scatto che neanche Raffaello riuscirà a compiere nel tempio del suo Sposalizio, cioè lo sforzo di passare da un edificio centrico con sedici lati ad un tempio veramente circolare, è compiuto da Lorenzo. Quanto l’edificio di Raffaello è fragile nelle sue pur notevolissime dimensioni, tanto il tempio di Lorenzo è saldo nelle sue colonne che si ergono con una carica di possente capacità statica. La cupola, perfettamente emisferica… è contenuta dall’alta fascia trabeata che si diparte dai tronchi di parasta impostati sui capitelli delle colonne”.
[168]M. Miglio, Cultura umanistica…cit., p. 39; cfr. pure A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 114-115.
[169]M. Miglio, Cultura umanistica…cit., pp. 39-42. A contrasto col fallimento politico (cfr. supra nel testo e nota 97), nei suoi eleganti versi latini De pace et tranquillitate civium ad Viterbienses Perotti cantava come già realizzata – con finzione ottativa – la pace tra i viterbesi: “Nunc amor et pietas nostra dominantur in urbe / Asperitas, odium, murmura, bella ruunt […] Hic dulces fructus, sunt haec spectacula pacis /qualia vix unquam saecula prisca dabant / Vive igitur foelix tellus preclara, Viterbi, / et teneas felices in tua vota deos” (cit. ibidem, p. 41).
[170]A. Venturi, Storia dell’arte italiana…cit. [1913], p. 242.
[171]M. Seidel, Studi sull’iconografia nuziale del Trecento, in Id., Arte italiana del Medioevo e del Rinascimento [ed. orig. 1993], Venezia 2003, vol. 1. Pittura, pp. 409-442: 409-424.
[172]Si veda supra, nota 154. L’Angelico ambientò l’evento davanti ad una chiesa nelle predelle dell’Annunciazione del Prado e dell’Incoronazione della Vergine degli Uffizi (quest’ultima, conservata nel Museo di San Marco, è splendidamente sviluppata a fregio in orizzontale come in S. Egidio e come poi nella Cappella Mazzatosta), in contesti urbani aperti (allusivi alla casa paterna di Maria) nelle predelle delle Annunciazioni di Cortona e di S. Giovanni Valdarno.
[173]Se ne legga la gustosa descrizione longhiana: “tutti ‘i più de Viterbo’ si espongono stipati, senza che un forastiero possa farsi strada o aver luogo tra di essi se non pericolosamente; e, come in tutte le città di provincia, il giovine più elegante è, probabilmente, il rampollo del macellaio; il letterato si acconcia a gomito con il barbiere” (Primizie di Lorenzo…cit., p. 55).
[174]N. Rubinstein, Political ideas in Sienese Palazzo Pubblico, in “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 21, 1958, pp. 179-189; C. Frugoni, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Firenze 1988, pp. 64 e sgg.
